lunedì 12 aprile 2010

Insipienza liturgica: gli ambienti "sprovveduti ed isolati" del nuovo movimento liturgico.

Quali sono le ragioni di una “riforma della riforma”? Cinque domande di un teologo a un Maestro, ..."soprattutto perché non si parli più – da parte di ambienti troppo sprovveduti e isolati - di “nuovo movimento liturgico” per evocare soltanto paura e diffidenza nei confronti di una Riforma liturgica che non può non essere, per tutti, la via principe verso un profondo e quanto mai necessario rinnovamento della vita cristiana e della stessa Chiesa".




di Andrea Grillo

La pubblicazione sul “Regno” (5/2010, 137-143) della Conferenza sul tema “Introduzione allo spirito della liturgia”, tenuta recentemente da Mons. Guido Marini a Genova e a Roma, suscita nel lettore una serie di reazioni molto diversificate: accanto al consenso su alcune evidenze di fondo, si fanno spazio diverse ragioni di perplessità e persino una serie di pressanti preoccupazioni, dovute al manifestarsi nel testo di una lettura della “attualità liturgica” che sembra ispirata da sentimenti (e da fonti) troppo unilaterali e come isolate dal grande corpo ecclesiale. In particolare è degno di nota il fatto che la conclusione della riflessione, quando auspica con eccessiva semplicità una “riforma della riforma”, non riesce a giustificare questo “effetto” indicando cause veramente fondate. Bisogna dirlo apertis verbis: la “riforma della riforma” non è affatto – come sembra suggerire il testo - l’approfondimento del Movimento liturgico né rappresenta in alcun modo la conclusione inevitabile di chi presuma di aver colto l’autentico spirito della liturgia.

Per questo mi sembra opportuno, in qualità di teologo che si occupa di liturgia, formulare 5 domande – con tutta la necessaria schiettezza e parresia - al Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Sono convinto che tali domande possano suscitare un utile dibattito e un chiarimento necessario, perché la comunione ecclesiale possa essere salvaguardata e promossa, evitando certamente inutili discontinuità senza tradizione, ma anche disperate o presuntuose nostalgie senza prospettive.


a) Prima domanda: come spiegare che la liturgia è “sacra”?

Il carattere di “actio sacra” della liturgia viene giustamente sottolineato dalla conferenza di Mons. G. Marini. Tuttavia, a ben vedere, questo carattere “sacro” viene semplicemente presentato come “ciò che è sottratto all’arbitrio dell’uomo”. Quando la sacralità viene definita in questo modo, senza recuperare tutto lo spessore della “esperienza del sacro” che l’uomo sperimenta in essa, si perde di vista, in una forma progressivamente sempre più pesante, che il Movimento Liturgico ha riscoperto la liturgia non solo come azione di Dio, ma anche come azione dell’uomo, e ha così superato la separazione clero/laici nell’atto liturgico, ha riscoperto la liturgia della parola come una forma di presenza del Signore, ha recuperato il valore della esteriorità corporea, simbolica e rituale, per l’atto di fede, ecc. ecc.. Qui invece è evidente come la sottolineatura dell’aggettivo “sacro” porti il relatore a una rilettura del Movimento liturgico che si caratterizza esclusivamente come scoperta della sola azione di Dio nel culto, come competenza esclusiva del clero con ridimensionamento della “assemblea celebrante”, come riduzione della liturgia della parola ad “azione secondaria” ecc. ecc. Più che di “riforma della riforma”, almeno in questo uso unilaterale dell’aggettivo “sacra” riferito alla liturgia, si vuole di fatto mettere in questione l’obiettivo più importante della riforma stessa. Detto in altri termini: se la “riforma della riforma” volesse ripristinare una “sacralità liturgica” che dispensasse il popolo di Dio dalla partecipazione attiva, sarebbe solo un’operazione retorica con cui non si vorrebbe affatto “perfezionare” ciò che è stato operato dalla Riforma, ma si intenderebbe piuttosto contraddire e smentire la riforma stessa. Le parole di Mons. Marini, pertanto, debbono essere oggetto di accurata precisazione, se non vogliono giungere a risultati che certamente il Maestro delle Celebrazioni non vuole (e soprattutto non può) sostenere. Per questo vorrei chiedergli, cordialmente: che cosa pensa Mons. Marini di queste letture, che tendono ad appiattire il suo pensiero su quello dei pochi (e incompetenti) laudatores temporis acti?


b) Seconda domanda: come evitare che il discorso sull’orientamento sia disorientante?

E’ giusto dire che intorno alla questione dell’orientamento della preghiera liturgica si è condotta una battaglia ideologica non pienamente giustificata. Ed è vero, pure, che l’orientamento all’abside o quello “versus popolum” della celebrazione rappresentano due grandi tradizioni, che hanno entrambe le loro ragioni e che non possono essere oggetto, semplicemente, di una reciproca scomunica. Ma quando, a partire dalla naturale dialettica tra due letture diverse della posizione del popolo e di chi presiede rispetto all’altare, si tenta di descrivere una posizione (quella circolare) in modo unilaterale e ingiusto e si propone una soluzione (mediante la croce) che scavalca la tradizione, imponendo come soluzione un criterio estrinseco, allora si finisce per avvalorare un effetto “disorientante” della discussione sull’orientamento.

In effetti, non si fa un grande servizio alla ricostruzione storica della vicenda quando si riduce il mutamento di orientamento, introdotto autorevolmente dalla Riforma liturgica, all’idea che “sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente”, visto che il nuovo modello di orientamento si interpreta come preghiera dei battezzati “circumstantes”, che non stanno “faccia a faccia”, ma “tutti intorno” al Signore, altare e vittima. Entrambi i modelli classici, dunque, si “rivolgono” al Signore: uno propone l’orientamento al Signore che ritorna, l’altro al “corpo sacramentale del Signore”. In tal modo entrambi propongono – suo modo – una continuità. Mentre l’unica discontinuità certa, almeno sul piano liturgico, è la soluzione che viene proposta di orientare lo sguardo alla croce.

Per questo vorrei domandare a Mons. Marini: perché mai l’unica discontinuità dovrebbe assicurare la continuità, mentre uno degli stili classici della celebrazione deve essere descritto in modo così riduttivo e sgarbato?


c) La partecipazione attiva ha a che fare anche con le azioni dell’uomo?

Viene ora una domanda bruciante: quale deve essere considerata la “comprensione corretta” della partecipazione attiva? Mons. Marini opera qui una grande e rischiosa “riduzione”. Partecipare attivamente significa, a suo avviso, prendere parte ad una azione principale, che è l’azione di Dio stesso, l’opera salvifica in Cristo, che si realizza nel canone eucaristico. E, dopo aver citato SC 48 – il che risulta a dir poco sorprendente – egli aggiunge che “rispetto a questo tutto il resto è secondario” e in particolare egli intende riferirsi alla liturgia della Parola.

Come è evidente, è chiaro che la stessa presentazione di una nozione così “contratta” di partecipazione tende a tradurre l’azione liturgica nella azione di grazie del chierico rispetto a cui al popolo non resta che “prender parte” nella forma della adorazione. Ma qui non resta quasi più nulla come motivazione di una Riforma liturgica, che muove dalla esigenza che siano i “riti e le preghiere” (secondo SC 48) a costituire le mediazioni primarie (e comuni a tutti i battezzati) della partecipazione. Nella lettura che Mons. Marini propone, invece, tutti i riti e le preghiere – fatta eccezione per il canone – sono solo “elementi secondari” rispetto a un atto di adorazione che resta “altro” rispetto alla celebrazione rituale. Se così fosse, veramente la “riforma della riforma” sarebbe già compiuta. Sarebbe sufficiente mutare in questo modo il modello di partecipazione dei fedeli, tornando allo stile “preconciliare”, per considerare tutta la Riforma liturgica come un’attenzione dedicata a “ciò che è secondario”, mentre il primato resterebbe ad una relazione intellettuale o sentimentale con l’azione essenziale di adorazione.

Mi chiedo, pertanto: in tutta questa teoria della partecipazione, Mons. Marini si occupa della “teologia della liturgia” in un modo così astratto, che sembra ridurre i riti ai “riti essenziali”: ma, in tal caso, bisogna chiedersi se vi sia ancora bisogno di un Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, o se non basta un semplice Ufficio delle Cerimonie. Ha senso un Ufficio così importante per occuparsi soltanto di “azioni secondarie”?


d) L’adorazione può far rima con processione? La bocca è davvero più pura delle mani?

La “querelle” sulla distribuzione della comunione, che attraversa il corpo ecclesiale degli ultimi anni, viene ripresa e rilanciata dalla conferenza di Mons. Marini in una forma quanto mai incisiva. Ma l’interpretazione di una decisione “operativa” da parte di Benedetto XVI viene proiettata addirittura come criterio generale di comprensione dei “riti di comunione” in termini di adorazione, facendo dipendere tale verità dalla “distribuzione della santa comunione direttamente sulla lingua e in ginocchio”. Nulla lascia supporre che la liturgia della messa di Paolo VI proponga un rito di comunione dell’assemblea in forma di processione – diversamente dal rito di Pio V, che in origine neppure prevedeva un rito di comunione diverso da quello celebrato esclusivamente dal presbitero. Così si fa discendere la “adorazione” da una forma di distribuzione della comunione che ha caratterizzato lunghi secoli di “comunione fuori della messa”. Che dire, invece, del “rito di comunione” che prevede la processione dell’assemblea al pane spezzato e al calice condiviso? E chiedo: perché mai, anziché potenziare e approfondire la processione di comunione come atto ecclesiale, ci si rifugia nella evidenza individualistica di una comunione che di per sé potrebbe realizzarsi “fuori” del contesto celebrativo? Quale competenza avrebbe, su questa pratica di devozione individuale, un Ufficio delle Celebrazioni, che si prende cura dei “riti”? Non vi è, proprio qui, una sorprendente confusione di livelli e di competenze, con la rinuncia da parte del Maestro ad occuparsi di ciò che – ex officio – sarebbe necessario garantire e promuovere?


e) Le intenzioni e le affermazioni: quanta retorica si può sopportare?

Infine, ma forse dovremmo dire anzitutto, bisogna chiarire che dal discorso di Mons. Marini si desume - per quanto in modo molto garbato e delicato, ma pur sempre con una grande evidenza - un giudizio poco lusinghiero, talora anche ingeneroso, verso la Riforma liturgica realizzata in seguito al Concilio Vaticano II. Pur accordando in generale un grande valore alla sintesi conciliare, il testo rivela ben presto un’altra sensibilità, più preoccupata di evitare gli abusi che di recuperare gli usi, più sensibile alla prospettiva canonico-disciplinare che a quella simbolico-rituale.

Curiosamente, tale prospettiva piuttosto limitata raggiunge il suo punto di maggiore evidenza quando Mons. Marini propone un bilancio conclusivo delle sue considerazoni, E proprio qui si aprono le crepe maggiori del testo. Vi si afferma che “ormai da alcuni anni nella Chiesa, a più voci, si parla della necessità di un nuovo rinnovamento liturgico”.

A che cosa si riferisce? A quali fenomeni? A quali “voci”? Se poi si continua a leggere, si capisce che di tratta “di un movimento, in qualche modo analogo a quello che pose le basi per la riforma promossa dal concilio Vaticano II, che sia capace di operare una riforma della riforma, ovvero ancora un passo avanti nella comprensione dell’autentico spirito liturgico e della sua celebrazione: portando così a compimento quella riforma provvidenziale della liturgia che i padri conciliari avevano avviato, ma che non sempre, nell’attuazione pratica, ha trovato puntuale e felice realizzazione. “

Qui il teologo domanda al Maestro: che bisogno c’è di pensieri tanto contorti? Non si può dire apertamente ciò che si pensa? Non dovrebbe essere chiaro a tutti, che non si può volere, nello stesso tempo, la Riforma e la Riforma della riforma?

La verità è che tra Riforma e “Riforma della Riforma” bisogna accollarsi l’onere di una scelta, soprattutto se si esercita il ruolo di Maestri delle Cerimonie: non si può chiamare rinnovamento la nostalgia spaventata, non si possono confondere le paure con i problemi e le fantasie con le soluzioni. Se la riforma è attuata male, bisogna attuarla bene, non contraddirla. Se invece si è favorevoli a una radicale correzione della Riforma, bisogna dirlo chiaramente e trarne le conseguenze ecclesiali e personali necessarie, almeno in termini di consenso e di comunione.

Così mi sono permesso di interrogare direttamente e schiettamente Mons. Marini sul testo della sua conferenza, perché le perplessità che si alzano dalle comunità ecclesiali e dai loro pastori sono consistenti, anche se espresse con reticenza e con malcelato imbarazzo. Di fronte a questa situazione tocca al teologo dar voce alla difficoltà ecclesiale: fa parte dei suoi doveri di servizio alla verità e alla comunione. Soprattutto perché non si parli più – da parte di ambienti troppo sprovveduti e isolati - di “nuovo movimento liturgico” per evocare soltanto paura e diffidenza nei confronti di una Riforma liturgica che non può non essere, per tutti, la via principe verso un profondo e quanto mai necessario rinnovamento della vita cristiana e della stessa Chiesa.


Fonte Grilloroma.blogspot.com - Si ringrazia Liturgia Opus Trinitatis

12 commenti:

Anonimo ha detto...

" che non può non essere, per tutti"

...quanta umiltà, quanta modestia, quanta prudenza di giudizio; quanto rispetto per gli altri.
Quarant'anni di deserto.
Luis Moscardò

Anonimo ha detto...

Il vero imbarazzo è che, nell'aprire la liturgia al popolo di Dio, questi ha avuto l'infelice occasione (offerta da buona parte del clero) di farne un teatro di tanti piccoli protagonismi.
Si, quarant'anni di deserto, quarant'anni di secolarizzazione della Chiesa, una secolarizzazione che, ahimé, è iniziata proprio dall'Altare, li dove aveva preso piede la stessa religione cristiana...
Si compia, comunque (al di la delle nostre esternazioni sulla liturgia) la volontà di Dio, nel riavvicinare i suoi figli alla Chiesa, quando ormai sono malamente imbrattati dal relativismo e dalla materia.

Daniele ha detto...

Leggendo l'articolo e i commenti comparsi sul blog del prof. Augé si nota immediatamente che ad essi nulla manca se non l'essenziale: il sano realismo.

Si continua a parlare in termini entusiastici di inadeguatezza del passato, di riforma, di sacerdozio comune, di dimensione comunitaria, di adattamento ai segni dei tempi. E lo si fa con grande sfoggio di nozioni accademiche, di dissertazioni erudite, di finezze e sfumature lessicali.

Non si discute, però, dell'essenziale: quali effetti hanno avuto codeste nuove tendenze sulla fede e sulla pietà del popolo cattolico. I dati statistici sono impietosi. E, come ben si sa, contra factum non fit argumentum. In particolare:

1) L'insistenza sulla necessità della riforma e sulla inadeguatezza delle forme liturgiche del passato ha portato alla diffusione di un atteggiamento denigratorio nei confronti non solo della liturgia antica, ma anchen della Chiesa storica in generale.

2) Presso molti fedeli si è radicata la convinzione che il sacerdozio comune equivalga al sacerdozio ministeriale, con conseguente svilimento e nullificazione del valore di quest'ultimo. Impossibile non percepire un collegamento tra siffatto atteggiamento teoretico e la conseguenza pratica dello svuotamento dei seminari.

3) La soverchia attenzione rivolta alla dimensione comunitaria, fatta peraltro a scapito della pietà individuale, ha avuto un effetto paradosso: da un lato ha inibito la preghiera personale e le devozioni a carattere privato e dall'altro ha diminuito sensibilmente l'importanza delle grandi manifestazioni comunitarie, come le processioni e i pellegrinaggi. Senza contare che dai più la "comunità" è identificata col proprio gruppo di riferimento, e la "liturgia comunitaria" con la Messa alla quale partecipa il gruppo stesso. Si arriva il punto che, se il gruppo manca, si salta la Messa.

4) Chi ammette la necessità di adattare la liturgia ai tempi, deve pur ammettere che negli ultimi cinquant'anni questo adattamento è avvenuto nel modo sbagliato. La frequenza a Messa è drasticamente diminuita (e le statistiche provano che il calo avvenne in corrispondenza delle riforme). La consapevolezza liturgica del popolo è nulla (io stesso constati con tristezza che un mio amico, praticante e impegnato nell'animazione liturica, non sapeva mettere nel dovuto ordine le varie parti della Messa). La partecipazione interiore è scarsissima, quella esteriore sciatta e di bassa qualità. Gli abusi sono diventati la norma, tanto che parlare di abuso (nel senso etimologico di deviazione dall'uso) è quasi ironico.

Questa è la realtà. Naturalmente è sempre possibile ignorarla e baloccarsi nel platonico mondo degli ideali. Ma le nuove generazioni, grazie a Dio, cominciano ad aprire gli occhi.

Caterina63 ha detto...

A quanto risposto da Daniele, ritengo importantissimo il punto 3) cuore di non uno ma mille problemi per altro già denunciati dall'allora card. Ratzinger:
parlando del libro di dom Alcuin Reid, in un articolo del dicembre 2004 comparso su 30giorni, così spiga Ratzinger:

L’autore ci mette espressamente in guardia dalla strada sbagliata sulla quale potremmo essere condotti da una teologia sacramentaria neoscolastica slegata dalla forma vivente della liturgia. Partendo da essa, si potrebbe ridurre la “sostanza” alla materia e alla forma del sacramento, e dire: il pane e il vino sono la materia del sacramento, le parole dell’istituzione sono la sua forma; solo queste due cose sono necessarie, tutto il resto si può anche cambiare.
Su questo punto modernisti e tradizionalisti si trovano d’accordo. Basta che ci sia la materia e che siano pronunciate le parole dell’istituzione: tutto il resto è “a piacere”.

Purtroppo molti sacerdoti oggi agiscono sulla base di questo schema; e persino le teorie di molti liturgisti, sfortunatamente, si muovono in questa direzione. Essi vogliono superare il rito come qualcosa di rigido e costruiscono prodotti di loro fantasia, ritenuta pastorale, attorno a questo nocciolo residuo, che viene così relegato nel regno del magico oppure privato del tutto del suo significato.


E ancora, sempre l'allora card. Ratzinger in un altra Conferenza tenuta sulla Musica Sacra, ebbe a dire:

Gruppo o Chiesa?

Cerchiamo brevemente di conoscere questa concezione nelle sue li­nee maestre. Il punto di partenza della liturgia — così ci viene detto —è il riunirsi di due o tre che stanno insieme nel nome di Cristo (199 a). Questo riferimento alla parola del Signore (Mt 18, 20) di primo acchito sembra innocuo e tradizionale. Ma tale parola acquista una portata ri­voluzionaria per il fatto che la citazione biblica è tolta dal suo contesto e viene fatta risaltare per contrasto sullo sfondo di tutta la tradizione liturgica. Perché i «due o tre» sono messi ora in opposizione nei con­fronti di un’istituzione con ruoli istituzionalizzati e nei confronti di ogni «programma codificato ». Così tale definizione significa quanto segue: non è la Chiesa che precede il gruppo, bensì il gruppo precede la Chiesa.
Non la Chiesa nel suo insieme fa da supporto alla liturgia dei singoli gruppi e comunità, bensì il gruppo stesso è il luogo dove di volta in volta nasce la liturgia. La liturgia perciò non si sviluppa neppure par­tendo da un modello comune, da un «rito» (ridotto, in quanto «pro­gramma codificato», all’immagine negativa della mancanza di libertà); la liturgia nasce nel momento e nel luogo concreto grazie alla creatività di quanti sono riuniti. In tale linguaggio sociologico il sacramento del sacerdozio viene considerato un ruolo istituzionalizzato che si è procu­rato un monopolio (206 w) e, grazie all’istituzione (cioè alla Chiesa) ha dissolto l’unità primitiva e la comunitarietà dei gruppi. In tale contesto la musica, così ci viene detto, come pure il latino, sono divenuti un lin­guaggio da iniziati, «la lingua di un’altra Chiesa, cioè dell’istituzione e del suo clero».



Due Chiese?

L’aver isolato il passo di Mt 18, 20 dall’intera tradizione biblica ed ecclesiale della preghiera comune della Chiesa, come si vede, mostra ora gravi conseguenze: a partire dalla promessa che il Signore ha fatto a quanti pregano in ogni luogo, si è fatta una dogmatizzazione dei gruppi autonomi. La comunanza della preghiera è stata esasperata sino a divenire un appiattimento che considera lo sviluppo del ministero sacerdo­tale il sorgere di un’altra Chiesa. Da questo punto di vista ogni propo­sta che viene dalla Chiesa universale è giudicata una catena contro cui bisogna insorgere per amore della novità e libertà della celebrazione li­turgica. Non l’ubbidienza di fronte a un tutto, bensì la creatività del mo­mento diviene la forma determinante.


Buona riflessione ^__^

Anonimo ha detto...

Mi pare che molti degli interrogativi posti dall’autore (peraltro in termini retorici, sicché la risposta che egli ne propone è evidente) possano formularsi anche così, e meritare, forse, soluzioni diverse da quelle implicite nel discorso:

Che cosa si intende per “sacro”? Il sacro in senso oggettivo (ciò che è sussistentemente sacro) o ciò che lo è nella percezione del fedele (ciò che è sacro in virtù del mio consenso, e della mia “esperienza” della sua “sacralità”)?

Qual è il corretto rapporto tra liturgia della parola e liturgia eucaristica? Sono due forme equipollenti della presenza del Signore, ovvero vi è una diversità strutturale tra la presenza sacramentale e quella scritturale?

Che cosa è veramente la partecipazione attiva? È solo quella pensata e realizzata per superare la separazione clero/laici nell’atto liturgico (in modo che i riti e le preghiere siano indistintamente comuni a tutti i battezzati, sacerdoti e popolo), o si può attivamente partecipare solo prendendo compiuta consapevolezza dei distinti ruoli del celebrante e dell’assemblea e della diversa natura del sacerdozio ordinato e del sacerdozio comune?

La circolarità, comunque la si intenda (anche come “stare tutti insieme intorno al Signore”) non è intrinsecamente ed inesorabilmente espressiva di una prospettiva autoreferenziale? Come tale, può essere compatibile con la forma della liturgia cattolica (NO o VO)?

La forma processionale e l’adorazione nei riti di comunione devono necessariamente contrapporsi? L’adorazione è incompatibile con la partecipazione comunitaria? Da parte sua, la partecipazione comunitaria si realizza solo con la processione intesa quale atto ecclesiale, o può trovare compiuta espressione anche nell’inginocchiarsi tutti insieme adoranti alla mensa comune (magari giungendovi processionalmente)? Ma soprattutto: l’atteggiamento da assumere nei riti di comunione è esclusivamente funzionale al carattere comunitario della celebrazione? È destinato ad esprimere solo l’atteggiamento dell’assemblea, indipendentemente dall’attitudine e dall’atteggiamento individuali? Ci si deve occupare solo del modo in cui la comunità accede alla mensa, o anche del modo in cui ogni fedele si pone nei confronti del Corpo del Signore?

È solo affrontando di petto queste questioni – che, a ben vedere, mascherano la questione di fondo: che cos’è la S. Messa secondo la fede cattolica? – che il discorso sulla (riforma della) riforma liturgica potrà sfuggire alla retorica prudenziale giustamente deprecata nell’ultima parte dell’articolo.

Cordialità,

ms

Anonimo ha detto...

Non si capisce un fatto, se il nuovo rito ha portato bene per la Chiesa, santificazione ecc. è bene non cambiarlo e soltanto circoscrivere gli abusi, se invece è il contrario e si evidenziano problemi nel rito stesso, è chiaro che bisogna intervenire con una riforma della riforma. E' evidente che i tradizionalisti, hanno sempre eccepito la scarsità nell'offertorio, la molteplicità delle anafore consacratorie (canoni)la formula di consacrazione svilita dal fatto che le parole "Misterium fidei" sono sotratte alla formula stessa e soprattutto dal pronunciamento da parte dei fedeli che sembra un "voluntary" di matrice protestante. La comunione in piedi ed ora anche nella mano che desacralizzano il sacramento dell'Eucarestia. Tutti fattori ben evidenziati nel "Breve esame critico del N.O.M.". I progressisti non hanno mai risposto compitamente a questi problemi, mi pare che sia all'uopo partire da questi problemi, per intavolare una "riforma della riforma", se mai ci sarà.
Personalmente credevo che il Card. Ratinger una volta eletto papa, particolarmente dopo il commento alla "via Crucis" del 2005 e l'orazione pronunciata in San Pietro "pro eligendo pontifice", avesse capito quali fossero veramente i problemi della Chiesa. A distanza di cinque anni a parte la liberalizzazione della S. Messa Tridentina, nulla è stato fatto per rimuovere gli abusi sia liturgici che disciplinari teologici.
Dove si vuol arrivare ?

Anteo

Caterina63 ha detto...

Caro Anteo, nel mio piccolo e da quel che comprendo (seppur poco) possiamo dire che i problemi sono i seguenti:

La Riforma Liturgica non comincia con il Vaticano II ma molto prima, già ne parla san Pio X e già in quei tempi abbiamo il MOVIMENTO LITURGICO con il compito tuttavia NON di stravolgere la Liturgia, ma di affinarne la comprensione...
I primi veri cambienti li porta Pio XII con la Settimana Santa e ahimè....regalandoci Bugnini....

Certo, Pio XII scrive però la Mediator Dei dove mette dei paletti chiari sulla Liturgia, ma ahimè....i modernisti ne approfittano e cominciano ad infiltrarsi....ci provarono già in passato, ma san Pio X li smascherò ponendo un valido freno alla loro avanzata...

Il problema è che , a mio parere, Concilio o senza Concilio, la Liturgia sarebbe stata modificata ugualmente...

Lo spiega Ratzinger quando parla della Liturgia facendo il paragone del quadro impolverato....egli disse che sarebbe stato sufficiente SPOLVERARE, ma che tristemente ci si rese conto che si era arrivati a scalfire ben altro, più che uno spolverare...

Il Papa NON sembra affatto deciso a celebrare con l'antico Messale, e posso comprenderlo, anche se mi lascia l'amaro nel cuore...in questo Anno Sacerdotale, celebrando con l'antico Rito, sono sicura che avrebbe ridestato l'attenzione di molti di quei sacerdoti ANCORA CONFUSI....

Tuttavia il Papa ha "risistemato" il NOM ripulendolo da molti abusi, ma c'è un problema: NESSUNO LO IMITA!
Neppure per la Messa dell'Ostensione della Sindine, data in diretta domenica, il cardinale Poletto ha seguito tali disposizione, nè la Croce sull'altare, nè l'inginocchiatoio per i fedeli....nè la comunione alla bocca, neppure un canto gregoriano, nulla...eppure nella Sacramentum Caritatis il Papa lo ha chiesto...

Quale riforma dunque?
Se il Papa non interverrà d'autorità continueremo così, PIU' DIVISI DI PRIMA, con i riti che più piacciono, continuando a celebrare Messe ognuno come vuole...
Liturgisti che continueranno a dire la loro, chi continuerà ad odiare l'antico Messale ritenendolo superato e finito....e chi continuerà a non accettare il Nuovo perchè effettivamente continua a prestarsi a più modi diversi di celebrare ACCONTENTANDO tutti...

Non vedo alcuna via d'uscita se non una massa popolare preparata e davvero devota (non devozionalista) che insistendo sulle richieste di una Liturgia veramente SACRA che rispecchi davvero l'antico rito, finisca per far aprire gli occhi ai Vescovi e a convincere il Papa che è giunto il momento di cancellare con autorevolezza 40 anni di abusi e di liturgie creative...

Anonimo ha detto...

Cara Caterina

La situazione è a dir poco paradossale. Il movivento Liturgico, nato con San Pio X, è poi deviato nel corso degli anni, fino a sfociare nell'archeologismo e nel modernismo liturgico. Tu dici che Concilio o non Concilio la Liturgia sarebbe stata modificata. Bisogna sempre vedere in che modo! Probabilmente in modo diverso, sempre che fosse accaduto.
Ad ogno buon conto oggi il movimento Liturgico, dovrebbe muoversi dietro direttive papali e perlomeno delle Congregazioni Romane. E' chiaro che vescovi modernisti come Poletto e altri non imiteranno mai Benedetto XVI in Liturgia. E' altresì chiaro che da Roma non parte niente. Pare che sia dal mese di aprile dell'anno scorso sul tavolo di Benedetto XVI, la proposta da lui sollecitata per l'eliminazione della comunione in mano. Tutto è fermo lì. Mi pare che Benedetto XVI, abbia paura a far valere il suo pensiero in campo liturgico e dottrinale. Questo è il problema!
Poi credo che lo stesso Benedetto XVI celebrerebbe pure con il rito in forma straordinaria, ma manca tutto per fare un pontificale, in primis tutto l'apparato della "custodia pontificis". Se capiterà sarà una S. Messa bassa (da papa) nella Cappella Sistina.
Comunque il paradosso che parlavo all'inizio, sia quello che Benedetto XVI si rende conto della scatafascio che ne è uscito nella Chiesa dopo l'applicazione del Vaticano II, ma nulla fa per rimediarvi (o poco) per paura di scismi da parte dei progressisti.
Questa ignavia, non argina ne abusi liturgici, nè abusi dottrinali. Si pensi che due anni fa ero a Roma alla processione del Corpus Domini, e i cardinali in processione chiacchieravano tranquillamente, se non rispondevano addiritura al cellullare. "Absit iniuria verbis", ma dove siamo!
Il Signore ci salvi, credo che ormai Lui solo possa intervenire.

Anteo

Caterina63 ha detto...

....caro Anteo hai ragione e sono d'accordo con te, tuttavia sarebbe riduttivo attribuire tutto il peso esclusivamente a delle richieste deirette del Pontefice....egli in fondo lo sta facendo...

Pensiamo infatti che solo fino a tre anni fa era impensabile trovare gruppi che non fossero della FSSPX per poter dire la Messa con il rito antico di sempre....impensabile solo parlarne e nonostante pareri contrari, il Papa è andato avanti....se ciò non è sufficiente è per l'ostilità al Papa e non il contrario...

Pensare a 5 anni fa di poter denunciare la falsa interpretazione data al Concilio e il condannare l'uso del termine e dottrina nuova di SPIRITO DEL CONCILIO, era impensabile...con Benedetto XVI questo è stato un altro miracolo avvenuto....

Pensare solo di poter cominciare a SOLLECITARE i fedeli alla comunione alla bocca e all'inginocchiatoio, era impensabile fino a 5 anni fa....oggi è possibile almeno SPERARE ed è possibile RI-catechizzare in modo corretto grazie alla testimonia del Papa...

Non sarebbe onesto sottovalutare ciò che ci è stato dato e reso possibile con questo Pontificato in soli 5 anni, rispetto a quanto ci è stato negato per almeno gli ultimi 30 anni....e su questo flebile ottimismo andiamo avanti...ma senza illusioni, gli scismi ci sono, conclamati o meno ci sono ed uno appare più evidente di tutti: quello di quanti sventolano ancora LO SPIRITO del Concilio per continuare la devastazione liturgica rituale quanto più gravemente quella DOTTRINALE...

^__^

Anonimo ha detto...

Certo Caterina

Però se domani dovesse morire ipoteticamente Benedetto XVI e venisse eletto miracolamente (sempre ipoteticamente)un tradizionalista un Pio XIII, secondo te aspetterebbe 5 anni a mandare tutti a quel paese e a fare piazza pulita di tutta la nomencaltura massonica che c'è dentro la Chiesa?

Anteo

Anonimo ha detto...

Il pensiero di Mons. Guido Marini non è altro che il pensiero di Papa Benedetto XVI...basta leggere i suoi splendidi scritti in materia liturgica.
Se quindi Grillo freme per avere delle risposte...perchè non scrive direttamente al Papa?!

Caterina63 ha detto...

^__^ caro Anteo con i "se e i ma" non si fa la storia....chi vivrà vedrà...o per usare le parole di Nostro Signore: ad ogni giorno basta la sua pena...;-)

Intanto auguriamoci che questo Pontificato duri il più a lungo possibile per radicare bene i cambiamenti che stanno avvenendo, dopo di che auguriamoci che le profezie della Beata Emmerich e di san Giovanni Bosco vengano superate dalla nostra obbedienza al Pontefice regnante...altrimenti saranno dolori per tutti!
^__^

ma sono certa che la Chiesa va sempre avanti, mai indietro!