martedì 9 febbraio 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (prima parte)

Dopo il motu proprio Anglicanorum coetibus, il tema delle Ordinazioni anglicane è tornato a destare interesse. Da qualcuno si è perfino tentato di mettere in dubbio il valore della costituzione Apostolicae curae di Leone XIII, che ne dichiarò solennemente l'invalidità. Per capire meglio come stanno le cose, pubblichiamo un efficace riassunto storico-teologico della questione, estratto dal libro Il movimento di Oxford di C. Lovera di Castiglione (Brescia, 1935).



1. Dal Concilio Vaticano alla lettera leoniana

Mentre il movimento della riunione (1) si sviluppava con grandi incertezze e confusioni, il Concilio Vaticano del 1870 venne a mutare completamente la situazione.

Già l'annunzio del Concilio aveva sollevato le più vive discussioni, non solo nel campo religioso; le grandi correnti liberali, al potere in quasi tutta Europa, stavano piene di sospetti e di diffidenze, abilmente sfruttate dalle massonerie rivoluzionarie, le quali sentivano che il Concilio sarebbe stato un atto di forza della Chiesa in momenti in cui essa attraversava difficoltà grandissime.

I governi, più che mai impeciati di regalismo ereditato dalle spossessate corone, erano gelosi della Chiesa e dell'autorità papale: il sofismo della «potestà straniera», considerante il Papa come legiferante nei singoli paesi, incominciava ad entrare nel catalogo dei pretesti alla resistenza.

Né bisogna dimenticare che anche da parte di cattolici troppo indiscreti e fanatici si contribuiva non poco a crescere le confusioni, colla mania di voler tutto dogmatizzare: e quel che è peggio, di tali impudenti orientamenti si discuteva su libri e giornali, aggravando la situazione, per il fatto che i più ardenti sostenitori della Chiesa venivano spesso confusi, in quel tempo, con gli elementi «ultra» e retrivi di tutto lo sconfitto legittimismo e dell'agonizzante conservatorismo europeo. Equivoco religioso e politico, che la Santa Sede era ben lungi dal confortare, ma di cui subiva, innocente, tutti i danni.

Anzi, tali esagerazioni avevano aggravato le resistenze nello stesso campo ecclesiastico cattolico e qualcuno era stato tratto, come il noto vescovo Döllinger, futuro capo dei vecchi cattolici, addirittura a consumare una netta separazione da Roma, in nome della tradizione e contro le così dette novità dogmatiche.

Pusey (2), sempre in preda alle proprie illusioni, desiderava di partecipare al Concilio, sperando di trovare in esso l'occasione per discutere della «riunione»; perciò era in grandi faccende e relazioni coi vescovi francesi, poco fidandosi dei cattolici inglesi. Anzi, meditava di redigere una serie di proposte, le quali avrebbero dovuto essere sottoscritte da alcuni vescovi anglicani e da molti «clergymen», coll'impegno che, se accettate dal Concilio, essi sarebbero entrati senz'altro nell'unità romana.

Tali idee di Pusey trovavano però ostacoli grandissimi, sia tra i suoi stessi correligionari che tra i cattolici, ai quali non sfuggiva la impossibilità pratica di tutte quelle combinazioni. Le proposte del Pusey ci porterebbero troppo lontano; esse, d'altra parte, non uscirono mai dal segreto di una trattativa, mal condotta, del padre De Buck, gesuita, il quale, tutto ansioso di unire la Chiesa anglicana, andò tant'oltre da rappresentare alla Santa Sede come possibili certe transazioni e da comunicare al Sant'Offizio le sue vedute in merito; ma il pronto intervento del Padre Generale e l'ordine dato al P. Buck di sospendere ogni attività in quel senso posero fine a tentativi dettati da generoso cuore più che da logiche premesse.

Pusey incominciava intanto ad essere più che mai scoraggiato dalle notizie che gli giungevano da Roma; la stessa bolla papale di convocazione del Concilio appariva assai precisa nei confronti degli anglicani. Essa infatti era diretta a tutte le gerarchie cattoliche, col consueto formulario; quindi, con parole ed atti distinti, l'invito era stato rivolto ai vescovi orientali non in comunione colla Santa Sede; e finalmente «omnibus protestantibus coeterisque acatholicis», nei quali era chiaro venir compresi gli anglicani.

Ormai Pusey non poteva più revocare in dubbio che Roma non considerava vescovi veri quelli della Chiesa stabilita (3). Proclamata poi l'infallibilità, come è storia notissima, si ebbero reazioni veementi ed antiromane un po' dappertutto, nate soprattutto dalle idee poco chiare che si avevano su quel dogma, e intrattenute artificialmente dai partiti anticlericali del tempo nei paesi cattolici, attizzate dai pregiudizi antiromani in quelli riformati. Tutto ciò coincideva colla caduta del potere temporale e con un periodo in cui pareva che la Chiesa fosse all'estremo delle sue possibilità nella società moderna.

Tutti questi movimenti contribuirono potentemente a cambiare l'indirizzo di molti anglicani verso l'unità. Persuasi di nulla ottenere da Roma sulla base di trattative alla pari, incomincia in molti di essi a balenare l'idea di raggiungere tale possibilità orientandosi verso la Chiesa greco-ortodossa scismatica o verso la setta dei vecchi cattolici. E da allora datano quegli approcci, atti a condurre più tardi a tentativi di intercomunione con quelle Chiese in possesso della successione apostolica, i quali tentativi rimangono oggi sempre tali, saltuari, risultato di maneggi piuttosto che di convinzioni.

Comunque variassero gli orientamenti degli anglicani, una cosa rimaneva ad immutabile base di tutto quel lavoro: voler essi la provata certezza della validità delle proprie Ordinazioni ed uscire dall'isolamento.

Già fin dal 1866 un primo incontro era avvenuto tra anglicani e alcuni vescovi russi: Wilberforce (4), anzi, aveva chiesto ai russi la reciprocità del riconoscimento della validità dei propri Ordini, ma, all'atto pratico, gli ortodossi non erano andati oltre la cortesia; dopo il 1870 il vescovo Döllinger si era fatto promotore di nuovi incontri a Bonn, ma se tutti erano d'accordo nell'avversare Roma, non lo erano affatto circa la dottrina e quindi nulla fu concluso.

Dal 1878 al 1898 i rapporti coi vecchi cattolici si fecero più frequenti e più intimi, ma sempre poco conclusivi; si stabilì tuttavia che gli anglicani desiderosi di comunicarsi in una chiesa di vecchi cattolici, in Germania, Austria e Svizzera, lo potessero fare ed anche sotto le due specie.

Però nelle sfere anglicane non ci si illudeva su tutte quelle negoziazioni, ben conscie che soltanto l'unità con Roma avrebbe rappresentato la soluzione definitiva del problema. Specialmente un gruppo di giovani anglicani pareva ardentemente animato da nuove speranze di accordi con Roma, mai immaginando che essi sarebbero stati causa occasionale e incolpevole di una delle più grandi disillusioni anglicane.

(segue)


(1) Verso la metà del XIX alcuni ministri anglicani, tra cui John Henry Newman, avvertirono l'esigenza di riformare la loro chiesa in senso più conforme alle tradizioni apostoliche che essa, dopo lo scisma di Enrico VIII, aveva progressivamente abbandonato. Nacque in questo modo, a Oxford, un movimento di vaste dimensioni, che avrebbe fortemente influenzato la vita della Chiesa d'Inghilterra per oltre mezzo secolo. I suoi esponenti, benché partiti da posizioni antiromane, giunsero presto alla conclusione che la Chiesa cattolica era quella che meglio aveva conservato la tradizione dei primi secoli. D'altra parte, la Chiesa anglicana, soggetta in tutto al potere politico e lacerata al suo interno dalle più gravi discordie dottrinali, appariva loro sempre più compromessa. Dopo qualche infruttruoso tentativo di riforma, alcuni capirono che l'unica soluzione possibile era la conversione al cattolicesimo: tra questi spiccano le figure di Newman e Manning, entrambi destinati ad avere un ruolo di prim'ordine nella rinascita cattolica dell'Inghilterra. Altri preferirono restare nella Chiesa d'Inghilterra, dando luogo ad un vasto movimento di riforma (il ritualismo), che però, nonostante i successi iniziali, non riuscì mai ad affermarsi su vasta scala, a causa della violenta opposizione delle fazioni protestanti (Broad e Low Church) e del governo. Tra le iniziative promosse da costoro vi fu anche un tentativo di riunione con Roma. I colloqui dottrinali tra le due parti si protrassero per lungo tempo, fino alle ben note «Conversazioni di Malines» di fine secolo, senza però giungere ad alcun risultato concreto. I ritualisti, infatti, fondavano la loro proposta su una nozione erronea di Chiesa cattolica (ritenuta divisa, per ragioni puramente storiche, in tre branche, la romana, l'orientale e l'anglicana, ognuna delle quali, pur con tradizioni diverse, aveva mantenuto la successione apostolica e conservato la retta dottrina) e miravano ad una confederazione, piuttosto che ad una vera e propria unificazione, della Chiesa anglicana con la Chiesa romana. È precisamente a questo tentativo di unificazione che si riferisce l'autore parlando di "movimento della riunione" (n.d.r.).

(2) Edward Bouverie Pusey (1800-1882), teologo e ministro anglicano. Dopo la conversione di Newman e Manning, divenne la guida del movimento ritualista inglese (n.d.r.).

(3) Con questa espressione si intende la Chiesa anglicana, in quanto stabilita sotto l'autorità dello Stato (n.d.r.)

(4) Samuel Wilberforce (1805-1873), vescovo anglicano di Oxford dal 1845 al 1870 (n.d.r).

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