lunedì 22 febbraio 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (terza parte)


Prima parte

Seconda parte


2. I motivi della invalidità.


La sentenza romana aveva dovuto risalire il corso della storia e rifarsi ai primi inizi della Riforma. Gli anglicani affermavano che le loro ordinazioni erano valide, per non essere mai venuta meno la successione apostolica, e che, pur ammesso di aver variate od anche omesse alcune condizioni liturgiche, le essenziali erano rimaste inalterate, per cui l'ordinazione doveva considerarsi «idonea», anche se non «determinata», come la voleva la bolla pontificia «Apostolicae curae» (14 settembre 1896). Doveva quindi la commissione dimostrare anzitutto che la successione apostolica era stata interrotta, ed in seguito che anche la formula sacramentale anglicana non era sufficiente al compiersi del sacramento: in fondo anche la sola dimostrazione storica sarebbe stata ragione più che sufficiente a concludere per l'invalidità.

Nel campo storico, toccato dai profondi studi della commissione, il primo fatto accertato fu che Enrico VIII, separandosi da Roma e proclamandosi capo della Chiesa inglese, non aveva variato il culto esistente, né aveva introdotto novità dottrinali, rimanendo sempre avverso alle infiltrazioni ereticali che incominciavano a verificarsi sotto l'influsso dei sovvertimenti religiosi dilanianti la Germania.

Dichiarata la propria supremazia, il re aveva affidato a Cromwell, semplice laico, il governo della Chiesa, col titolo di «Vicario Generale della Corona» per le cose spirituali. Alle sedi più cospicue, rimossi i vescovi fedeli a Roma, erano stati chiamati altri vescovi, debitamente ordinati, ma ligi alla Corona. È evidente che tali vescovi dovevano essere malfermi nella fede per accettare una situazione tanto irregolare; erano invero infetti di eresia luterana ed inclini al protestantesimo, sebbene cautelati e segreti, conoscendo gli umori del re.

Né la soppressione della supremazia pontificia era avvenuta senza grandi contrasti. La resistenza degli antichi Ordini monastici fu causa della loro soppressione e spogliazione in favore del re, dei suoi favoriti e di alcune grandi famiglie del regno, determinando un grande disorientamento nei cattolici e vasti spostamenti di interessi materiali e di clientele. Gli Ordini erano ricchissimi; il trapasso di tali ricchezze non poteva non determinare inconvenienti, accrescere appetiti, sopprimere fonti inesauste di beneficenza: occasionare, in una parola, reazioni, disordini e persecuzioni, che furono un ottimo ambiente per l'eresia venuta d'oltre mare.

Certo è che il Paese era in grande anarchia. Che fossero accadute «quaedam facinorosa, quaedam adhuc ploranda» ammisero due noti anglicani, mescolati in certi passi a Roma, i reverendi Lacey e Puller.

A cotesto periodo di profondi turbamenti, un altro ne succede. Morto re Enrico, durante la minorità di Edoardo VI, l'andamento della Chiesa, da scismatico che era, si muta in eretico per opera principale di Tommaso Crammer, arcivescovo di Canterbury, legittimamente ordinato, tutto invasato di spirito luterano ed antiromano.

Crammer aveva dovuto attendere la morte del re per operare i cambiamenti da lungo tempo meditati in segreto. Egli, coll'approvazione del parlamento, in gran parte guadagnato alla Riforma, cominciò coll'interdire il Messale e il Pontificale Romano (15 gennaio 1549), sostituendoli coll'«Officio della Comunione», tratto da testi riformati e da antiche pratiche liturgiche in uso; ed altre del tutto nuove ne prescrisse, contenute nell'«Ordinale» (1550), riformando completamente l'antica liturgia.

Crammer in tutti questi mutamenti aveva avuto essenzialmente di mira l'esclusione dalla nuova liturgia di qualunque riferimento al concetto di sacrificio e di sacerdozio: anzi, parendogli il nuovo «Ordinale» ancora troppo largo, nel 1552 ne promosse una revisione in senso ancora più riformato.

Nel nuovo «Ordinale», detto il «King's Book» o di Edoardo VI, i soli Ordini riconosciuti erano il diaconato, il presbiterato e l'episcopato; nei testi liturgici non si accenna ai poteri sacerdotali di consacrare e di offrire a Dio né si consacrano i candidati colle sacre unzioni, viene omessa la «traditio instrumentorum» (messale, calice, patena con l'ostia, ecc.). La stessa preghiera eucaristica (1), antichissima e comune a tutti i riti, colla quale si suole accompagnare l'imposizione delle mani, viene mutilata, separata dalla imposizione, ridotta ad una semplice preghiera di carattere preparatorio. Infine l'«Ordinale» evita a bello studio qualunque espressione indicante l'Ordine e quindi la potestà conferita.

Fu con tale «Ordinale» che durante il regno di Edoardo VI (1547-1553) vennero consacrati sei vescovi, e cioè i dottori Poynet, Hoopel, Coverdale, Scores, Taylor, Harley.

Ad Edoardo VI succede la regina Maria e si inizia un terzo periodo, di restaurazione cattolica, che va dal 1550 al 1558.

Il primo pensiero di Maria Tudor fu quello di ristabilire la religione cattolica nella quale era stata allevata e si era conservata, malgrado tante procelle, e per la quale sua madre, Caterina d'Aragona, aveva tanto sofferto. Ma la regina aveva un carattere assai violento e vendicativo, per cui non di raro si lasciò trascinare in repressioni feroci contro i riformati. Era, in fondo, la pena del taglione, in uso corrente a quei tempi, ma è certo che, mentre un'opera assidua ed oculata avrebbe grandemente giovato al ristabilimento del cattolicesimo, al quale le masse erano tuttora attaccatissime, la repressione non fece che continuare la guerra religiosa, attizzare rancori, favorire vendette personali, ladrerie e disordini.

Invano il Cardinale Legato aveva tentato di influire sulla regina per maggior prudenza. Le cose si complicarono ancor più al seguito del matrimonio spagnolo, contratto dalla regina con Filippo II re di Spagna e figlio di Carlo V imperatore romano. Matrimonio avversatissimo, perché spiaceva agli inglesi il re straniero, del quale era noto essere gli interessi dinastici e politici in contrasto con quelli del nuovo regno; i riformati temevano poi la reazione cattolica come quella che minacciava di spogliarli dei beni ecclesiastici mal tolti: per cui la questione meramente religiosa incominciò ad intorbidarsi di elementi politici, dando buon gioco, sotto colore di difesa nazionale, all'eresia e ai suoi partigiani. Londra e Roma apparivano termini antitetici. Pericolosissima situazione psicologica pel rinascente cattolicesimo.

Però, come Enrico VIII prima e Crammer poi avevano mutati i riti, colla stessa facilità Maria li aveva ristabiliti, tanto più che in Inghilterra una vera e propria questione religiosa non era ancora mai esistita: il popolo cattolico, la Riforma voluta soltanto da pochi potenti, specialmente interessati alla conservazione dello spoglio dei beni ecclesiastici.

Il Papa Giulio III aveva mandato alla regina, quale Legato, il famoso domenicano Reginaldo Card. Polo, uomo dottissimo, di santi e severi costumi, di grande misura e prudenza, e lo aveva munito dei più ampi poteri.

Nei primi tre anni del regno di Maria, il Legato si occupò della situazione creatasi negli anni precedenti nei confronti degli ordinati secondo l'«Ordinale», e fin da allora, in quattro espliciti documenti del 5 agosto 1553, 8 marzo 1554, 20 giugno e 30 ottobre 1555, tali ordinazioni si dichiaravano invalide e quindi da rifarsi. Il Cardinale, secondando la regina, provvide quindi a pubblicare gli inviti, a promettere salvacondotti e a procedere a nuove ordinazioni, delle quali molti casi si conoscono particolarmente.

Morta la regina Maria, in pieno sviluppo della restaurazione cattolica, si apre il quarto e più infausto periodo, quello elisabettiano.

Elisabetta, a parte i rancori personali verso la religione cattolica che ne considerava quale concubina la madre, Anna Boylen, e se stessa figlia illegittima, era cresciuta in un ambiente tutto permeato di idee eversive e riformiste, e soltanto per sfuggire a mali maggiori aveva dovuto per molti anni dissimulare e apparire cattolica. Però essa non tendeva all'eresia, ma, come il padre, avrebbe preferito dominare la Chiesa nazionale, lasciandone pressoché intatte le antiche parvenze: abolita la supremazia e il controllo romano, le era in fondo assai indifferente la parte rituale.

Ma, al di fuori della regina, altri elementi di tempo, di politica, d'ambiente influivano sul rivolgimento religioso dell'Inghilterra e sul suo distacco da Roma; né Roma stessa era sempre in grado di avere una esatta visione di un complesso così affannoso di elementi diversi, premuta come essa era dalla apostasia già consumata in Germania, dai pericoli mortali in cui la religione versava in Francia e dai turbamenti politici dell'Italia stessa.

Comunque, nel febbraio del 1559, appena tre mesi dopo la sua assunzione al trono, la regina, convocato il parlamento, risopprime il culto cattolico e ristabilisce l'«Ordinale» di Edoardo VI. Ciò fu lo stesso che dare la piena libertà agli audaci amici della Riforma, i quali in poco tempo trassero la regina ben oltre il suo pensiero e i suoi desideri, verso forme sempre più protestanti e calviniste, verso negazioni sempre più radicali.

La regina, destreggiandosi tra le varie correnti protestanti e la resistenza cattolica, altro non poté salvare che quell'ibridismo che è attualmente ancora la Chiesa stabilita, mezzo termine tra un cattolicesimo devastato e un protestantesimo soltanto in parte accettato.

All'atto delle nuove ordinanze elisabettiane, i vescovi cattolici, consacrati durante il regno di Maria, vennero sollecitati perché prestassero il giuramento già in vigore sotto Enrico VIII, rinnegando la giurisdizione e la supremazia pontificia. Ma, mentre sotto Enrico i vescovi cattolici avevano dato prove di grande codardia, di quelli sollecitati sotto Elisabetta solo uno, il vescovo Kitchen, fu apostata.

Dello stato della gerarchia di quel tempo sappiamo dal cardinal Morone che, di 27 Chiese cattedrali, 15 erano vacanti per morte dei vescovi cattolici e legittimi, 12 avevano ancora i loro vescovi, dei quali 10 languivano nella Torre di Londra, confessori della fede cattolica romana, uno al Concilio di Trento per ordine del Papa, l'altro, il Kitchen, che «si lasciò persuadere dalla regina e obbedisce a lei».

(segue)


(1) Con questa espressione non si intende l'anafora della Messa, ma la preghiera consacratoria, strutturata a modo di prefazio, che si trova nel rito delle sacre ordinazioni.

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