martedì 2 marzo 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (quarta parte)



Prima parte

Seconda parte

Terza parte


Abolito il rito romano e la lingua latina, la regina si era preoccupata di nominare alla sede di Canterbury una sua creatura; scelse Matteo Parker, già cappellano eretico di sua madre. Però non trovava vescovi che volessero saperne di consacrarlo, nemmeno lo spergiuro Kitchen, essendo Parker troppo noto per le sue idee antisacramentali ed avanzate. Dovette allora ricorrere a Coverdale e ad altri tre ex frati, fatti vescovi da Crammer secondo il nuovo rito: i consecranti furono dunque Barlow, Scory e Hodgkins.

La situazione individuale di costoro era assai diversa. La consacrazione di Barlow è incertissima, non trovandosi alcun documento che ricordi come essa sia avvenuta, se pure è avvenuta; Scory e Coverdale erano stati consacrati in base all'«Ordinale» di Edoardo VI; Hodgkins era invece stato consacrato seguendo il Pontificale Romano e quindi lo era validamente. In quanto a Parker, si sa con certezza che egli fu consacrato da Barlow seguendo l'«Ordinale», assistendovi gli altri tre per l'imposizione delle mani e pronunciando tutti assieme la formula anglicana: «Accipe Spiritum Sanctum ac memento ut exsuscites gratiam Dei, quae in te est, sed virtutis et charitatis et sobrietatis». Parker, alla sua volta, consacrò coll'«Ordinale» tutti i nuovi vescovi anglicani e costoro successivamente gli altri, fino ai giorni nostri.

Però gli anglicani stessi erano ben poco persuasi della formula consecratoria tanto indeterminata del loro «Ordinale», e i loro dubbi portarono infatti ad una revisione del testo nel 1662 e all'adozione di una modifica quanto mai importante, e cioè «accipe Spiritum Sanctum» coll'aggiunta specifica «in officium et opus Episcopi in Ecclesia Dei» ecc.

Però se quella formula, benché non ancora del tutto regolare, poteva ormai apparire sufficiente, ciò avveniva dopo 103 anni dalla consacrazione invalida di Parker, né poteva rimediare alle invalidità delle successive consacrazioni, dato che nel 1662 non vi era più alcun vescovo vivente che fosse stato validamente consacrato. Quindi la successione apostolica era veramente e totalmente interrotta.

Pertanto anche quelli consacrati dopo il 1662 non lo erano meno invalidamente degli altri, perché, come nota la Lettera Apostolica di Leone XIII, «eadem adiectio, si forte quidem legitimam significationem apponere formae posset, serius est inducta, elapso enim saeculo post receptum Ordinalem eduardianum, quum propterea, Hyerarchia extincta, potestas ordinandi iam nulla esset» (1).

L'esame delle consacrazioni dei primi vescovi avvenute al tempo di Elisabetta ha pure rivelato delle grandi oscurità; tutto fa indurre che esse avvennero alla chetichella, non volendosi da una parte allarmare i cattolici e dar motivo alle loro proteste, le quali avrebbero messo in evidenza le enormità che succedevano, e dall'altra esasperare le fazioni, già anche troppo facinorose. Da tale mistero l'origine di una quantità di favole e di leggende, di cui quella più celebre è la «fabula tabernaria», secondo la quale Parker sarebbe stato consacrato di notte in una taverna, da vescovi senza insegne e con cerimonie strane.

Ma il difetto delle ordinazioni anglicane non era soltanto d'indole cronologica o in lacune rituali gravissime; la Lettera Apostolica ne ricercava ragioni più profonde, nella carenza, cioè, dell'intenzione, la quale deve concorrere col rito a fare ciò che la Chiesa intende fare; e ciò collo scopo di provare e dimostrare agli anglicani che non solamente tale intenzione non vi fu, ma ve ne fu una del tutto contraria: quella cioè di non fare ciò che la Chiesa cattolica intende generalmente fare.

Quindi difetto di forma e di intenzione. Per la chiara intelligenza di cotesta non facile materia, ritengo sia necessario ricordare al lettore che nel rito di tutti i sacramenti vi sono due parti nettamente distinte: il cerimoniale, che può essere mutabile nel tempo ed è diverso a seconda delle varie Chiese, perché non è parte essenziale al compiersi del sacramento; un'altra parte, invece, è essenziale ed immutabile, costituita alla sua volta dai due elementi di materia e forma: la materia è la cosa sensibile di cui si fa uso per significare il sacramento, per esempio l'acqua nel battesimo, la forma consiste nelle parole colle quali si eleva la cosa sensibile alla funzione spirituale di segno pratico della grazia, e sono atte quindi a produrre un determinato effetto interiore e spirituale. Dice S. Agostino scultoriamente: «Si aggiunge la parola all'elemento (materiale) e ne nasce il sacramento».

Quindi è evidente che le parole sacramentali non devono esser vaghe e imprecise, ma devono avere un significato ben determinato, che, congiunto ad una data materia sensibile, costituisca un segno pratico e tangibile che il sacramento è compiuto; da ciò ne viene che ogni sacramento deve avere una forma tutta propria, ed anche una materia distinta e particolarmente opportuna.

Ora, nel sacramento dell'Ordine la materia, per costante tradizione da tutti accettata, anglicani compresi, sta nel fatto della imposizione delle mani, la quale viene impiegata in tutti e tre i gradi dell'Ordine: diaconato, presbiterato ed episcopato; perciò occorre che sia accompagnata da parole di differenziazione, significanti particolarmente il carisma donato e la potestà trasmessa, per cui la potestà conferita è piuttosto l'una che l'altra.

Quando tale determinazione non si verifica, sorge il difetto di forma, che è appunto la grave lacuna lamentata nell'«Ordinale» edoardiano, e ciò proprio contrariamente alle consuetudini di tutte le antiche liturgie sia latine che slave, paleoslave e delle altre Chiese autocefale d'Oriente.

In quanto al vizio d'intenzione, esso non è meno evidente, prescrivendosi dal Concilio di Trento che «se vi sia chi sostenga che nei ministri, nell'atto di conferire il sacramento, non sia necessaria l'intenzione di fare almeno ciò che la Chiesa intende di fare, sia anatema». Quindi l'intenzione è importantissima e gli stessi anglicani lo ammettono. La Chiesa poi la suppone senz'altro implicitamente nel ministro che faccia atti sacramentali, anche se egli ne è indegno e non si trovi in stato di grazia; donde la validità degli atti sacramentali nei ministri scismatici delle varie Chiese separate, che però abbiano conservata la successione apostolica.

Ma l'«Ordinale» edoardiano, scostandosi deliberatamente dal rito cattolico, fa uso di una forma incompleta e insolita, escludente la significazione cattolica, per cui il celebrante non può non essere conscio di non operare «almeno ciò che la Chiesa intende di fare».

Tutto ciò è poi aggravato dalle circostanze che accompagnarono la redazione dell'«Ordinale» e che precisano veramente quale fosse la mens dei riformatori: infatti i famosi «39 Articoli di Religione», carta fondamentale delle credenze della Chiesa stabilita, e che ogni ministro giura prima di accedere agli Ordini, sono espliciti. Dei sacramenti soltanto due sono ammessi: il Battesimo e la Cena; degli altri, la Confermazione seguitò ad essere praticata come una consuetudine ed un modo di immettere in un grado distinto del laicismo, il Matrimonio fu considerato come una benedizione nuziale, la Penitenza abolita del tutto e l'Estrema Unzione non altro che una pratica devozionale; e ciò col pretesto che gli uni originavano da una cattiva imitazione di atti compiuti dagli Apostoli, gli altri erano da considerarsi piuttosto stati di vita approvati nella Sacra Scrittura che sacramenti, onde in nessun modo potevano dirsi «istituiti da Dio», come il Battesimo e la Cena.

In quanto alla Messa, nessun anglicano può negare che nei «39 Articoli» si dichiari esplicitamente: «I sacrifici delle Messe, che si dicevano offerti dal sacerdote in remissione della pena o della colpa per i vivi o per i morti, sono finzioni blasfeme e perniciose imposture».

Quindi, fedele a tali premesse, l'«Ordinale» edoardiano aveva soppresso tutto ciò che potesse far supporre la realtà di tali «blasfeme imposture», come la consacrazione con i sacri olii, la consegna degli strumenti, e financo evitando i vocaboli di «sacerdozio, sacerdote, altare, sacrificio». Perciò è evidente che nella mente del riformatore non vi era affatto l'idea di fare dei veri sacerdoti mediante l'ordinazione, ridotta a mera cerimonia simbolica.

Gli anglicani di tutto ciò non potevano non essere convinti e consapevoli. Il vicario di Exton, infatti, nell'«Echo» scriveva proprio in quei giorni di così accese discussioni: «Noi non crediamo vi siano Ordini nel senso cattolico e consideriamo l'imposizione delle mani come una semplice e formale ammissione nel ministero di una denominazione qualunque. Nella Chiesa episcopale (anglicana) noi riceviamo l'ufficio di ministrare al popolo dall'ufficiale capo, il vescovo... Nella nostra Chiesa non esistono né vescovi, né sacerdoti, né sacrifici... Noi siamo soltanto ministri, come i nostri fratelli delle Chiese dissidenti (i protestanti)».

«Con la riforma - scrive un altro «clergyman» sul «The Rock» - i capi della Chiesa d'Inghilterra si separarono deliberatamente ed effettivamente dalla Chiesa di Roma, ripudiando il suo insegnamento sul sacerdozio e sull'episcopato, e perciò non ebbero mai, nell'ordinare, alcuna intenzione di conferire il sacerdozio, considerando il sacerdotalismo come ingiuria al sacerdozio di Cristo...».

E il vescovo anglicano di Liverpool, Dr. Ryle: «L'ecclesiastico della Chiesa romana è un vero prete, il cui principale ufficio è di offrire il sacrificio della Messa; per contro, l'ecclesiastico anglicano in nessun modo è prete: sebbene sia così chiamato, egli è soltanto un presbytero» (cioè un anziano).

L'arcidiacono di Liverpool, Dr. Taylor, aggiungeva: «È un fatto storico che dall'"Ordinale" del 1550 non solo fu esclusa per l'ordinazione la formula sacrificante "accipe potestatem offerre sacrificium", ma altresì ogni traccia dell'idea di sacrificio e di sacerdozio; è vero che vi è conservata la parola "prete", ma le funzioni e le manifestazioni proprie del prete sono svanite».

E tante altre ragioni profondamente liturgiche e sostanzialmente teologiche sarebbero da aggiungersi, se non esulassero dai limiti che ci siamo imposti e che del resto il lettore sollecito può facilmente trovare nella notissima lettera leoniana.

Non sono però da omettersi i giudizi e la pratica della Santa Sede all'epoca della Riforma, quando tanti elementi ora mal noti erano nel dominio di tutti e quindi facilmente sindacabili.

Tra le varie facoltà del Card. Polo, Legato di Giulio III, vi era quella di «riabilitare» o semplicemente di «abilitare» al sacro ministero gli ecclesiastici che lo avevano esercitato al tempo dello scisma di Enrico e dell'eresia di Edoardo; la riabilitazione riguardava soltanto coloro che, caduti nell'errore, erano però stati validamente ordinati; l'abilitazione invece serviva a quelli che non lo erano stati «per non essere stata osservata la consueta forma della Chiesa». Costoro, «se degni ed idonei», dovevano dai propri vescovi «essere promossi agli Ordini sacri e al presbiterato», cioè dovevano essere riordinati, perché considerati tuttora laici.

Un altro dato di fatto conferma tale modo di procedere. La regina Maria, nel 1555, aveva spedito a Paolo V un'ambasciata composta dal vescovo di Thirbly e da due gentiluomini per appianare tutte le divergenze in corso e domandare la «conferma della dispensa per le ordinazioni e le promozioni di ecclesiastici, sia secolari che regolari, i quali, durante lo scisma, le avevano ottenute con nullità (cioè invalidamente)». Segno, essere notoria in quel tempo la posizione di tali presunti ecclesiastici. Difatti nell'Archivio Vaticano esistono tuttora le relazioni comprovanti che in quell'occasione l'ambasciatore aveva sottoposto l'«Ordinale» all'esame della Santa Sede, appunto a prova della necessità di tale dispensa.

Fu infatti in base alle concessioni romane che la regina dispose testualmente: «In quanto a coloro che già furono promossi a qualche Ordine secondo il modo di ordinare novellamente fabbricato, considerando che veramente e di fatto non furono ordinati, il vescovo diocesano, se idonei e capaci, può sopperire a ciò che ad essi è mancato prima». Alla sua volta il Cardinale Polo, appena giunto in Inghilterra, aveva decretato che coloro i quali «male Ordines susceperunt» venissero riordinati, perché «non servata forma et intentione Ecclesiae», e Paolo IV alla sua volta conferma tutte le decisioni del suo Legato, facendo propri gli stessi decreti del grande Cardinale.

Senonché, giunta la bolla di Paolo IV e pubblicatala in Inghilterra il 22 settembre 1555, sorse ancora un dubbio sui vescovi scismatici, e quindi se costoro dovessero ritenersi «rite et recte ordinati». Ma a tale dubbio il Papa stesso, con suo breve del 20 ottobre, rispose nettamente che «soltanto quei vescovi e arcivescovi ordinati e consacrati non secondo la forma della Chiesa, non possono essere considerati rettamente e validamente ordinati».

Inoltre, dell'attività del Card. Polo in quel senso la documentazione è amplissima, anche in una sua lettera ai sovrani inglesi del 24 dicembre 1557, in cui egli annunzia di aver già dispensato e di essere disposto a dispensare ancora coloro i quali per difetto di giurisdizione (cioè per causa della supremazia regale, come origine di potere) avevano ottenuti Ordini e benefici con nullità; in altra lettera al vescovo di Norwich del 29 gennaio 1555, insieme con altre facoltà, elargisce a quel vescovo anche quella di accettare le ordinazioni degli ecclesiastici già ordinati da vescovi scismatici, purché avvenute secondo il rito cattolico, cioè «Ecclesiae forma et intentione servata»; che invece gli ordinati secondo l'«Ordinale» dovessero considerarsi nulli e quindi gli ecclesiastici in parola doversi riordinare.

Ma quale fosse la mente della Santa Sede in quei frangenti e in quegli anni appare non meno esplicita dalle domande alle quali gli ecclesiastici erano tenuti a rispondere, tra le altre, per essere riabilitati o abilitati, se cioè fossero stati ordinati otto anni prima, in quanto avanti il 1547, vigendo il Pontificale Romano, nessun dubbio potea esservi sulla validità delle ordinazioni.

La regina Maria seguì fedelmente le disposizioni apostoliche, dimettendo dalle loro sedi tutti i vescovi ordinati col rituale edoardiano e ciò con regolare processo di cui esistono tuttora gli atti. Del Dr. Taylor per esempio si legge «privato per nullità di consacrazione», e di Harley «deposto per matrimonio, eresia e nullità di consacrazione», ecc.

A tutte coteste prove della continuità di indirizzo seguita dalla corte romana si può aggiungere che fin dal principio furono riordinati ex novo, quasi fossero laici, quei vescovi e sacerdoti che tornavano dall'anglicanesimo alla fede romana e desideravano entrare negli Ordini sacri. Di tali casi soltanto dal 1555 al 1558 ben 14 vengono ricordati dai registri episcopali inglesi di quel tempo, senza calcolare quelli numerosi avvenuti fuori, in Francia, nelle Fiandre e in Roma stessa.

Quindi la Lettera leoniana non lasciava nessun punto controverso, e la documentazione ne era amplissima; ed infatti l'eco da essa suscitata in Inghilterra fu enorme.

(segue)


(1) «
Quell'aggiunta, ammesso che possa conferire alla forma un significato legittimo, fu introdotta troppo tardi, un secolo dopo l'adozione dell'Ordinale edoardiano, quando ormai, estintasi la gerarchia, non vi era più alcun potere di conferire le ordinazioni» (n.d.r.).

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