domenica 14 febbraio 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (seconda parte)



Prima parte



Il 14 febbraio 1895, quando le ire pel Concilio Vaticano erano da lungo sopite e le invettive di Gladstone (1) non avevano più eco alcuna, quando lo stesso fallimento del «Kulturkampf» tedesco e lo splendore del pontificato di Leone XIII provavano la rinascente vitalità della Chiesa romana in tutto il mondo e in tutti gli ambienti, in un «meeting» tenutosi in Bristol della «English Church Union» un giovane Pari d'Inghilterra, presidente di molte associazioni religiose, colto, virtuoso, noto, eloquente, Lord Halifax, faceva un appello pieno di passione al ristabilimento della comunione visibile colla Sede di S. Pietro; affermava l'unione essere possibile, se gli uomini di entrambe le Chiese volessero studiarne il modo con buona volontà e sollecitarla con una vasta azione di preghiera.

In quell'occasione Lord Halifax aveva alluso al Papa, tessendone pubblicamente l'elogio, cosa inconsueta in un «meeting» anglicano, ed assicurandolo che egli avrebbe potuto contare su di una risposta piena di devozione a qualunque invito che fosse stato rivolto alla Chiesa d'Inghilterra.

Agiva, accanto a Lord Halifax, un altro personaggio: un umile prete cattolico, figlio di S. Vincenzo de' Paoli, l'abate Portal, dal cuore grandissimo, portato da un ottimismo mai stanco ad intravvedere in qualunque circostanza possibilità che alcune volte lo tradivano e lo amareggiavano. Egli cercava in Roma stessa di far sorgere e intrattenere simpatie verso i suoi amici anglicani ed informava Lord Halifax, volta per volta, dei sentimenti prevalenti nella prelatura e nella Curia.

La stampa inglese aveva simpaticamente commentato le parole del «meeting» di Bristol: vi era quindi per l'aria come un senso di aspettazione per qualche grande avvenimento. E il grande avvenimento fu la lettera «Ad Anglos» di Leone XIII, il quale sembrava quasi di voler rispondere all'appello del giovane Lord; la lettera leoniana del 15 aprile 1895 faceva nascere subito le più rosee speranze, le quali, degenerate in molti equivoci, dovevano poi occasionare altre manifestazioni del tutto contrarie.

Il Papa nella sua lettera si rivolgeva «agli inglesi che cercano il Regno di Cristo nella unità della fede», per dir loro con parole commosse e paterne, quasi eco di quelle con cui il lontano Pontefice del VI secolo aveva mandato in Britannia i primi missionari, quanto il Pontefice attuale seguisse gli sforzi da essi fatti per avvicinarsi al cattolicesimo, e li invitava, qualunque fosse la denominazione a cui appartenevano, a mantenersi in tale volontà; concludeva assicurandoli di pregare per loro e domandava ad essi di pregare per lui.

E a dar prova di quanto il problema inglese gli stesse a cuore, il Papa nominava senz'altro una commissione di studio per esaminare la validità delle Ordinazioni anglicane, scegliendo alcuni membri tra elementi noti per esservi favorevoli.

Finalmente dopo tre secoli veniva da Roma all'Inghilterra una calda e paterna parola; l'eco ne fu subito immensa. Lord Halifax si mise tosto in viaggio per Roma, non senza prima abboccarsi con alcuni vescovi francesci, onde dare al movimento tutto lo sviluppo possibile.

Negli altri ambienti anglicani la lettera pontificia fu accolta con deferenza, anzi l'arcivescovo di York dichiarò nel convegno di Norwich essere «la riunione nell'aria» e salutava la voce «venuta da Roma», proclamando «doversi accogliere calorosamente una lettera così importante, tanto da potersi dire in un certo senso unica»; e parlando poi del Papa diceva «che egli presiedeva una Chiesa che aveva prodotto una moltitudine di santi, espresso un nobile esercito di martiri, una Chiesa alla quale si doveva un grande tesoro di letteratura teologica, una Chiesa dalla quale gli inglesi avevano ricevuto nei secoli passati, quando erano deboli ed infelici, un soccorso considerevole e pieno di amore»; ed ancora esprimeva il desiderio ardente che «cessasse il grande scandalo» della divisione e invitava gli anglicani a procedere ad una revisione dei loro pregiudizi. Alla sua volta l'arcivescovo di Canterbury ordinava preghiere e Lord Gladstone, famoso per le sue invettive contro il Concilio Vaticano e la Chiesa romana, interveniva col peso della sua autorità in favore del movimento di unione, parlando del Papa con grande deferenza e chiamandolo «il primo vescovo della cristianità».

La stampa comunicava al pubblico, sempre più avido di notizie, quanto stava succedendo, accompagnandovi commenti in genere benevoli. Quanto era lontano il tempo del «No popery»!

Purtroppo, e senza volerlo da nessuna parte, gli entusiasmi deformavano la realtà; si davano per certezze le speranze, onde le difficoltà più gravi parevano facilmente superabili; nessuno poi avvertiva più che Roma sottintendeva che la unione dovesse avvenire colla sottomissione degli anglicani alle sue dottrine, e non già a modo di riunione in corpo, mantenendo la Chiesa anglicana più o meno inalterato il proprio bagaglio avariato. E poi, chi era la Chiesa d'Inghilterra? l'Alta, la Bassa, la Larga? E non era, come oggi ancora, soltanto un'audace ma piccola minoranza di anglo-cattolici a pensarla in tal modo? Roma scrutava attentamente così confuso panorama.

Mentre le fantasie galoppavano a briglia sciolta, nessuno si occupava più della commissione di studio nominata da Leone XIII, che frattanto era al lavoro. I cattolici inglesi però non ristavano dal rappresentare alla Santa Sede quanti equivoci si stessero pericolosamente accumulando: pareva a molti di loro di essere quasi travolti, dopo tanti sacrifici personali, dall'ondata degli accomodamenti e delle pattuizioni; onde attendevano con grande ansia che finalmente una parola chiara fosse detta a stabilire la validità o l'invalidità del sacerdozio nella Chiesa anglicana.

Né di tale parola chiarificatrice, come essa sperava, era altrettanto desiderosa la parte anglicana, in quanto il dubbio sulle proprie Ordinazioni, sebbene né ammesso né discusso pubblicamente, non era meno reale ed opprimente.

Perciò la delusione e l'amarezza furono immense e costernate, quando si seppe aver la commissione concluso contro la validità e che il suo responso era basato su dati di fatto, liturgici, storici, tratti dagli stessi testi anglicani, ciò che ne rendeva particolarmente difficile la confutazione, per non dirla impossibile.

(segue)


(1) William Ewart Gladstone (1809-1898), fiero avversario dei ritualisti, ricoprì per quattro volte la carica di primo ministro.

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