lunedì 22 marzo 2010

Cremona: un coro nuovo per una tradizione antica e perenne

Dopo il terremoto in cattedrale che ha visto le dimissioni dell'intera Cappella Musicale, il Maestro Rampi annuncia la nascita di una nuova corale per proseguire, altrove, il cammino interrotto.



Gentile Sandro Magister,

torno a farmi vivo per aggiornarla sulle vicende liturgico-musicali cremonesi. Alle dimissioni mie e dell’intero complesso corale, ad inizio gennaio, è seguita la nascita del nuovo “Coro Sicardo di Cremona”, formato in pratica dalle stesse 45 persone che formavano la Cappella Musicale della Cattedrale. Prende corpo, dunque, un nuovo progetto che mira all’essenziale: ricollocare il canto gregoriano e la polifonia classica in particolare, nella sede propria della celebrazione liturgica.

È paradossale che tutto ciò possa costituire una notizia: dovrebbe essere normale che un coro nato per servire il culto divino studi seriamente il canto gregoriano e la polifonia per poi cercare di eseguirli al meglio all’interno della liturgia. Dovrebbe essere normale, anche se molto impegnativo, seguire ciò che da secoli dice la Chiesa, ciò che oggi ripete il papa, ciò che la Tradizione ha costruito con il meglio dell’arte musicale in risposta ad un insopprimibile anelito alla Bellezza, da sempre intesa come irradiazione della Verità.

La musica cattolica dovrebbe trovare normale collocazione nella Chiesa cattolica, come dovrebbe essere ritenuto normale investire le migliori energie per rendere dignitosa e credibile la componente sonora del rito. La professionalità, la passione, lo studio serio, la venerazione per l’immenso patrimonio che i secoli ci hanno consegnato, dovrebbero essere i normali presupposti per ragionare di musica in ambito ecclesiale.

Dovrebbe essere altresì normale, alla fine, lasciare all’eloquenza dei fatti, alla loro “forza persuasiva” l’ultima parola, con il presupposto che la mediocrità artistica – e in particolar modo la mediocrità esecutiva – rende insostenibili anche le buone idee, con la consapevolezza che la pertinenza e lo spessore culturale della proposta della Chiesa fiorisca solo da riflessioni alte, da scelte coraggiose, da professionalità valorizzate e sostenute con convinzione e benevolenza.

Ma purtroppo non è così. Se è vero che la sfida di sempre è la ricomposizione di un apparente paradosso chiamato “nova et vetera”, è pur vero che la qualità della risposta a tale esigenza radicale dà la misura e la sostanza della corrispondente riflessione ecclesiale.

A proposito di “vetera”. Si è mai ragionato seriamente, nella Chiesa, del canto gregoriano dopo l’ultimo Concilio? Ci si è mai chiesti a che punto è la ricerca sulle antiche fonti manoscritte? Lo studio sul canto gregoriano ha raggiunto profondità e vette inesplorate, inimmaginabili solo mezzo secolo fa. È stata compiuta un’operazione che Benedetto XVI (citando San Bonaventura, a lui caro) amerebbe chiamare “ablatio”: si è ritrovata cioè l’originale natura del canto proprio della Chiesa, la sua forza espressiva, il suo farsi esegesi sonora del testo sacro in ambito celebrativo. E cos’è il gregoriano se non la forma sonora della Parola secondo la tradizione esegetica della Chiesa? Il mondo musicologico, un po’ come hanno fatto più di un secolo fa i monaci di Solesmes, ha riconsegnato alla Chiesa il suo tesoro dopo una nuova e accurata pulitura: un tesoro ancor più enorme, splendente, di valore perenne, inestimabile, di una nuova e sorprendente ricchezza. La Chiesa ne è legittima proprietaria perché sua è la “spiegazione” del testo sacro, che nel gregoriano si è fatta “suono della Parola”; ma il tesoro è ancora lì come un pacco ingombrante da restituire al mittente. È meglio non aprirlo mai, quel pacco, perché chissà mai che contenga un esplosivo che manda in frantumi le false interpretazioni della “partecipazione attiva” dell’assemblea. Quel pacco è un grande dono, ma siccome è anche un pericolo, è meglio davvero non aprirlo. A che serve, mi domando, la difesa d’ufficio del canto gregoriano, se poi non lo si studia, lo si esegue poco e male e lo si fa oggetto di luoghi comuni e di giudizi sommari?

A proposito di “nova”. Sulle novità musicali post-conciliari sarà bene sorvolare per non farsi troppo male, anche perché la realtà di oggi è sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti. Ma una riflessione veramente “nuova” è mai stata portata avanti? Qual è, in buona sostanza, il progetto musicale per la liturgia di oggi? Pensiamo davvero che tutto si risolva con un repertorio nazionale di canti assembleari o con proposte lasciate alla libera, seppur encomiabile iniziativa di questa o quella diocesi, di questo o quel musicista, di questo o quell’ufficio liturgico? Finirà mai il tempo delle canzonette melense (con tanto di versione polifonica) e del diluvio di ritornelli facili che tutti imparano all’istante? Ci si è mai chiesti cosa pensano i grandi musicisti della musica che oggi si fa in chiesa? Perché la Chiesa non si accorge che, ad esempio, ci sono centinaia di classi di composizione nei conservatori italiani con docenti e allievi di riconosciuta dottrina e arte musicale? La nuova musica per la liturgia, una volta poste le basi solide, veramente solide, della grande lezione del passato, perché non apre la porta, scegliendo il meglio, a forme e linguaggi nuovi, a professionisti (religiosi o laici che siano) in grado di mettersi a servizio della Chiesa interpretandone con arte e originalità le precise e ferme istanze liturgiche? E che investimento di risorse e di energie è in atto nella Chiesa – concretamente, al di là di molte parole e buone intenzioni – sull’arte musicale a servizio della liturgia?

“Nova et vetera”: un rischio, certo, una sfida impegnativa e “pericolosa” che mette in gioco idee, riflessioni nuove, carismi e che presuppone fiducia nella “comunione di competenze” e coraggio nel volerci provare.

Mi sembra che tutto questo, oggi, non sia all’ordine del giorno nella riflessione ecclesiale. Dunque anch’io, come molti altri, cerco di dare una piccola testimonianza, dove è possibile, attraverso il servizio liturgico del nuovo “Coro Sicardo di Cremona” nel segno del canto gregoriano e della polifonia classica. In attesa di tempi migliori.

Cremona, 19 marzo 2010

Fulvio Rampi


Fonte Settimo Cielo

5 commenti:

Annibale Zoilo ha detto...

ma il vescovo in tutta questa storia, possibile che non abbia nulla da dire? Ma a che punto di sfacelo sono arrivate le gerarchie della Chiesa?

Anonimo ha detto...

A questioni e puntualizzazioni precise è difficile sfuggire, dunque il silenzio; condotta molto clericale e un po' arrogante che attende solo che alla fine il M° Rampi si cheterà, tutti dimenticheranno il caso e in cattedrale si sviteranno le lampadine cantando un allegro ritornello....
In più aggiungo: in molti studiosi e praticanti il canto gregoriano è invalsa la convinzione che il contatto con le fonti, la filologia musicale, le varie grafie dei nèumi sia un percorso da tener ben discosto dalla interiorizzazione spirituale. Mi spiego: conosco buoni musicisti, ottimi cantori che per un blocco mentale non riescono a percepire il valore spirituale della musica che praticano evitando quasi sistematicamente una proposta liturgica del loro lavoro se non in contesti episodici o eccezionali. Certo vedere quanto occorso al M° Rampi scoraggia, ma a non considerare il "gregoriano" un oggetto da museo devono essere per primi proprio i musicisti...
L.Moscardò

Anonimo ha detto...

Mi pare che le riflessioni del m.o Rampi evidenzino un atteggiamento (di sostanziale chiusura mentale e culturale) assai diffuso in certi ambienti: il timore della dimostrazione fattuale che si può partecipare attivamente al culto divino anche senza le nuove forme liturgiche e le musiche che ordinariamente le accompagnano; e, così, che il castello ideologico costruito su tale premessa possa crollare.
ms

Anonimo ha detto...

Devo coreggere il mio precedente intervento: non intendevo dire "su tale premessa", ma "sulla premessa contraria".
Chiedo scusa,
ms

Anonimo ha detto...

"correggere", non "coreggere": oggi è meglio che lasci perdere!
ms