lunedì 22 febbraio 2010

La frequenza dei fedeli alla Messa in forma straordinaria: problemi e soluzioni (terza parte)


di Daniele Di Sorco


Prima parte

Seconda parte


14. La catechesi liturgica.

Fin qui ci siamo occupati di come realizzare la funzione. Fatto questo, occorre fornire ai fedeli, specialmente ai nuovi arrivati, i mezzi adeguati sia per comprenderla che per seguirla.

Al primo obiettivo si provvede con la catechesi liturgica. È vero che la forma straordinaria è assai espressiva sul piano spirituale e quindi, in un certo senso, parla da sola, ma è anche vero che il rito, come qualunque linguaggio simbolico, ha bisogno di essere spiegato. Tale esigenza diventa ineludibile in tempi come questi, quando i fedeli, specialmente i più giovani, hanno una nozione incompleta o inesatta non solo dei singoli gesti liturgici, ma anche del significato stesso della Messa. Come si può rimediare? I mezzi più indicati mi paiono due.

In primo luogo, un ciclo di brevi momenti di istruzione liturgica, della durata di non più di cinque minuti, da tenersi prima dell'inizio della funzione. Essi dovrebbero essere dedicati prima alla presentazione generale della liturgia antica e poi alla spiegazione delle singole parti del rito, con particolare attenzione alla loro valenza spirituale. Di tale incarico è bene che si occupi un sacerdote o, in sua mancanza, un laico esperto. Come modello possono essere usati i catechismi liturgici popolari in uso prima della riforma. Ricordo in particolare quello riportato nell'opuscolo del card. G. Lercaro A Messa, figlioli! (Bologna, 1955; di tale sussidio è raccomandabile la parte catechetica, non quella direttiva sulla Messa) e modellato sul catechismo di S. Pio X. Oltre a questo, non sarebbe inutile organizzare un ciclo di conferenze vere e proprie, seguite o meno dalla celebrazione della Messa, per illustrare più nel dettaglio le caratteristiche del rito.

Nella catechesi liturgica è particolarmente importante ricordare ai fedeli un principio che, per quanto ovvio, è da molti dimenticato: alla Messa si va non tanto per ascoltare, quanto per pregare. Il nuovo rito, con l'uso esclusivo del volgare e della voce intellegibile, ha fatto sì che molti concepiscano la Messa alla stregua di un'opera teatrale, in cui ciò che conta è vedere tutto, sentire tutto, capire tutto. Non si comprende più che nella Messa la dimensione esteriore è ordinata a quella interiore e che al momento dell'ascolto e della preghiera comunitaria deve fare riscontro il momento del raccoglimento e della preghiera personale. Nel rito antico questo aspetto è ben presente, soprattutto grazie ai lunghi momenti di silenzio. Bisogna fare in modo che i fedeli, specialmente quelli abituati alla forma ordinaria, ne abbiano coscienza, se si vuole evitare che, durante l'offertorio o il canone, restino confusi e disorientati sul da farsi.

Non sempre, tuttavia, la catechesi liturgica è possibile, specialmente in quei contesti in cui il sacerdote non sia disposto a farla e i fedeli si sentano inadeguati al compito. Inoltre essa, per la sua brevità, risulta utile solo a coloro che frequentano la Messa antica abitualmente, mentre dice poco a chi vi assiste una volta ogni tanto o decide di andarvi per semplice curiosità. Allora sarà opportuno, in sostituzione o in aggiunta a questi brevi momenti di istruzione, tenere a disposizione dei fedeli, su un tavolo collocato in fondo alla chiesa ma ben visibile, alcune pubblicazioni dedicate proprio alla spiegazione della Messa tradizionale nei suoi aspetti liturgici e spirituali.

Particolarmente adatti allo scopo sono due opuscoli recentemente ristampati dalle Suore Francescane dell'Immacolata di Città di Castello: La santa Messa di Dom Prosper Guéranger, capolavoro della divulgazione liturgica del XIX secolo e validissimo ancora oggi, e Questa è la Messa di Henri Daniel-Rops, più sintetico ma perfetto per approfondire la spiritualità del rito antico. Oltre all'indubbio pregio di essere accessibili a qualunque persona di media cultura, questi libretti hanno il vantaggio di essere venduti ad offerta libera. Qualunque coetus fidelium, quindi, può acquistare senza difficoltà un certo numero di copie e metterle a disposizione, sempre ad offerta libera, dei frequentatori della Messa. Naturalmente esistono molte altre ottime pubblicazioni sull'argomento. Si evitino, però, le opere troppo specialistiche o troppo polemiche. Una volta dotato degli strumenti necessari per comprendere la Messa nella sua essenza liturgica, il fedele sarà in grado da sé di fare il confronto tra l'antico e il nuovo rito.


15. Il messalino.

Il secondo mezzo per rendere familiare alle persone di oggi la liturgia in forma straordinaria è un sussidio da tutti riconosciuto utile ma da molti trascurato. Mi riferisco al messalino o al libretto che riporta il testo della Messa in latino e in traduzione italiana. L'uso di un libretto da leggere durante la funzione per seguirla con maggior profitto spirituale è antichissimo. Nel secolo scorso, grazie all'alfabetizzazione delle masse, ricevette una diffusione capillare. Si stampavano messalini di ogni genere e per ogni categoria di persone: dal semplice opuscolo devozionale con preghiere da recitare privatamente nei vari momenti della funzione (si ricordi, fra tutti, quello compilato da S. Alfonso Maria de' Liguori), al messale bilingue vero e proprio. Qualunque cattolico "praticante" ne possedeva almeno uno, regalatogli, magari, al momento della prima Comunione o della Cresima.

Oggi la situazione è molto cambiata. I messalini sono caduti quasi dappertutto in disuso. Al contrario, il desiderio di seguire la Messa su un sussidio cartaceo non è affatto scomparso, neppure per il rito nuovo. Di qui la grande diffusione di foglietti che quasi ogni parrocchia mette a disposizione ogni domenica dei propri fedeli.

Ma se alla Messa in italiano si sente ancora l'esigenza di avere sotto gli occhi il testo della funzione, che dire, allora, della Messa in latino, in cui la lingua costituisce per molti un ostacolo? Senza nulla togliere all'importanza della preghiera, della meditazione, dell'adorazione, è evidente che alcune parti della Messa sono espressamente destinate all'istruzione del popolo e, come tali, devono poter essere seguite da tutti. Il messalino poi, oltre a permettere di seguire punto per punto la funzione, ha un'altra, ben più importante funzione. Consente di avere un'idea più chiara della Messa, di inquadrarne meglio la struttura, di ricordarne più efficacemente le preghiere: consente, in altre parole, di conoscere meglio il rito e di assistervi con maggior frutto spirituale. In questo senso, un buon messalino è il necessario complemento della catechesi e degli opuscoli di divulgazione liturgica.

Questa duplice valenza del messalino è sottolineata da Pio XII nella sua celebre enciclica Mediator Dei sulla sacra liturgia: "Sono degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il «Messale Romano», di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa".


16. Quali caratteristiche per il messalino?

Per riuscire veramente utile, tuttavia, il messalino (o il foglietto che lo sostituisce) deve avere caratteristiche ben precise.

Innanzi tutto, il testo della Messa e la sua traduzione volgare devono essere integrati da indicazioni di carattere liturgico e spirituale, non troppo prolisse ma neppure troppo scarne che spieghino con una certa chiarezza sia la natura dei singoli momenti liturgici, sia le loro caratteristiche rituali, sia l'atteggiamento esteriore ed interiore che i fedeli sono invitati ad osservare durante ciascuno di essi. Un messalino ben fatto, tanto per limitarci a qualche esempio, dice quali parti saranno dette ad alta voce e quali sottovoce; fa le debite distinzioni tra Messa in canto e Messa letta, laddove queste comportino modifiche allo svolgimento del rito (per esempio, non si può non specificare che alla Messa in canto le preghiere ai piedi dell'altare sono dette sottovoce dal sacerdote e dai suoi assistenti mentre il coro canta l'antifona all'Introito); invita al raccoglimento e all'adorazione quando il sacerdote prega a lungo sottovoce, in particolare durante il Canone; delinea per sommi capi la natura e lo scopo delle singole parti della Messa; fornisce, in poche parole, tutte le indicazioni necessarie per seguire con profitto la funzione.

Certo, bisogna trovare il giusto equilibrio tra completezza e concisione. Un messalino con note eccessivamente lunghe sarebbe illeggibile. D'altra parte, un messalino senza note sarebbe praticamente muto, specialmente per il fedele di oggi, che il rito antico non lo conosce. Inoltre, bisogna pensare al messalino come ad un sussidio che si consulta anche fuori dalla Messa, per conoscere, meditare, approfondire.

In secondo luogo il testo della Messa e la relativa traduzione devono essere completi, senza tagli od omissioni. Qualcuno obietterà che in questo modo si rischia di disorientare i fedeli alle prime armi, incapaci di districarsi tra le varie parti del rito. Meglio sarebbe, secondo costoro, riportare per intero soltanto le sezioni dette a voce alta o in canto e riassumere le altre in brevi note esplicative. Ora, non nego che una versione abbreviata del testo della Messa possa risultare, per certi versi, più pratica e maneggevole. Ma mi domando: che idea riesce farsi del rito tradizionale un fedele che sul messalino non trovi il testo di due preghiere così caratteristiche di questa forma liturgica, come l'Offertorio e il Canone, che sono dette sottovoce? E come può seguire con profitto la Messa servendosi di un sussidio del genere?

Si consideri che quasi tutti i messalini d'epoca riportano il testo liturgico per intero. Perfino l'opuscolo di S. Alfonso, espressamente destinato al popolo, contiene quasi la maggior parte dell'Ordinario in traduzione volgare, sia pur parafrasata e abbreviata in qualche punto. E ciò avveniva quando i fedeli, pur recitando talvolta il rosario od altre devozioni private durante la Messa, ne conosceva alla perfezione lo svolgimento, nella successione dei singoli momenti. A maggior ragione, oggi che i fedeli hanno pochissima familiarità col rito antico, la completezza del testo riportato dal messalino è una necessità ineludibile.


17. Stampa dei messalini.

Come provvedere ad un messalino per tutti? Chi frequenta assiduamente la Messa in forma straordinaria è opportuno che acquisti un messalino vero e proprio, meglio se quotidiano, da utilizzare sia per seguire la Messa sia per la meditazione o l'approfondimento del rito a casa propria. Se ne trovano ancora diverse copie presso le librerie antiquarie e i siti internet specializzati in libri usati; potendo scegliere, si preferiscano le edizioni dal 1960 al 1964, in quanto conformi nei testi e nelle rubriche al Messale romano del 1962. Recentemente alcune case editrici hanno ristampato un messalino latino-italiano per la forma straordinaria.

Tra tutti, il migliore è, a mio avviso, quello della Marietti (Dom Gaspare Lefebvre O.S.B., Messale romano quotidiano, a cura dell'Apostolato Liturgico di Genova, Torino, Marietti, 1963; ristampa anastatica: Milano, Marietti 1820, 2008), il cui costo, forse un po' eccessivo, è ampiamente ripagato dalla completezza del testo (vi sono infatti riportate tutte le Messe dell'anno liturgico, le Messe votive, il rito dei sacramenti, di alcuni sacramentali e delle principali devozioni), dall'accuratezza della traduzione e del commento, e dalla bellezza tipografica dell'edizione.

Per coloro che seguono la Messa solo saltuariamente o non hanno intenzione di spendere molto denaro, si deve provvedere con libretti stampati in proprio dal coetus fidelium e distribuiti alla porta della chiesa. La soluzione più pratica e più economica consiste nel disporre di due sussidi distinti: un libretto (rilegato a punto metallico) con l'Ordinario e le indicazioni liturgico-pastorali, da usare a tutte le Messe, e un foglietto col Proprio del giorno, da sostituire di volta in volta.

Un sito internet mette a disposizione gratuitamente i testi, già impaginati e pronti per la stampa, di tutte le Messe dei giorni di precetto: lavoro senza dubbio meritorio, di cui tuttavia non possiamo non mettere in evidenza due limiti. In primo luogo, l'aspetto grafico lascia molto a desiderare, tanto da rendere difficile a molti l'identificazione delle varie parti della Messa. In secondo luogo, i libretti riportano il testo di tutta la Messa, Proprio e Ordinario insieme, costringendo, ogni volta, a stampare un gran numero di pagine. Infine, certi messalini non sono conformi all'edizione del Messale del 1962.

Sarebbe auspicabile, invece, che si mettesse a disposizione un Ordinario della Messa corredato da indicazioni (come quello pubblicato sul sito Maranatha, raccomandabile anche per la cura dell'aspetto grafico, anche se il grande formato delle pagine ne rende scomodo l'utilizzo) e una serie di foglietti riportanti solo il Proprio del giorno.

(segue)

24 commenti:

Caterina63 ha detto...

Da alcuni anni raccolgo i vecchi-antichi Messali, un paio sono di fine '800 ed è vero come spiega Daniele, la loro importanza era e sarebbe ancora oggi fondamentale...
al loro interno c'è tutto, non solo il problema della lingua è risolto, ma soprattutto LA COMPRENSIONE di cosa sta facendo il Sacerdote....

Bisognerebbe davvero fare una campagna a tappeto per far ritornare in uso questo strumento prezioso il quale darebbe anche a casa e durante la settimana, l'opportiunità di essere più utilizzato a differenza del foglietto che non solo non viene raccolto, ma spesso è cestinato e davvero si anche con grande spreco di danaro...

Anonimo ha detto...

Senza offesa per nessuno, ma visto che "alcune parti della Messa sono espressamente destinate all'istruzione del popolo e, come tali, devono poter essere seguite da tutti" e che è fondamentale "la comprensione di cosa sta facendo il Sacerdote", non sarebbe molto meno contraddittorio celebrare semplicemente una buona messa in italiano, senza abusi ma seguendo il Messale e valorizzando le sue mille risorse?
Mistero! (Non Mysterium fidei, nemmeno mysterium iniquitatis... ma mistero...)

Daniele ha detto...

Cambiando la lingua e semplificando il rito non si ottiene automaticamente maggiore comprensione. Questa fu l'illusione dei riformatori postconciliari, amaramente contraddetta dai fatti. Allora, visto che la fatica di una spiegazione (o, per usare un termine alla moda, di una iniziatione) è comunque necessaria, meglio affrontarla per un rito che ha dentro di sé duemila anni di storia ed è spiritualmente più efficace, piuttosto che per un rito concepito come semplificazione e volgarizzazione del primo. Del resto, come ho scritto nella prima parte del mio intervento, scopo della liturgia è elevare il popolo alla comprensione dei sacri misteri, non abbassare i sacri misteri al livello del popolo. I problemi del nuovo rito non si riducono certo alla diffusione degli abusi o all'impoverimento di alcuni suoi aspetti accidentali.

Anonimo ha detto...

Condivido l'ultimo commento, il Novus Ordo è intrinsecamente contraddittorio e porta ineluttabilmente alla perdita di rispetto per il Santo Sacramento

Anteo

Caterina63 ha detto...

Caro anonimo delle 17,32....ha mai sfogliato uno di questi messalini?
Lo faccia e poi sono sicura che cambierà opinione e comprenderà di quanto fosse chiara la comprensione di cosa fa il Sacerdote molto più di quanto non tentino di spiegare oggi dall'altare a voce....perchè vede, per quanto si voglia spiegare è il Mistero che resta inspiegabile e non tutta la Messa è spiegabile...avviene ad un punto che occorre deporre ogni messale, ogni foglietto, inginocchiarsi e adorare estasiati...
la vera Messa è tutta qui...

Anonimo ha detto...

"Senza offesa per nessuno non sarebbe molto meno contraddittorio celebrare semplicemente una buona messa in italiano, senza abusi ma seguendo il Messale e valorizzando le sue mille risorse?
Mistero! (Non Mysterium fidei, nemmeno mysterium iniquitatis... ma mistero...)"

... non so se gli articoli si leggono o si commentano dopo aver visto il titolo. In questo caso l'unica offesa è per la ragione. Questo è un mistero buffo.
Luìs Moscardò

Anonimo ha detto...

Sono l'anonimo delle 17.32 di ieri.
Il mio commento era provocatorio, quindi vi ringrazio a maggior ragione per avermi risposto con cortesia.

Tuttavia resto in disaccordo con voi, soprattutto sul vostro giudizio sulla riforma liturgica, che andrebbe considerata con più rispetto e con maggior considerazione.
Anzitutto è profondamente sbagliato definire il Novus Ordo come un "rito concepito come semplificazione e volgarizzazione del primo". Non fu certo questo il primo intendimento di chi ha lavorato alla riforma, bensì il recupero di quella "nobile semplicità" di cui parla la Sacrosanctum Concilium (confido che citare il Concilio Vaticano II non susciti qui malcelata diffidenza), anche rispetto a appesantimenti che si erano verificati nei secoli: appesantimenti che non sono in alcun modo da trattare come la peste, ma che comunque contribuivano a una certa dispersione.

Sono sincero: penso che in parte abbia operato in senso negativo (semplificatorio/banalizzante) la traduzione italiana del Novus Ordo. Sicuramente opera in senso negativo la prassi comune di molti sacerdoti che - anche quando non semplificano e banalizzano abusivamente a loro volta - usano il Messale (nuovo) in modo ripetitivo, usando sempre le cose più "brevi" e più "facili", senza mai utilizzare le tante splendide risorse di questo Messale.

Detto questo mi è impossibile non vedere i tantissimi pregi del Novus Ordo. E francamente mi è impossibile anche pensare che non li vediate anche voi.
Penso che chi ama la messa "antica" (cosa che ritengo perfettamente legittima) dovrebbe amare anche la "nuova", visto che si tratta, nella sostanza, della stessa Messa: e magari procurare che venga celebrata bene.
Perché la differenza maggiore sta fra le messe celebrate "bene" e quelle celebrate "male". I miei vecchi mi parlano sempre di come fosse storpiata e scempiata la messa preconciliare, dai sacerdoti oltre che dal popolo... mi dispiace per Caterina63, ma che "fosse chiara la comprensione di cosa fa il Sacerdote" è un pietoso mito. "Sempre meglio di adesso", risponderà: ma non è affatto vero. Dove la liturgia è celebrata rispettosamente e con vero senso del sacro, e dove la catechesi è fatta bene - e grazie al Cielo questo accade in moltissime parrocchie - il popolo vive e capisce la Messa con vero senso di fede e di spiritualità. Ridurre la messa Novus Ordo a una specie di campionario protestanteggiante di abusi generalizzati è una grave distorsione della verità.
Grazie per l'ospitalità.

Anonimo ha detto...

L’eccellente lavoro di Di Sorco è uno dei molteplici bilanci comparsi in vista della scadenza del primo triennio di applicazione del SP, e ha il pregio di non enfatizzare eccessivamente – rispetto ad altri analoghi commenti - quell’atteggiamento di delusione (o disillusione?) che è comunque evocato nella prima parte.
Mi pare che tale atteggiamento possa derivare da un eccesso di aspettative iniziali: taluni si attendevano un incremento a valanga delle S. Messe e dei fedeli partecipanti, pensando addirittura che in pochi anni le celebrazioni VO potessero quasi soppiantare quelle NO.
È evidente che tale aspettativa era ed è completamente irrealistica. Il SP è intervenuto in una diffusa situazione intra ed extra ecclesiale completamente ostile: la cultura e la formazione religiose (prima ancora che liturgiche) dei fedeli praticanti sono purtroppo tali da renderli quasi del tutto incapaci di comprendere la liturgia tradizionale. È lecito o addirittura doveroso augurarsi miracoli e pregare che essi avvengano, ma i cultori del VO devono possedere soprattutto il carisma del realismo: si deve respingere un pessimismo sterile nonché, soprattutto, infondato (giacché rispetto alla situazione ante 2007 l’attualità è enormemente migliore, come pure il clima culturale è grandemente migliorato e sta tuttora migliorando), ma si deve considerare che, per lo sviluppo della liturgia tradizionale nonché, più ampiamente, per far fronte al crollo della liturgia di cui parlò l’allora Card. Ratzinger, siamo solo all’inizio dell’inizio.
La questione, dunque, non è comparare l’attualità del 2010 con le aspettative del 2007, ma onorare le potenzialità della liturgia tradizionale. Se essa, come crediamo, è davvero in grado di rispondere alle esigenze spirituali dei fedeli meglio della liturgia postconciliare (anche quando quest’ultima sia ben celebrata), ed esprime assai meglio l’interezza della fede, il VO è una ricchezza che va condivisa, e il vero compito dei “tradizionalisti”, oggi, è soprattutto un compito di sostanziale apostolato.
Personalmente, sono convinto che proprio su questo versante si collocherà la “fase 2”; e che anche i dati quantitativi miglioreranno solo se l’impegno dei “tradizionalisti” non si concentrerà esclusivamente o principalmente sull’obiettivo di ottenere nuovi centri di Messa o celebrazioni più frequenti o frequentate (ben vengano!), ma anche sulla ricostruzione di una cultura liturgica veramente cattolica, dalla quale non potrà non derivare una conseguente (ri)fioritura della liturgia tradizionale (in questo senso, l’analisi e i suggerimenti di Di Sorco sono preziosissimi). Tutto ciò richiede l’elaborazione di un programma d’azione più ampio di quello sin qui sviluppato, impone una certa dose di coordinamento, esige di dedicare qualche energia alla divulgazione e, poi, alla formazione dei fedeli “interessati ma ignari” (Di Sorco lo dice molto bene), che spesso finiscono per accostarsi solo episodicamente e senza continuità alla S. Messa tradizionale, perché, in realtà, la conoscono troppo superficialmente e nessuno l’ha mai spiegata né la spiega loro. Non mi stupirei se il bilancio triennale previsto dal SP si giocasse proprio su questo piano, piuttosto che sul piano dei numeri e delle percentuali. Se, come credo, Benedetto XVI si attende dall’applicazione del Motu Proprio una propulsione potente per quel nuovo movimento liturgico che ha auspicato, i “tradizionalisti” non dovrebbero chiedersi se la realtà abbia deluso le loro aspettative, ma se abbiano essi stessi compiutamente risposto alle aspettative del Papa e, soprattutto, impegnarsi di più in tal senso, pensando che - quanto alla diffusione della liturgia tradizionale - il SP non ha aperto il tempo della mietitura, ma dell’aratura e della semina.
Chiedo scusa per la lunghezza.
ms

Anonimo ha detto...

Condivido quest'ultimo intervento.
Il MP è arrivato quando la quasi totalità dei cd. tradizionalisti erano abituati a lagnarsi e a combattere per distruggere i muri di gomma. Ora nel caucciù delle curie qualche breccia (ma addirittura qualche grosso squarcio) s'è aperto e una volta entrati si è dovuto cambiar marcia perché s'è trattato di costruire, costruire in un terreno ostile e senza l'aiuto di nessuno.
Quindi realismo e entusiasmo (non spirito di rivalsa, questo è nefasto e poco cristiano). Pensiamo come eravamo e guardiamo le molte realtà. Ripeto entusiasmo realista e tanta voglia di fare.
Quanto al precedente anonimo che fa interventi "provocatorii" posso dire che la figura della "provocazione" è trita e ritrita (dal '68 in poi) soprattutto se si usa come correttivo di affermazioni poco focalizzate... consiglio di partecipare e nutrirsi senza preconcetti del venerabile Rito di sempre per poi capire pienamente come non sia un problema di traduzione vernacola del NOM quanto dell'impianto che il rito paolino (o meglio bugniniano) porta in sé. E' un rito depotenziato, desacralizzato, elitario, troppo umano, divino solo per la parte eucaristica che comunque contiene. Incerto, povero e equivoco, tirato via, presta continuamente il fianco all'errore e all'abuso. E poi se dobbiamo essere realisti in tutto, guardiamo i risultati: le chiese ora sono vuote, le Messe degradate a spettacolini (concesse rare eccezioni), le vocazioni assenti, le devozioni sparite, la società decristianizzata... lex credendi, lex orandi!
Vabbè si può dire dei tempi, della società... si può dare -come si dice da noi- la colpa al filobùsse.
La realtà è che, sarà anche bello e meraviglioso il rito paolino, ma ha dato pessimi risultati.
Ah, è bene ricordarselo che le vecchiette che prima biascicavano il latino ora biascicano l'italiano (e non hanno nemmeno scuse).
Luìs Moscardò

Anonimo ha detto...

Nel '68 non ero ancora nato, e non rimpiango la cosa. Dicendo "provocatorio", prima, volevo anzitutto scusarmi se per caso avevo offeso qualcuno.

Le chiese hanno iniziato a svuotarsi molto prima del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica... si potrebbe rivoltare la frittata dicendo "se non ci fosse stata la riforma liturgica non ci andrebbe più proprio nessuno"... in realtà con questo genere di argomenti non si fa molta strada.

Mi dispiace ma non posso in alcun modo condividere questo tipo di giudizio sulla riforma liturgica.
Accanto alle persone che hanno patito un trauma per la fine della "vecchia" messa (e affermo volentieri che andavano aiutate di più), per la stragrande maggioranza (non certo ambienti "elitari", quindi!) la riforma è stata accolta come una grandissima benedizione e la "nuova" messa (ma non amo queste espressioni... compresa la "messa di sempre"... la "messa di sempre" è la messa tridentina E ANCHE la messa paolina: riforma nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa!)... la "nuova" messa, dicevo ha nutrito la fede di intere generazioni di credenti.

Sarebbe bello che tutti quelli che hanno a cuore la bellezza e, molto più, la grande funzione mistagogica della liturgia facessero lo sforzo non di promuovere celebrazioni della messa VO (che in sé, voglio essere chiaro, non sono nulla di male, anzi!) ma di promuovere una migliore cultura liturgica e quindi anzitutto il miglioramento della celebrazione delle messe NO, cioè nel _rispetto_ e nella _valorizzazione_ delle magnifiche risorse del Messale del 1970.
Altrimenti, altro che "elitari" che si diventa!

Devo dire tuttavia che apprezzo sinceramente lo spirito sereno e non "di rivalsa" di parecchie voci di questo blog, a differenza di quanto purtroppo accade altrove.

Grazie per il confronto (l'anonimo ex-provocatore ;) )

Anonimo ha detto...

Vorrei replicare a quest’ultimo intervento con una considerazione anch’essa costruttivamente “provocatoria”. La diffusa accettazione/assimilazione della riforma liturgica da parte della maggioranza dei fedeli è un dato di fatto: ma siamo sicuri che si tratti di un fenomeno positivo, in grado di confermare la qualità del NO? Siamo certi che le ragioni del suo successo siano condivisibili ed apprezzabili? Proviamo ad esaminare una faccia della questione: rispetto al VO, il NO enfatizza e promuove il protagonismo del celebrante e dei fedeli riuniti nell’assemblea, ed è evidente che l’uno e gli altri accoglieranno con favore una forma liturgica che, in questo senso, li gratifica significativamente. Siamo certi che tale protagonismo sia pienamente in linea con il carattere della liturgia cattolica, in particolare della S. Messa, e realizzi un effettivo miglioramento? Se così non fosse, la riforma deriverebbe il proprio successo da una sua tendenziale deficienza, non da un suo potenziale merito. In ottica più vasta: le nuove forme liturgiche hanno avuto successo perché più semplici (cioè più essenziali, più immediate, ecc.) o perché più comode (intendendo tale comodità in senso deteriore, come la tentazione di dribblare la porta stretta, anziché sforzarsi di attraversarla)? Se per approcciare cattolicamente il NO dobbiamo correggere la mentalità liturgica indotta dalla stessa riforma, possiamo ancora pensare che essa abbia determinato un’evoluzione, o dobbiamo riscontrare un preoccupante corto circuito?
Per un altro aspetto della questione, mi permetto di suggerire la lettura, sempre attuale, di BRYAN HOUGHTON: Orazione, grazia e liturgia (lo si trova qui: http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News&file=article&sid=395).
Cordialità,
ms

Anonimo ha detto...

Rimango molto distante dalle posizioni del cortese "ex provocatore". Continuo a consigliarlo di cuore e con semplice umiltà di assistere con profitto a una celebrazione nella forma straordinaria. Si potrà ampiamente rendere conto delle differenze molto profonde della struttura dei due riti (o più correttamente ma molto equilibristicamente delle due forme del rito romano). Considerate poi le erronee traduzioni linguistiche si potrà apprezzare il risultato.
Il NOM (rito paolino/bugniniano/1970/forma ordinaria o comelosivogliachiamare) fu imposto a clero e popolo con grandi sofferenze e in alcuni casi con la forza pubblica. E' elitario in quanto non un mirabile sedimento di sante devozioni sull'autenticità apostolica ma in quanto frutto di artificiose elucubrazioni di pochi "illuminati". E' stato un atto di superbia del secolo XX che sta presentando il conto.
Ah, già si dice che la gente prima del Concilio non andava più in chiesa? Mah, la Chiesa era l'unica istituzione rimasta salda durante i tremendi anni della guerra... ma diamo per ammesso che la gente fosse già disamorata; ecco allora la folgorante panacea che si permette di stravolgere il rito, la dottrina, la pastorale proprio per far fronte ai problemi dell'uomo contemporaneo... e cosa s'è ottenuto. Guardiamo e leggiamoceli i numeri, Signori! Possiamo dire pochi ma buoni?
L. Moscardò
(che nel '68 aveva un anno)

Anonimo ha detto...

Le "grandi sofferenze"... sarebbe grave sottacerle ma ancor più grave ed erroneo enfatizzarle o generalizzarle. L'immagine di una riforma liturgica conculcata a viva forza è ridicola: viste le grandi "disobbedienze e abusi" che spesso i tradizionalisti denunciano (a volte a ragione, a volte no), pensate veramente che la vecchia liturgia sarebbe quasi sparita se la grande parte del popolo fedele, oltre che dei vescovi e dei sacerdoti, non avesse visto la riforma con grande favore? Sarebbero bastate le imposizioni d'autorità?

Per proseguire il discorso bisognerebbe capire se chi frequenta questo blog condivide - se non la riforma liturgica - almeno la Sacrosanctum Concilium. Se condividiamo quella - e quindi i principi della liturgia cattolica, e i principi teologici soggiacenti, condivisi dalla Chiesa - il divergente giudizio sulla riforma liturgica prende, diciamo, una piega più tecnica. In caso contrario è evidente che la questione prenderebbe, invece, una piega parecchio diversa.

Anonimo ha detto...

Ecco appunto: esorto a rileggersela la Sacrosanctum Concilium e sfido chiunque a trovarci il fondamento del NOM!
Inoltre: non ho enfatizzato proprio un bel niente, mi riferisco a fatti di cronaca (o forse si ignora che molti sacerdoti ebbero addirittura un indulto per continuare a celebrare il venerabile rito? Fra questi spicca, per la familiarità della sagoma e per la santità, anche un povero frate barbuto...). Quanto al candore con cui si afferma il radicamento del NOM nelle anime semplici -questo sì che è argomentazione ridicola- basta l'esempio culinario alimentare che se ti propinano improvvisamente per quarant'anni pasta e fagioli nell'immediato ti arrabbi, brontoli, poi mugugni e alla fine te la sogni e basta la bistecca di prima, poi te ne scordi, ti massaggi la pancia e vai a dritto. Al contrario: l'attaccamento al venerabile rito dimostra la tenace resistenza a tante persecuzioni cui i cattolici sono stati sottoposti e ha portato alla finale presa di consapevolezza della Chiesa e al fattivo interessamento di due Pontefici.
Invito di nuovo a partecipare alla Santa Messa con animo sincero e devoto, a meditarla magari con una buona pubblicazione come l'analisi di Dom Prosper Guerànger: si scoprirebbe un grande tesoro sul cui cofano chiuso siede ignaro il novus ordo missae....
L. Moscardò

Anonimo ha detto...

"Se condividiamo quella (la Sacrosanctum Concilium) - e quindi i principi della liturgia cattolica, e i principi teologici soggiacenti, condivisi dalla Chiesa - il divergente giudizio sulla riforma liturgica prende, diciamo, una piega più tecnica."

Mi permetto di ricordare che il CV2è stato uno dei XXI Concilii della Chiesa; che per la Chiesa e le sue verità non vale il principio lex posterior derogat priori; ricordo pure che il carattere del CV2 e dei documenti che ha prodotto hanno per volontà dichiarata un connotato non dogmatico ma pastorale; considererei meglio le espressioni che riconducono simpliciter i principii della liturgia e i principii teologici soggiacenti solamente a quel documento.
Così il divergente giudizio sulla riforma liturgica prende, diciamo, una piega meno preconcetta.

Anonimo ha detto...

E' piuttosto evidente che la liturgia cattolica non deriva dalla sola Sacrosanctum Concilium. Com'è piuttosto evidente che la Sacrosanctum Concilium non contraddice dogmi, ma casomai riforma - o invita a riformare - regole e leggi, cosa che nella Chiesa avviene pressoché quotidianamente. (E se qualcuno percepisce contraddizioni, il problema non è né nella SC né nel magistero precedente: è esclusivamente in lui. Mai sentito parlare di ermeneutica della riforma nella continuità?)
Tuttavia, la domanda era semplice: si condividono i principi espressi nella Sacrosanctum Concilium, che è magistero ordinario della Chiesa?

L'ultimo commento, invece, apre una pista per me interessante: prendere la Sacrosanctum Concilium e valutare sulla base di essa l'esito della riforma liturgica.

Peccato che una roba come "la tenace resistenza a tante persecuzioni cui i cattolici sono stati sottoposti", riferita agli amanti del rito antico, faccia veramente incavolare: perché in tante parti del mondo i cattolici sono stati e sono _veramente_ perseguitati e privati non solo dell'eucaristia (ma _veramente_, non nel senso che non gli andava come la celebravano!), ma anche della libertà e della vita.
C'è qualcosa di malsano e di davvero irriverente nel riservare questo termine, "persecuzione", alle pur legittime e rispettabili sofferenze di chi avrebbe preferito il mantenimento del vecchio rito (pochi, pochissimi! eppur degni di rispetto, sperando che anch'essi rispettino gli altri).

Caro Moscardò, mi fa una certa impressione vedere come Lei, evidentemente, mi ritenga digiuno da qualsiasi spiritualità e senso di devozione per il solo fatto che non sono avvezzo all'antico (e rispettabile) rito. La mia fede - per male che posso averla coltivata - me l'ha donata nostro Signore attraverso il mio vecchio parroco, i miei genitori e alcuni amati maestri e amici. Si guardi bene dal toccarli con le Sue parole.

Anonimo ha detto...

Mammamìa e chi ha toccato alcunché? giammai e neppure con la canna da pesca! Chi s'è mai permesso di giudicare l'intimo sentimento altrui? Evidentemente se duole una parte ciò è dovuto da alcune prese di coscienza. Me ne compiaccio. Continuo a suggerire una edificante S. Messa come vero rimedio a ogni "incavolatura" e eccesso cui, comunque, non è davvero il caso di pervenire. Stiamo parlando tra amici. Credo.
Piuttosto si risponda onestamente -senza spostare continuamente la materia del contendere- a questi quesiti:
-La Sacrosanctum Concilium (sulla quale evidentemente di deve fare un autodafè perché sennò ti becchi pure l'appellativo di fascista) ha delineato con la volontà dei Padri Conciliari la struttura del NOM?
-Il NOM, la cui portata innovativa è innegabile (anche nei suoi vagheggiamenti archeologistici) è andato incontro all'uomo contemporaneo, ne ha nutrito la spiritualità, ha reso il cattolico migliore e ancor più presente e incisivo nel mondo in cui vive?
-Il NOM ha dato nuova linfa alle devozioni e alle vocazioni?
Dai frutti si giudichi l'albero.

Il resto, si dia retta, son tutti discorsi.
Ah, il precendente intervento, non firmato per errore, era ancora mio.
L. Moscardò

Anonimo ha detto...

Mi permetto di aggiungere all’intervento precedente che la questione inerente la SC mi sembra tendenzialmente speciosa, e quindi fuorviante. Condividere (per convinzione o anche solo per obbedienza) la SC vuol dire condividere necessariamente ed integralmente la riforma liturgica? Non credo.
Sulla riforma si può dire sia che ha prodotto una forma valida del rito romano; sia che tale forma può non essere quella ottimale, né una forma davvero migliore della precedente (si vedano, per es., le posizioni espresse da P. Cantoni in “Novus Ordo Missae e Fede Cattolica”, Genova, 1988).
Se non fosse possibile ipotizzare un dislivello qualitativo tra diverse forme liturgiche anche dello stesso rito, sarebbe del tutto insensato parlare di riforma, e ogni modifica di quello che già c’è sarebbe di per sé insensata, meramente fine a se stessa e destinata solo a soddisfare i gusti o, peggio, le velleità dei riformatori.
Le parti della SC che configurano uno specifico modello di riforma – ferme le finalità perseguite – sono anch’esse suscettibili di esame sotto tale profilo: non è detto che preconizzino la miglior riforma possibile, o la riforma meglio idonea a raggiungere lo scopo, e nemmeno la riforma giusta al momento giusto. Inoltre è possibile domandarsi se la riforma effettivamente realizzata corrisponda al modello o agli obiettivi prefigurati dalla SC.
Oggi tali questioni possono essere affrontate con il grandissimo vantaggio della riprova storica. Non parliamo più di un modello astratto di riforma – come inevitabilmente facevano i padri conciliari – ma di una riforma che è pienamente conoscibile nei suoi caratteri, nella pratica che ne è seguita (non parlo degli abusi, ma delle prassi conformi alle norme), nella percezione che ne è derivata, nelle ricadute sulla cultura religiosa dei fedeli, ecc. ecc.. Se tali profili di approfondimento dovessero evidenziare risultati o fenomeni negativi, sarebbe perlomeno legittimo chiedersi se essi si siano prodotti nonostante la riforma, o per effetto (ancorché non voluto: ma che differenza farebbe sul piano fattuale?) di essa.
Impostare il problema come pro/contro la SC o addirittura pro/contro il concilio è del tutto incongruo – salvo che si voglia fare della liturgia una bandiera ideologica progressista o conservatrice: il che non credo giovi né ai progressisti, né ai conservatori (fra i quali ben volentieri mi annovero), perché non giova alla verità.
Cordialità,
ms

Anonimo ha detto...

Certo condivido; le argomentazioni sono state spostate sulla Sacrosanctum Coniclium che nessuno ha mai posto in dubbio di legittimità, come mai s'è, da questa parte, posto in dubbio la validità della messa NOM. Si metteva piuttosto in evidenza come quest'ultima non abbia ricalcato -a nostro (ma non solo nostro)modesto avviso- le intenzioni dei Padri Conciliari (che semmai erano recepite nel "messale fantasma"1965), e come il frutto che ne sia derivato non sia quella meraviglia non tanto per i noti motivi degli abusi quanto per l'inadeguatezza a rispondere alle vere esigenze dell'uomo incontro alle quali si sembrava correre e per le quali si credeva di attagliare specificamente quel rito. Insomma un fuori bersaglio che solo dei sognatori possono non vedere. Da questo nasce la spinta a ricercare la forma più completa del Rito romano.
Un interlocutore negli interventi sopra riportati impugnava oltretutto la "ermeneutica della continuità" come un dogma. Il che è contraddittorio con lo stesso significato della parola....
L. Moscardò

Anonimo ha detto...

Grazie ancora per la cordialità e le precisazioni.
Chiedo scusa se mi sono infervorato percependo - a quanto vedo, erroneamente - una propensione nel voler giudicare la fede altrui. In effetti, stiamo parlando tra amici, o meglio tra fratelli.

Sicuramente è legittimo valutare la riforma liturgica, nonché la stessa costituzione conciliare, purché ciò sia fatto con grande attenzione perché stiamo pur sempre parlando di magistero ordinario della Chiesa(e, in particolare per la Sacrosanctum Concilium, anche a un notevole livello di autorità). Il rischio della temerarietà e dell'errore è infatti sempre presente e va evitato con ogni cura.

Sono più che disposto (ma, beninteso, solo idealmente: infatti, per fortuna della Chiesa, non sono un liturgista!) a un confronto sulla base delle premesse che hai indicato sopra, e che riconosco poste in modo corretto, purché ciò - come hai detto - non avvenga in modo ideologico. Se ciò davvero si riuscisse a fare, potremmo anche avere delle sorprese (non sono affatto certo che sarei annoverato tra i "progressisti", per esempio). Del resto una certa tensione tra conservazione e progresso penso sia inevitabile (lungi per carità da voler cascare in schemi dialettici ormai desueti) anche nella Chiesa (il discorso del Papa alla Curia del Natale 2005, in fondo, non mostra anche questo?). E penso sia possibile e anche bello un confronto schietto sulla liturgia senza zavorre moderniste da un lato e lefebvriane dall'altro.


Del resto, così come è valutabile la riforma attuale, così si sarà d'accordo nel considerare suscettibile di valutazione anche la riforma tridentina, le sue successive concrezioni e la sua concreta ricaduta lungo i secoli.
Seguendo questo stesso criterio, ci si dovrebbe tenere a debita distanza da qualunque perniciosa assolutizzazione positiva o negativa di questa o di quell'altra forma liturgica. Assicuro essere il primo a farlo, per conto mio. Assicuro essere il primo a cui piacerebbe rivedere qualcosa (penso nel senso in cui piacerebbe anche a te) dell'attuale liturgia, ma non al costo di eliminarne i magnifici pregi [ma _veramente_ non si ritiene di alcun valore neppure la lettura della Parola nella lingua del popolo, peraltro già raccomandata dalla SC, e la sua maggiore e più equilibrata abbondanza?] che, mi dispiace, ma non posso far finta di non vedere.
Ma se così riuscissimo a fare potremmo forse veramente "sine ira ac studio", ma con grande amore per la Chiesa, impiantare una discussione fruttuosa ancorché probabilmente non risolvere - ma non spetta a noi - le nostre divergenze.

Fraternamente.

Anonimo ha detto...

P.S. Sempre io, scusate: a parte che non mi sembrava di aver "impugnato l'ermeneutica della continuità come un dogma", mi sembra che Benedetto XVI abbia proposto con grande forza questa chiave di lettura (le sue parole esatte: "ermeneutica della riforma nella continuità", contrapposta a "ermeneutica della discontinuità e della rottura"), contro gli eccessi sia di tipo modernista sia di tipo lefebvriano.
Mi sembra l'unico modo per approdare a una lettura corretta del Magistero, scevra da fissismi come da incongrue rotture: cosa c'e' che non va?

Anonimo ha detto...

...c'è, mio caro amico, che l'ermeneutica va appunto applicata e non semplicemente citata accanto alle fonti conciliari. Dunque se si volesse applicare questa metodologia, che poi è l'unica che la Chiesa può permettersi se non vuole dichiararsi un qualcosa di nuovo rispetto alla successione apostolica (e questo concetto molto bene lo esprime il libro di mons. Brunero Gherardini in questo blog ampiamente recensito e di cui consiglio di cuore la lettura), non ci apparirebbero così strane le dure critiche al NOM. E nella durezza ci sta la carità della franchezza.
In che cosa brillerebbe il nuovo rito? Nella ricchezza delle letture? Nel ciclo degli anni A/B/C? Permettimi, mio caro interlocutore, di esprimere un amaro sorriso. E torno a invitare a frequentare la S. Messa di Tradizione per un po' per apprezzare come l'aurea armonia tra la festività celebrata, epistola, Vangelo e parti mobili; un equilibrio mirabile e sapiente, molto ricco ed efficace piuttosto del quantitativo ma dispersivo profluvio veterotestamentario del NOM sulla cui efficacia pastorale continuo a porre le domande sopra esposte.
L.Moscardò

...e aggiungo anch'io un p.s.: guarda che i lefebvriani non ci hanno mica la coda. Io non li frequento ma ne ho conosciuti alcuni, degnissime persone, buoni cattolici. Se si vuol dare una botta al cerchio (modernisti) e una alla botte (lefebvriani) si rischia di essere un po' democristiani o alla ricerca di una sintesi hegeliana. Se si vuol dare un senso alla continuità non si può far d'ogn'erba un fascio.

Anonimo ha detto...

Nè hegeliano né democristiano, per carità. Ma neanche modernista o lefebvriano, che mi risulta siano due modi per _non_ essere buoni cattolici (il che naturalmente non significa non essere degnissime persone, per carità: anche i modernisti, se è per questo, non hanno la coda e neanche gli zoccoli, ma non li utilizzo come base dottrinale, diciamo).

La franchezza ci sta tutta, e ci mancherebbe. Ma se continui a sostenere che il NOM è il peggiore dei riti possibili, e il VOM il migliore, di fatto ti trinceri in un fissismo astorico (altro che i presunti "archeologismi" del NOM) che contraddice l'idea stessa di riforma (compresa quella tridentina, che fu una _grande_ riforma) e che rende la tua posizione sostanzialmente apodittica, indiscutibile, solo da accettare o da rifiutare. E io la rifiuto (penso che sopravvivrai).

Anonimo ha detto...

Ma perché si continua a spostare il focus della questione? Mi si costringe a noiose puntualizzazioni: non ho mai detto che il NOM è il "peggiore dei riti possibili", e non lo penso: ci sono anche i riti scismatici (belli quelli ortodossi per esempio) e (brutti quelli) protestanti che pur avendo influito sul NOM sono senz'altro peggiori in quanto non cattolici.... Mi si fanno dire cose che stanno nella altrui testa. Dico che il NOM ha sacrificato molto (troppo) e non ha ottenuto niente. Mi si dimostri -rispondendo ai quesiti di qualche post fa, per esempio- il contrario.
Mi si accusa di basarmi su affermazioni apodittiche ma io ho argomentato e posto questioni che continuamente il mio interlocutore elude.
Fissismo? Astoricismo? Tutt'altro io seguo il Messale del 1962! Il venerabile rito ha subito continue riforme e adeguamenti, e chi le respinge? Il discorso sull'ermeneutica e sul "messale fantasma" è stato -come ogni altro argomento- sorvolato nella riflessione del mio interlocutore con una disinvoltura veramente scoraggiante... dunque ho il sospetto di essere oggetto di un franco quanto inutile tiro a segno che evidentemente scarica le altrui tensioni; ma se non si fa altro che glissare, scivolare, eludere,non rispondere a quesiti, spostare gli argomenti, non c'è costrutto e sarò costretto a porgere un cortese saluto.
(tra l'altro i modernisti sì che ce l'hanno la coda!Si guardi bene!)
L. Moscardò