martedì 16 marzo 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (quinta ed ultima parte)



Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte


Leone XIII, nella sua lettera, aveva posto in chiaro il difetto d'intenzione, riferendosi alla volontà, espressa in modo inequivocabile dai riformatori, di fare una cosa differente, anzi contraria, di ciò che la Chiesa intende coll'ordinare i suoi sacerdoti e consacrare i suoi vescovi e, come logica conseguenza, la carenza della potestà di sacrificare e di consacrare.

A tale obiezione gli arcivescovi risposero con molta irritazione, accusando il Papa di aver scritto «magna cum rerum ignorantia», usando «verba dura et inconsulta», in parte false del tutto, in parte atte ad ingannare il lettore.

Ma le parole non sono argomenti e, in questo caso particolare, a controbattere l'asserzione pontificia, detta falsa e ignorante, sarebbe bastato citare le frasi dell'«Ordinale» atte a smentirla. Ma gli arcivescovi evitarono ogni prova alle loro affermazioni, tanto più che la lettera pontificia proclamava la carenza della retta intenzione, desumendola non solo da ragioni negative e passive, ma dalla attivissima e positiva volontà dimostrata e conclamata dai riformatori di escludere ciò che avrebbe dovuto essere propriamente significato.

I due primati si afferrarono tuttavia ad un nuovo argomento, citando forme orientali di consacrazione, nelle quali, pur non facendosi aperta menzione del sacrificio o della consacrazione o del sacerdozio, la validità è completa e riconosciuta come tale da Roma. Paragonavano quindi l'«Ordinale» a tali formule incomplete. Ma anche questa obiezione non poteva risolvere la difficoltà fondamentale: essere la validità riconosciuta a tali formule orientali, perché il vero valore dei vocaboli citati risultava inequivocabilmente dal contesto; essere inoltre noto tali liturgie ammettere e il sacrificio e il sacerdozio, sacramenti e carismi, proprio all'incontrario della Chiesa stabilita.

Però tutte le ragioni addotte dai due primati dovevano ad essi stessi parere alquanto fragili, se credettero necessario di cercare un terreno più solido esponendo la loro dottrina sulla Cena. E ciò malgrado difficoltà ben gravi, la grande disparità delle credenze vigenti nel triplice seno della Chiesa stabilita: arrischiavano quindi di mettersi contro le fazioni più protestanti, se troppo aderendo alle dottrine filo-cattoliche, o di urtarsi nelle proteste ritualiste, nel caso contrario. Furono quindi vaghi ed equivoci, come era da attendersi.

Sarebbe molto interessante entrare nella disquisizione teologica fatta dai due primati, ma ciò ci introdurrebbe in un campo soverchiamente speciale. Sia sufficiente riassumere i punti principali. I vescovi anglicani, parlando del Sacrificio eucaristico, adoperano questa frase: «riuniti i doni offerti, perché diventino, per noi, corpo e sangue del Signore», e successivamente, circa lo svolgimento dell'azione eucaristica, si esprimono in questo modo: «e prima di tutto offriamo il sacrificio di lode e di grazie», quindi «proponiamo e rappresentiamo al Padre il sacrificio della Croce» e infine «offriamo il sacrificio di noi stessi al Creatore, il quale sacrificio abbiamo già significato a mezzo dell'offerta delle sue stesse creature».

Ma precisamente in queste tre successive offerte stanno tutte le differenze profonde ed essenziali tra la dottrina cattolica e l'anglicana, e l'evidenza della voluta esclusione di ogni idea sacrificale e quindi sacerdotale.

Infatti l'offerta di un «sacrificio di lode e di grazie» non è un sacrificio nello stretto senso della parola; vi esula infatti ogni idea di sangue e di morte, e non ha nemmeno nulla a che vedere colla consacrazione delle Specie, da cui è affatto indipendente. Il «sacrificio di noi stessi» è anch'esso del tutto metaforico: una offerta in qualche modo morale e spirituale di opere, volontà, pensieri, simbolo delle offerte fatte a Dio mediante le sue creature; e tutto ciò diretto alla preparazione di un atto ben più grande, cioè che «diventino per noi» (come dicono i primati nella loro lettera: ut fiant nobis) il corpo e il sangue del Cristo, ma non già cessando di essere pane e vino, ma soltanto perché, pur «rimanendo pane e vino», diventino «in qualche modo», né chiaro né definito, anche corpo e sangue. Lo stesso sacrificio della Croce non viene offerto ma «proposto» al Padre, come un modo di impetrazione e di perdono, e rappresentato alla stregua di una commemorazione dell'unico sacrificio reale e mai più ripetuto dal Cristo, sacerdote unico ed eterno.

La dottrina cattolica è invece ben altrimenti precisa, come tutti sanno: i «munera oblata», cioè le offerte del pane e del vino si transustanziano nella realtà del Corpo e del Sangue del Signore; il sacrificio di lodi e di ringraziamenti accompagna il mistero ed è valevole, e quindi accolto dal Padre, soltanto in virtù della sua aderenza al sacrificio di lode e di grazie offerto dal Cristo sul Calvario e rinnovato nella sua Presenza Reale quante volte viene nella consacrazione offerto al Padre, nella identità col sacrificio della Croce: il quale, quindi, né viene proposto o rappresentato, ma rinnovato coll'identico valore infinito insito nella passione e morte del Signore; infine il sacrificio di noi stessi non è significato dall'oblazione delle creature, il pane e il vino, ma valorizzato soltanto congiuntamente al sacrificio perfetto ed eterno del Cristo, sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec, il quale però ha detto ai suoi Apostoli: «Io mando voi, come il Padre ha mandato me».

E del resto, come potevano i primati esprimersi in qualche modo più preciso, se l'insegnamento della loro Chiesa è che «la Messa non è né un sacrificio di propiziazione, né un'azione di lode e di grazie a Dio accettevole e gradita, ma una orribile e detestabile cosa»? Ed ancora: «l'offerta e il sacrificio del Cristo nella Messa non già così è detto perché veramente il Cristo si offre, ma perché è solo la memoria e la rappresentazione del vero sacrificio»? E difatti i due prelati, posti nelle strettoie di tale esplicita dottrina, nella loro risposta che altro potevano sostenere, se non che «il sacrificio dell'eterno Sacerdote e quello della Chiesa sono in qualche modo (aliquo modo) la stessa cosa»? «Aliquo modo»? Tutto vago e incerto, parole e concetti, tutti balbettamenti di verità mal conosciute, di fronte alle certezze cattoliche in cui la dottrina è dichiarata senza ambagi, non «in qualche modo», ma come essa è.

Concludono, infine, i due prelati, che le due Chiese differiscono essenzialmente per una diversa interpretazione dei testi evangelici e più di tutto «nell'inveterato errore romano di sostituire un Capo visibile al posto del Capo invisibile, il Cristo». La quale ragione ha stupito allora molti cattolici ed acattolici, essendo tutti d'accordo che il primato giurisdizionale non porta alcuna sostituzione di persona al Cristo e che il Papa, pur essendo capo e responsabile della Chiesa, lo è per delegazione, come può esserlo qualunque dipendente verso il proprio principale.

Come era da attendersi, la risposta dei due primati accontentò nessuno: giudicavano gli uni troppo ampie le transazioni, i ritualisti troppo protestantica la dottrina esposta, gli elementi della Chiesa larga e bassa troppo filo-cattolica; gli uni e gli altri però erano d'accordo nel rifiutare il magistero pontificio e nel volere conservata l'individuale libertà di interpretazione delle Sacre Scritture.

Passati i primi commenti, incominciarono le manifestazioni in decisa opposizione colle idee espresse dai due primati. Il Dr. Taylor, arcidiacono di Liverpool, dichiara che avrebbe preferito un dignitoso silenzio alla lettera episcopale, la quale elude tutte le questioni, ed anzi egli non dubita di dichiarare «oscura» la dottrina esposta dai due prelati sull'Eucaristia, tanto da prevedere che «sarà rigettata da migliaia di anglicani». E il vescovo anglicano di Sodor, scrivendo al capitano Cobhan, il 1° maggio 1897, gli dice di respingere da sé qualunque responsabilità, perché la lettera degli arcivescovi va considerata soltanto alla stregua di una qualunque opinione privata. E il Dr. Courtenay, già vescovo anglicano di Kingston, il 10 aprile dello stesso anno, scrive apertamente che il termine «sacrificio» è usato dai due arcivescovi con «ambiguità intenzionale».

E si potrebbe continuare a lungo nel riferire le testimonianze del tempo, di parte anglicana, a conferma che la lettera di risposta rappresentò davvero poco più di una opinione privata, e venne giudicata generalmente debole e incerta, come la dottrina che voleva difendere.

La discussione sulle Ordinazioni anglicane non si calmò tanto presto, ché anzi diede origine ad una quantità di nuovi studi in Inghilterra e fuori, segnando certamente un punto fermo per cattolici e anglicani: essa, anzi, parve segnare la conclusione dei primi 50 anni di quei grandi rivolgimenti spirituali che siamo venuti narrando.

I «Tracts» (1), il ritualismo, la tendenza filo-cattolica di molti anglicani, mista di sentimentalismo, di bisogno di maggiore espansione interiore ed esteriore, i pregiudizi attutiti ma ancora radicati più che non si creda, la scarsa conoscenza della condotta lineare della Chiesa romana e delle imperiose necessità della verità, l'abitudine al compromesso in nome della «comprensione reciproca», la bontà e la semplicità degli uni, l'impreparazione in molti, le illusioni negli altri, la stessa urgenza dei rimedi, mentre la civilità diventa ogni giorno più pagana, edonistica, ateista, furono tutti stimoli potenti a fa credere allora possibile, anzi quasi facile, ciò che era ed è enormemente difficile.

Anche nella parte cattolica non mancarono allora (e non mancano oggi) i faciloni, coloro che pensano tutto potersi superare con un po' di buona volontà e che il venir incontro all'avversario è buona tattica. Ed anche vi furono nei due campi anime ardenti, tutte prese dalla bellezza di una speranza così grande ed avvincente da perdere di vista i punti fissi della questione e le stesse difficoltà; anime tutto amore, esenti dallo spirito critico, incapaci di vedere che i diritti della verità sono superiori allo stesso bene sperato.

E infine è d'uopo non dimenticare che le vie della Grazia e delle illuminazioni dello Spirito non sono da trattarsi a modo di negozio, né raggiungibili coll'ingegno e la prudenza umana, e neppure foggiate da dotte prudenti combinazioni, ma sempre rimangono il mistero di Dio, in suo esclusivo dominio in quanto al tempo e al modo.

(fine)


Nihil obstat.
Brixiae, 31 dec. 1934.
Sac. Paulus Guerrini.

Imprimatur.
Brixiae, 31 dec. 1934.
Can. Ernestus Pasini, Pro-vicarius generalis.


(1) Studi o trattati su vari punti di dottrina, che furono all'origine del movimento di Oxford prima e della conversione di molti suoi esponenti al cattolicesimo poi (n.d.r.).

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