mercoledì 24 febbraio 2010

Una risposta dell'Ecclesia Dei sui riti propri degli Ordini religiosi


di Daniele Di Sorco


Il blog The Barque of Peter ha pubblicato un'importante risposta della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, datata 15 ottobre 2009 ma resa nota soltanto ora, sulla possibilità di celebrare secondo i riti propri di alcuni Ordini religiosi. Eccone il testo:



Per capire la portata di questo provvedimento non sarà inutile fare un riassunto dello status quaestionis e fornire qualche informazione in più sui riti che fino alla riforma liturgica venivano usati da alcuni Ordini religiosi al posto del rito romano.


Due interpretazioni circa l'estensione del motu proprio.

Dopo la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum, si diffusero, circa l'estensione del documento, due diverse interpretazioni. La prima, che potremmo definire larga, sosteneva che le norme contenute nella lettera pontificia riguardavano tutti i riti latini: non soltanto il romano, quindi, ma anche il mozarabico, il lionese, il bracarense, l'ambrosiano e i riti degli Ordini religiosi. Il Papa avrebbe fatto esplicito riferimento solo al rito romano per ragioni di opportunità nei confronti degli altri capo-rito e per non affrontare quelle difficoltà di ordine pratico che sarebbero scaturite da una menzione degli altri riti: non bisogna dimenticare, infatti, che alcuni di essi furono completamente abbandonati dopo la riforma liturgica. La seconda interpretazione, più stretta, era a favore di un'esegesi letterale del documento: poiché esso parla unicamente del rito romano, non è lecito, in mancanza di ulteriori provvedimenti, estenderne l'effetto agli altri riti latini.

Sembra che ora l'Ecclesia Dei abbia voluto chiarire, almeno parzialmente, il problema, esprimendosi a favore della seconda ipotesi. La risposta sopra riportata, infatti, subordina la possibilità di celebrare la forma antica dei riti religiosi all'autorizzazione dei Superiori dell'Ordine. Di ciò, a dire il vero, non dobbiamo stupirci più di tanto. I riti diversi dal romano sono sempre stati retti da un diritto particolare, sul quale la Santa Sede esercitava un'autorità più di controllo che di comando. In ogni caso, le decisioni venivano sempre prese di comune accordo col capo del rito, cioè con l'Ordinario del luogo per quanto riguarda i riti delle sedi primaziali (ambrosiano, lionese, bracarense e mozarabico) e col Superiore religioso per quanto riguarda i riti propri degli Ordini. Sarebbe quindi impensabile che il Papa procedesse di propria sola iniziativa. D'altra parte, considerata la situazione odierna, che vede ancora una grande ostilità nei confronti dell'antica liturgica, è lecito auspicare che la Santa Sede trovi, prima o poi, il modo di liberalizzare anche questi antichi e venerandi riti, che costituiscono, insieme al rito romano, il grande patrimonio della liturgia latina.


I riti propri degli Ordini religiosi.

Ma che cosa sono i riti degli Ordini religiosi? E soprattutto, quali Ordini avevano un rito proprio?

Non tutti i riti usati dai membri degli Istituti regolari possono essere definiti religiosi, e non tutti i religiosi hanno un rito proprio. Per "rito religioso" si intende propriamente un rito latino, in uso presso un particolare Ordine, che ha cerimonie e testi dell'Ordinario propri, diversi, cioè, dal rito romano. Se le variazioni riguardano solo il calendario e il Proprio non si può parlare di rito religioso. Com'è noto, infatti, le rubriche del rito romano prevedono esplicitamente l'integrazione delle feste universali con le feste locali delle diocesi, dei luoghi, degli Istituti. Perché un rito possa essere definito proprio, è indispensabile, dunque, che abbia un Ordinario (della Messa o dell'Ufficio) diverso da tutti gli altri riti.

Fatte queste debite precisazioni, vediamo ora quali Ordini seguivano, prima della riforma liturgica, un rito diverso dal romano.

I Domenicani, i Carmelitani dell'Antica Osservanza (calzati), i Certosini e i Premostratensi avevano un rito proprio sia nella Messa che nell'Ufficio. Della Messa carmelitana ci siamo occupati qualche tempo fa in questo intervento.

I Benedettini, i Cistercensi e i Trappisti, nonché le Monache di Santa Brigida, avevano un rito proprio solo nell'Ufficio, mentre nella Messa si attenevano al rito romano (dopo le riforme del XVII secolo, le differenze tra il Messale cistercense e il Messale romano non sono più significative).

Tutti gli altri Ordini, compresi i Carmelitani riformati o scalzi, seguivano il rito romano, salvo l'aggiunta, nel Confiteor, del nome del proprio Santo fondatore.

Alcuni siti internet hanno parlato di rito proprio anche per i Francescani e i Serviti. In realtà entrambi gli Istituti, fin dalla loro fondazione, si sono attenuti alla liturgia della Chiesa romana. L'equivoco può essere stato ingenerato dalla consuetudine dei Francescani (seguita, in passato, da molti altri Ordini) di stampare un'edizione particolare dei libri liturgici romani, che comprendeva il loro abbondante santorale. Tali libri sono definiti romano-serafici. Ma, come abbiamo visto, l'aggiunta delle feste proprie dell'Istituto non implica l'utilizzo di un rito diverso.


Qualche indicazione pratica.

Da queste considerazioni, si possono trarre alcune importanti conseguenze per quanto riguarda l'uso della forma antica da parte dei membri degli Ordini religiosi.

1) Tutti i religiosi possono, a norma del motu proprio Summorum Pontificum, recitare il Breviario e celebrare la Messa secondo il rito romano antico, seguendo, come le rubriche prescrivono, il calendario e le feste proprie del relativo Istituto.

2) I Domenicani, i Carmelitani calzati, i Certosini e i Premostratensi che intendono recitare l'Ufficio o celebrare la Messa secondo il rito proprio dell'Ordine, devono chiederne l'autorizzazione al proprio Superiore maggiore, che, in genere, è il Superiore generale per tutto l'Ordine e il Superiore provinciale per la singola provincia. Per quanto riguarda il rito domenicano, si consulti il dettagliato contributo di P. Agostino Thompson O.P., che pubblicammo qualche tempo fa.

3) La stessa cosa devono fare i Benedettini, i Cistercensi e i Trappisti che intendono recitare l'Ufficio secondo il Breviario monastico. Per quanto riguarda la Messa, invece, non necessitano di alcuna autorizzazione, perché si tratta, come abbiamo visto, di rito romano.

4) Le edizioni speciali dei libri liturgici romani, come il Breviario o il Messale romano-serafico, possono essere utilizzate dai membri del relativo Ordine (e dai sacerdoti secolari che, in alcune circostanze, ne hanno il privilegio, come i terziari) senza bisogno di alcuna autorizzazione.

10 commenti:

M. Ph. ha detto...

Complimenti, caro Daniele, per questo intervento, come sempre chiarissimo ed ineccepibile.

M. Ph.

Ale ha detto...

Pongo una domanda: alla luce di questa "chiarificazione", potrebbe un sacerdote non appartenente ad un ordine con rito proprio (domenicani, certosini etc...) celebrare secondo questi riti?
Si potrebbe obiettare dicendo che esistono già esempi di tale situazione come la fraternità di Chemere che pratica il rito domenicano, ma lì è una situazione che un tempo non era in comunione con la Chiesa ed è stata poi regolarizzata: si potrebbe intendere quindi come una deroga.
Ma nel caso di un sacerdote diocesano? E se (per ipotesi) si fondasse ex novo una comunità legata a qualcuna di queste tradizioni/carismi che chiedesse di celebrare secondo qualcuno di questi riti: dovrebbe chiedere il permesso? E a chi?
Sono solo domande in via ipotetica, però la risposta sarebbe interessante per capire un eventuale scenario futuro.

Anonimo ha detto...

Bellissimo studio caro Daniele!
Stando alle tue informazioni dove si può assistere alla Messa nel rito domenicano ?
Grazie per questi tuoi studi che metti a disposizione di tutti noi !
Andrea Carradori

Daniele ha detto...

Salvo privilegi particolari, un sacerdote secolare non può usare il rito proprio di un Ordine religioso.

Le eccezioni riguardano soprattutto i terziari. Secondo P. Thompson (art. cit.), i sacerdoti appartenenti al terz'ordine di S. Domenico avevano la facoltà di adoperare, nella recita privata, il Breviario dell'Ordine. È probabile che il privilegio non si estendesse alla Messa: in ogni caso, doveva riguardare soltanto la celebrazione privata, perché in quella pubblica il sacerdote era tenuto ad osservare rito e il calendario della propria Chiesa.

Nulla esclude, invece, che una nuova comunità religiosa, di diritto diocesano o pontificio, chieda di adottare per i suoi membri il rito proprio di un Ordine religioso al quale è particolarmente legata in virtù del proprio carisma. L'autorizzazione, in questo caso, spetta soltanto alla Santa Sede, che ragionevolmente procederà dopo aver sentito il parere del capo-rito.

Daniele ha detto...

In Italia non mi risulta che la Messa domenicana si celebri da nessuna parte.

In America, invece, si assiste a un vero e proprio risveglio di questo rito.

Si veda, in proposito, l'ottimo blog http://dominican-liturgy.blogspot.com/

Anonimo ha detto...

Quale studioso dell'antico Ordine Certosino, che contrariamente a quanto sostengono molti storici, non ha assunto nè si ispira alla Regola di San Benedetto, ma alle Consuetudini di Guigo II, priore generale dell'Ordine; la liturgia dell'Ordine è rimasta pressochè invariata fin dalla fondazione stessa del primo eremo-cenobio certosino sulle alpi del Delfinato, in diocesi di Grenoble. Non mi pare che attualmente le comunità certosine debbano ricorrere al parere del proprio superiore generale per adottare la "liturgia antica dell'Ordine". Non vi è necessità di farlo perchè, ripeto, i certosini sono gli unici, tra gli Ordini monastici, ad essere rimasti fedeli alla propria liturgia organizzata e finalizzata alla loro stessa vita di clausura eremitica-cenobitica. Direi proprio che tale liturgia certosina è il dna dell'Ordine stesso sia per quanto riguarda il loro Ordo Missae e sia per l'Ufficiatura del coro. Può capitare di assistere ad una messa celebrata solo la domenica nelle cappelle "esterne" di una certosa, in tal caso il monaco di turno celebra con il messale romano nel N.O.
Prima della riforma, si celebrava, in detta cappella esterna, con il Messale Tridentino, che ha molte parti in comune con il Messale certosino.
Purtroppo i venticelli della riforma bugniniana sono penetrati anche nelle Certose, si hanno così le concelebrazioni (che il Rito certosino non prevede e non conosce) e, in alcune certose, si celebra verso il coro monastico (si imita alla buona ciò che si fa con il N.O. del Rito romano), ma non vi è necessità di un tale cambiamento perchè la messa certosina è rigidamente destinata ai monaci, non vi è presenza di fedeli laici, lo vietano i loro Statuti. A mio avviso, l'actuosa partecipatio suggerita dalla SC, non riguarda questo Ordine eremitico-cenobitico, il quale per via del suo genere di vita di clausura stretta, ha da circa 900 anni una propria liturgia. Direi proprio che se i Certosini decidessero un giorno di adottare il Rito romano o nella forma straordinaria o nel N.O. montiniano: perderebbero la propria identità, il proprio carisma, la ragione stessa della loro esistenza nel cuore della Chiesa.

Caterina63 ha detto...

al collegamento posto da Daniele, anche in Inghilterra lo studentato domenicano si è avviato da tempo per la Messa antica:
http://www.oriensforum.com/index.php?topic=968.0

;-)

purtroppo in Italia nulla all'orizzonte...

Daniele ha detto...

Sottoscrivo le considerazioni dell'anonimo delle 9,55. Volendo approfondire la questione, lo pregherei di mandarmi un messaggio di posta elettronica all'indirizzo: niceno85@hotmail.it

Anonimo ha detto...

Vista la recente lettera indirizzata a un sacerdote svizzero-italiano sul rito ambrosiano (ossia che sarebbe incluso nel Motu proprio) non bisognerebbe forse più pertinentemente interpretare questa lettera solo per i riti degli Ordini (anziché per tutti i riti occidentali)? In sostanza ambrosiano, mozarabico, parigino, lionese ecc. inclusi nel Motu proprio, quelli degli Ordini invece soggetti al Superiore?

(in caso contrario ci troveremmo di fronte a decisioni della PCED in parte contraddittorie)

wozeurey ha detto...

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