mercoledì 10 febbraio 2010

La frequenza dei fedeli alla Messa in forma straordinaria: problemi e soluzioni (seconda parte)


di Daniele Di Sorco


Prima parte


5. Proposte di soluzione. Il ruolo del clero.

Finora ho cercato di tracciare un quadro abbastanza completo, benché sintetico, dei problemi che determinano un'affluenza di fedeli alla liturgia tradizionale inferiore alle aspettative. Individuare le soluzioni non è lavoro di una persona sola. Mi limiterò, pertanto, ad alcune considerazioni e proposte, in attesa che altri esaminino la questione e avanzino proposte.

Anzitutto, un'osservazione preliminare. Il ruolo dei laici è senza dubbio importante, ma una reale svolta nell'organizzazione e nella gestione delle funzioni in forma straordinaria potrà avvenire solo quanto il clero comincerà, in modo generale e sistematico, a prendere coscienza dell'importanza dell'iniziativa e ad occuparsene in prima persona. L'esperienza dimostra che nei luoghi in cui è stato il parroco a farsi carico dell'organizzazione e della divulgazione del rito tradizionale, la frequenza dei fedeli risulta significativamente più alta. Per contro, laddove la maggior parte del clero ostenta contrarietà o sufficienza nei confronti della forma straordinaria e inculca una mentalità liturgica ad essa contraria, i gruppi di fedeli laici, per quanto organizzati e coordinati, non possono fare molto.

Nel nostro Paese, infatti, esiste ancora la tendenza di fidarsi ciecamente del parere del clero, specialmente in questioni che riguardano direttamente l'ambito ecclesiastico. Un atteggiamento del genere, nell'odierno contesto, ha vantaggi e svantaggi. Tra gli svantaggi, il rischio di adeguamento ad opinioni discutibili, non conformi alla mente del Santo Padre o addirittura sconfinanti nell'eterodossia. Tra i vantaggi, la possibilità di divulgare su vasta scala posizioni in linea con la Tradizione cattolica. Tutto dipende dalla persona con cui si ha a che fare.

Nell'opinione di chi scrive, quindi, il coinvolgimento sistematico del clero nella causa della liturgia tradizionale costituirà il vero punto di svolta di una situazione altrimenti destinata ad evolversi con molta lentezza. Da questo punto di vista, non è azzardato coltivare buone speranze. Risulta, infatti, che una buona parte del giovane clero è interessata alla questione liturgica e, più in generale, alla riscoperta della Tradizione cattolica nel suo complesso. Grazie ad una nuova ondata di studi liturgici, cominciano a perdere molto del loro vigore quei pregiudizi che hanno portato alla denigrazione delle forme rituali storiche e all'esaltazione smodata e acritica di quelle attuali. Inoltre il crescente interesse verso il rito tradizionale da parte dei fedeli sollecita una risposta adeguata da parte del clero.

In Italia la strada da fare è ancora lunga, ma in Francia i fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano rappresentano una porzione molto significativa del totale dei praticanti, ed essendo i più prolifici sul piano vocazionale, sono destinati a divenire, nell'arco di qualche decennio, la maggioranza. Una situazione che i vescovi, volenti e nolenti, non potranno ignorare.


6. Il ruolo dei laici.

In attesa che il clero si decida a fare le sue mosse, però, è evidente che i laici non possono restare inerti. È ad essi che spetta preparare il terreno per un un ritorno più generalizzato della liturgia romana storica, non solo nella pratica ecclesiale, ma anche nella mentalità dei cattolici. Ciò si ottiene non soltanto moltiplicando il numero delle chiese in cui si celebra l'antico rito, ma anche facendo in modo, con tutti gli accorgimenti suggeriti dalle norme ecclesiastiche e dal buon senso, che esso sia officiato in maniera veramente degna, attenta, devota, tale da veicolare ai partecipanti il senso genuino della liturgia. In questo modo sarà facile, anche per i non esperti, sperimentare l'alta spiritualità che caratterizza la liturgia romana classica.


7. Il celebrante.

Il punto di partenza è costituito, naturalmente, dal celebrante. Mi rendo conto che in molte diocesi, nonostante il motu proprio, vige ancora la prassi della nomina episcopale: in questi casi, è necessario accontentarsi, almeno per il momento, di chi si ha a disposizione, anche se si tratta di persone che, per età, preparazione o scarso interesse, si rivelano impari all'incarico loro affidato. Diversamente è opportuno affidarsi a un sacerdote che dimostri vero interesse per il rito antico e sincera disponibilità ad impararne nel dettaglio le norme.

Il modo di celebrare, infatti, riflette in modo assai eloquente la visione che si ha della liturgia e più in generale della religione cattolica. Il sacerdote sciatto, superficiale, disattento, che bada più al funzionamento del microfono che al modo con cui tocca le sacre Specie, non stimola certo pietà o devozione. Invece il sacerdote che è, ed appare anche esteriormente, tutto preso dal rito, dall'azione sacra e da ciò che essa significa, coinvolge anche i fedeli nel suo processo di elevazione verso il divino. Gli effetti sul popolo delle Messe celebrate dai Santi ne sono la prova.

Tutto ciò, com'è evidente, ha come presupposto il rispetto scrupoloso, puntuale e attento delle rubriche. Il rito romano antico non è difficile. Lo è forse rispetto al rito romano riformato, che in molte cose ha rimpiazzato il principio dell'uniformità con quello della creatività, non certo rispetto ai riti orientali, che sono infinitamente più complessi. Il vero scoglio per chi, abituato alla forma ordinaria, si accosta per la prima volta alla forma straordinaria è costituito più dalla mentalità che dalla differenza tra le singole norme. La forma ordinaria ha abituato molti all'idea che, per celebrare in modo decente, sia sufficiente conoscere il rito nelle sue linee generali, affidandosi, per il resto, all'iniziativa personale o a vaghe e indefinite reminescenze.

Naturalmente qui non ci si riferisce ai lapsus o alle distrazioni cui può andare incontro la memoria, ma ad un atteggiamento di programmata e sistematica negligenza verso le prescrizioni dei libri liturgici. È normale, per esempio, scordarsi di espandere le mani durante l'orazione; meno normale trascurare deliberatamente la norma che prescrive questo gesto e regolarsi in base al proprio arbitrio. Un tale modo di pensare, dannoso per la forma ordinaria, per la forma straordinaria è distruttivo, visto che essa, al pari delle altre liturgie storiche, fa dell'uniformità e dell'esattezza rituale il suo punto di forza.

Non meno distruttivo è l'atteggiamento di coloro che, sostituendosi alla Santa Sede, introducono arbitrariamente modifiche e adattamenti nel rito oppure operano improbabili commistioni tra la forma ordinaria e quella straordinaria. In questo modo, la struttura del rito risulta snaturata, il significato delle singole parti oscurato o travisato, la spiritualità della liturgia distrutta.

Una delle variazioni più frequenti consiste nel recitare ad alta voce le parti che secondo le rubriche vanno dette secreto, trasformando così la Messa in una specie di rappresentazione teatrale, nella quale il pubblico deve udire tutto, e dimenticando i motivi profondi che stanno alla base delle prescrizioni ecclesiastiche. Il tono di voce inintellegibile, infatti, si usa sia per distinguere le parti private (introdotte, cioè, soprattutto per la devozione del sacerdote) dalle parti pubbliche della Messa, sia per ragioni mistiche (come nel caso del Canone, in cui l'uso del tono di voce inintellegibile serve per sottolineare la sacralità e la grandezza dei misteri che in esso si compiono). Eliminarlo o ridurlo a seconda del proprio arbitrio significa alterare la natura del rito, ostacolandone, anziché agevolandone, la fruizione. Lo stesso dicasi per l'introduzione del volgare in parti diverse dalle letture e per altri abusi di minore o maggiore entità.

La conoscenza delle rubriche, naturalmente, è di competenza del sacerdote. Capita spesso, tuttavia, che egli, accostandosi per la prima volta al rito antico, non sappia dove cercare le rubriche che gli interessano o non sia in grado di coordinarle fra loro. Oggi, per fortuna, esistono numerosi sussidi che permettono di rimediare a questa difficoltà. È compito dei laici segnalarli o procurarli al sacerdote. Qui mi limito a indicare i principali.

Innanzi tutto, il video esplicativo della Messa, realizzato a cura della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" e pubblicato sul sito Maranatha. Poi, sempre sullo stesso sito, la traduzione italiana delle Rubriche generali, delle Rubriche generali del Messale Romano e del Ritus servandus: quest'ultimo contiene le istruzioni dettagliate su come celebrare la Messa in forma straordinaria. Ulteriori informazioni si trovano sugli altri siti internet dedicati alla liturgia tradizionale. I più esperti possono ricorrere a un manuale del 1963 recentemente ristampato: L. Trimeloni, Compendio di Liturgia pratica, Milano, Marietti, 2007. Infine, per ordinare le varie parti della Messa a seconda del giorno liturgico, senza dover ogni volta consultare le rubriche, si può ricorrere a un mio lavoro: Ordo Missae celebrandae et divini Officii persolvendi, Danielis Di Sorco cura et studio, Senae, Cantagalli, 2009, che offre anche, nella prima parte, un riassunto schematico delle principali norme.

Non è inopportuno che i laici dotati di una certa competenza rubricale facciano notare al sacerdote le sviste e gli errori che egli commette nel celebrare, purché ciò avvenga con la dovuta delicatezza e solo nel caso di errori ricorrenti. Si ricordi che, se da un lato bisogna evitare la sciattezza, dall'altro non bisogna spingere verso un eccessivo perfezionismo. Per imparare a celebrare bene la Messa tradizionale il sacerdote inesperto ha bisogno di tempo e di esperienza: non avere pazienza nei suoi confronti o pretendere subito una funzione perfetta in ogni dettaglio è semplicemente assurdo.


8. Il servizio all'altare.

Un altro aspetto che richiede la massima cura è il servizio all'altare. Per esso valgono, mutatis mutandis, le stesse considerazioni che abbiamo fatto a proposito del sacerdote: un servizio devoto, attento, rispettoso delle norme sarà motivo di decoro per la funzione e di edificazione per i fedeli; al contrario, un servizio lasciato al caso o affidato a persone impreparate sarà motivo di distrazione e di disordine. Si ricordi che, secondo la citata Instructio della S. Congregazione dei Riti, "i laici di sesso maschile, sia fanciulli che giovani o adulti, quando vengono deputati dalla competente autorità ecclesiastica al ministero dell'altare, [...] se assolvono tale ufficio nel modo e nella forma voluta dalle rubriche, esercitano anch'essi un servizio ministeriale diretto, ma delegato" (n. 93 c).

È necessario, quindi, che questo importante incarico sia assunto da persone disposte a svolgerlo nel migliore dei modi. In genere si preferiscano gli adolescenti e i giovani, sia per coinvolgerli più direttamente nella celebrazione nel culto e favorire così eventuali vocazioni al sacerdozio, sia per la loro maggiore predisposizione ad imparare e a memorizzare. Ma non bisogna pensare, come fanno in molti, che il servizio all'altare sia cosa esclusivamente da giovani. Anzi, se i ragazzi che frequentano la Messa tradizionale si rivelassero meno adatti, per ragioni oggettive, a svolgere questo compito, è meglio che se ne faccia carico qualche adulto.

Per imparare a servire all'altare o per verificare se il servizio svolto sia effettivamente conforme alle rubriche, come stabilisce la Instructio testé citata, è possibile valersi di un gran numero di sussidi, disponibili sia su internet sia in formato cartaceo. Tra di essi mi permetto di segnalare un lavoro al quale ho collaborato e che si occupa ex professo dell'argomento: E. Cuneo - D. Di Sorco - R. Mameli, Introibo ad altare Dei. Il servizio all'altare nella liturgia romana tradizionale, Verona, Fede & Cultura, 2008. Per chi può, la soluzione più pratica ed efficace consiste nell'imparare da chi sa già servire.

Si tenga presente, inoltre, che il numero di persone che servono all'altare, secondo le disposizioni della Sacra Congregazione dei Riti, dev'essere regolato in base alla solennità. Esso normalmente è di uno per la Messa letta semplice, due per la Messa letta con qualche elemento di solennità (come, per esempio, la Messa domenicale, la Messa accompagnata, la Messa cum canticis e quando un chierichetto inesperto debba imparare a servire da un altro più esperto) e per la Messa cantata, tre o quattro (due assistenti e turiferaio) per la Messa cantata con incenso, salvo casi particolari. Questo per quanto riguarda il servizio vero e proprio. Ma, per ragioni di solennità o per svolgere mansioni di minor conto, nulla vieta di impiegare un numero maggiore di chierichetti, specialmente nei giorni festivi. In ogni caso, bisogna fare in modo che l'impiego di un servizio numeroso non si risolva in una cattiva suddivisione dei compiti: in certe cappelle non è raro vedere cinque o sei persone che servono una Messa letta e nessuno che si occupa, per esempio, del canto o di altri incarichi.

Della preparazione della chiesa e della manutenzione delle suppellettili potranno occuparsi, a seconda dei bisogni, sia i chierichetti sia qualche altra persona capace e disposta ad assumersi l'incarico. Certamente bisogna evitare che la celebrazione della Messa tradizionale avvenga con arredi non perfettamente puliti. Spetta al gruppo dei fedeli farsi carico, se necessario, di questa grave incombenza.


9. La musica sacra.

Fin qui ci siamo occupati degli elementi indispensabili a tutte le funzioni: il sacerdote celebrante, i ministranti, le suppellettili del culto. Curare attentamente questi tre aspetti comporta già una significativa elevazione delle celebrazioni in forma ordinaria rispetto al livello medio della liturgia attuale. Ad essi può aggiungersene un quarto, che, pur non essendo strettamente indispensabile, riveste un'importanza fondamentale sia in ordine alla solennità e al decoro del culto sia in ordine alla partecipazione attiva dei fedeli. Mi riferisco alla musica e al canto sacro.

È triste dover constatare che spesso le funzioni in forma straordinaria non sono migliori, sul piano musicale, delle funzioni in forma ordinaria. Ancor più triste è accorgersi che ciò avviene non per mancanza di mezzi, ma per negligenza o, quel che è peggio, per pregiudizio verso le funzioni in canto, ritenute addirittura responsabili di ostacolare la partecipazione popolare. Questo spiega perché in molte chiese, anche quando c'è la possibilità di realizzare una Messa in canto, si preferisca la forma cosiddetta dialogata. L'esperienza, tuttavia, dimostra che i fedeli che assistono per la prima volta al rito tradizionale rimangono più colpiti da una Messa in canto o almeno da una Messa cum canticis piuttosto che da una Messa completamente piana.

Del resto, la forma primitiva e originaria della Messa è quella in canto, che pertanto mantiene ancora oggi il massimo grado di coerenza, efficacia e solennità rituale. In antico tutte le celebrazioni erano in canto e tale consuetudine si manitene ancora oggi presso alcune Chiese orientali dissidenti. Soltanto in un secondo tempo, col diffondersi delle Messe private e la conseguente esigenza di semplificare la celebrazione, si addivenne alla forma "letta". D'altra parte, la partecipazione attiva del popolo al santo Sacrificio è sempre avvenuta attraverso il canto: canto liturgico in latino alle funzioni solenni, canto popolare in latino e soprattutto in volgare alle funzioni lette. La Messa dialogata è relativamente recente (cominciò a diffondersi su larga scala solo a partire dagli anni Venti) e non esclude, ma integra, la partecipazione attraverso il canto.

Pertanto, se si vuole incrementare la solennità e la bellezza delle funzioni in forma straordinaria ed agevolare così la presenza dei fedeli, è necessario curarne di più l'aspetto musicale.


10. La Messa cantata.

L'ideale sarebbe celebrare la Messa cantata ogni domenica. Non si tratta di un obiettivo irraggiungibile neppure per quelle chiese che non possono disporre di un vero e proprio coro. L'Ordinario può essere sempre eseguito dal popolo su melodie semplici e note, come la Missa de Angelis o altre Messe in musica appositamente scelte. Per quanto riguarda il canto del Proprio, molti si lasciano scoraggiare dalle complicate melodie contenute nel Graduale o nel Liber usualis, dimenticando che esse possono essere legittimamente rimpiazzate da un semplice tono salmodico o addirittura dal tono retto (Instructio cit., n. 21 c).

Affinché l'esecuzione dei canti, specialmente di quelli del Proprio, avvenga in maniera decente e ordinata, è opportuno eseguire una piccola prova, anche subito prima dell'inizio della funzione, e costituire un gruppo di persone di buona voce e sicura intonazione che sia in grado di guidare il resto del popolo. Benché in genere sia piuttosto semplice procurarsi un organista, non bisogna vincolare alla sua presenza l'esecuzione dei canti.

A me pare che questo minimum possa essere raggiunto dappertutto. Il popolo non rimane estraneo alla sacra azione, ma vi partecipa nel modo più appropriato, cioè mediante l'esecuzione dei canti liturgici ad esso spettanti. Chi ha mezzi maggiori, naturalmente, può andare oltre e costituire un vero e proprio coro, capace di eseguire pezzi più difficili e più belli (per esempio, le melodie gregoriane del Proprio, canti polifonici, ecc.). Si badi però di lasciare sempre al popolo, salvo casi particolarissimi, l'esecuzione di almeno una parte dei canti della Messa. Una buona soluzione è affidare al coro il Proprio e i mottetti d'Offertorio e di Comunione, riservando al popolo l'Ordinario.

Laddove, per vari motivi, non è possibile celebrare la Messa cantata con frequenza regolare, si cerchi di utilizzare questa forma almeno nelle maggiori solennità. Nelle altre circostanze, la norma dovrebbe essere costituita da una Messa letta non solo dialogata, ma anche cum canticis o almeno accompagnata.


11. La Messa letta dialogata e cum canticis.

Che cosa sia la Messa dialogata tutti lo sanno. In Italia è ormai divenuta la forma normale di celebrazione della Messa letta. Non è quindi il caso di dilungarci troppo su di essa, se non per osservare che, dei quattro grado di partecipazione previsti dalla citata Instructio della S. Congregazione dei Riti (n. 31), il più adatto alle circostanze ordinarie è senza dubbio il terzo, che prevede la recita da parte del popolo delle risposte liturgiche e di alcune parti dell'Ordinario della Messa (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus-Benedictus, Agnus Dei), mentre il quarto, come precisa la stessa Instructio, è bene riservarlo a "gruppi scelti di persone colte e ben preparate", quali le comunità religiose, poiché la recita comune delle parti del Proprio, se non è debitamente preparata in anticipo, si risolve in un confuso affastellamento di voci.

Meno nota e meno praticata della Messa dialogata, ma più tradizionale di questa per origine e per fisionomia, è la cosiddetta Messa cum canticis. Ho detto meno nota perché in genere le norme che regolano l'esecuzione dei canti alla Messa letta sono poco conosciute e spesso per paura di sbagliare si preferisce non fare nulla.

Cominciamo subito col dire che con l'espressione "Messa letta" si intende una Messa nella quale tutte le parti liturgiche, sia quelle dell'Ordinario che quelle del Proprio, sono dette senza canto, ad alta o bassa voce secondo quanto previsto dalle rubriche (Rubricae generales Missalis romani, 271). Ciò non esclude, tuttavia, che nei momenti di silenzio o quando il sacerdote prega prolungatamente sottovoce si eseguano canti religiosi non liturgici, il cui testo, cioè, non è tratto dall'Ordinario o dal Proprio della Messa del giorno. Anzi, i documenti della Santa Sede lo consentono esplicitamente: "Nelle Messe lette i fedeli possono cantare canti popolari religiosi, a condizione però che questi siano strettamente intonati alle singole parti della Messa" (Instructio cit., n. 33). Questi canti prendono il nome di mottetti e, non essendo strettamente liturgici, possono essere sia in latino che in volgare e abbracciare vari generi musicali.

La Messa cum canticis offre dunque l'opportunità di riscoprire ed eseguire nel cuore stesso della liturgia quell'inestimabile patrimonio di canti religiosi popolari tanto caro alla pietà popolare e altrimenti destinato all'oblio. Consente inoltre di temperare quei lunghi momenti di silenzio che per molti, almeno in un primo momento, costituiscono un serio ostacolo alla fruizione della Messa tradizionale. Del resto, se è vero che il silenzio è fondamentale per la meditazione e la preghiera personale, è anche vero che la Messa è specialmente destinata alla preghiera comunitaria e che la Messa in canto non prevede tanto silenzio quanto la Messa letta. Il canto non liturgico, inolte, può essere considerato in qualche modo una forma di silenzio meditato.

A chi oggi dimostra poca simpatia per la Messa cum canticis è opportuno ricordare che questa era tradizionalmente la forma normale della Messa letta nelle domeniche e nei giorni festivi. Nei paesi di lingua tedesca si era arrivati al punto di eseguire i canti popolari anche durante quelle parti che il sacerdote avrebbe dovuto dire ad alta voce. Ciò spiega la presenza di canti, non solo "all'ingresso" o "all'Offertorio", ma anche "al Gloria", "al Sanctus" e addirittura "al Vangelo" nella celebre Deutsche Messe di Michael Haydn. Una prassi del genere è certamente eccessiva, poiché sovrappone alla Messa vera e propria una specie di paraliturgia popolare in volgare, ma dimostra comunque la diffusione della Messa cum canticis e l'attaccamento che il popolo dimostrava verso di essa. Personalmente sono convinto che una maggior diffusione di questa forma, integrata e non sostituita alla Messa dialogata, renderebbe le funzioni in forma straordinaria più degne, più solenni, più fruibili anche da parte dei non esperti.

Vengo ora ad alcune indicazioni pratiche. Alla Messa letta i mottetti possono essere eseguiti in tutti o in alcuni dei seguenti momenti: 1) all'ingresso del sacerdote celebrante; 2) mentre il sacerdote recita il Munda cor meum prima del Vangelo; 3) all'Offertorio, da dopo la recita dell'antifona fino alla lavanda delle mani o alla Secreta; 4) dopo il Sanctus fino alla consacrazione esclusa; 5) dopo la consacrazione fino al termine del Canone; 6) dopo l'Agnus Dei fino alla Comunione del celebrante; 7) durante la Comunione dei fedeli; 8) all'uscita del celebrante, dopo l'ultimo Vangelo o le preci leonine.

Quanto al repertorio, la scelta è piuttosto vasta. Si va dai canti popolari o composti ad uso del popolo fino a pezzi più complessi, gregoriani o polifonici, la cui esecuzione può essere in certi casi affidata a un coro. Esistono anche serie di mottetti scritte appositamente per accompagnare la Messa letta. Tra tutte ricordiamo la versione italiana della Deutsche Messe di M. Haydn (Celebre Messa popolare: dieci canti per la messa piana a 4 voci dispari con o senza organo, nuova edizione curata dal M. Francesco Bagnoli. Firenze, Maurri, s.d.) e I canti del popolo alla Santa Messa di D. Bartolucci (Roma, A.I.S.C., 1954). Diverse serie di mottetti, in latino e in italiano, offre il Manuale diocesano pubblicato nel 1955 dell'arcidiocesi di Firenze.

Se si impiegano singoli mottetti, è necessario che essi siano adatti al momento della Messa in cui vengano eseguiti (Instructio cit., n. 30). A puro titolo esemplificativo, si possono menzionare i seguenti canti: Al tuo santo altar all'ingresso; Signor, di spighe indori all'Offertorio; una parafrasi del Sanctus (come È Santo dalla ricordata Messa popolare di Haydn) o un canto di giubilo dopo il Sanctus; un mottetto eucaristico, come Ave, verum o O salutaris, dopo la Consacrazione, dopo l'Agnus Dei e alla Comunione; un mottetto di ringraziamento alla fine. Le possibilità, come ho detto, sono molte; ma certamente non avrebbe senso eseguire un mottetto eucaristico all'Offertorio o un canto di mestizia dopo la Consacrazione. Per la preparazione dei canti, valgono gli stessi consigli dati a proposito della Messa in canto.


12. La Messa "accompagnata".

Nelle celebrazioni occasionali è talvota difficile organizzare persino una Messa cum canticis. Conviene allora ricorrere ad una forma oggi poco usata ma un tempo molto diffusa, specialmente nei giorni feriali: la Messa cosiddetta accompagnata. Si tratta di una Messa letta durante la quale, negli stessi momenti in cui sono consentiti i mottetti, si suona l'organo (cfr. Instructio cit., n. 29). Se ciò avviene in modo conforme alle diverse parti della liturgia, il suono dello strumento costituisce non un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio aiuto alla preghiera e alla meditazione. Naturalmente, è necessario che l'organista abbia le conoscenze liturgiche e musicali sufficienti per svolgere in modo adeguato il proprio compito.


13. Messa letta e Messa in canto.

Chi si occupa dell'organizzazione dei canti e della musica, tanto alla Messa in canto quanto alla Messa letta, deve conoscere dettagliatamente le norme ecclesiastiche in materia, ricavate dalla più volte menzionata Instructio della Sacra Congregazione dei Riti, il cui testo, in traduzione italiana, si trova sul sito Maranatha.

Qui mi preme soltanto ricordare una norma spesso disattesa. La Messa in canto e la Messa letta sono, nel rito tradizionale, due forme ben distinte. Pertanto non è consentito celebrare una Messa in parte letta e in parte cantata, ossia una Messa letta nella quale soltanto alcune parti dell'Ordinario e del Proprio sono eseguite in canto.

Le ragioni di tale proibizione sono varie. In primo luogo, si tratta di conservare la specificità della Messa in canto, che è la forma originaria della Messa, impedendo il diffondersi di forme ibride, le quali, come è avvenuto nella liturgia ordinaria, finirebbero per sostituirsi completamente ad essa. In secondo luogo, è necessario mantenere la differenza funzionale tra parti in canto e parti lette, differenza che rimanda alla loro diversa origine e alla loro diversa destinazione.

Dell'argomento mi sono occupato più specificamente nel mio libro Introibo ad altare Dei cit., pp. 171-186. Naturalmente la proibizione di eseguire canti liturgici alla Messa letta non si riflette sulla possibilità di cantare mottetti, i quali, come abbiamo visto, sono canti religiosi su testo non liturgico.

È necessario ribadire che un ibrido tra Messa in canto e Messa letta, alterando l'economia e l'equilibrio del rito, non ne agevola la fruizione da parte dei fedeli, ma la ostacola e la confonde.

(segue)

8 commenti:

Ambrosiano ha detto...

osservazioni intelligenti, di difficile attuazione però... per lo meno in Italia. il giorno in cui il Santo Padre si deciderà a celebrare pubblicamente secondo il Rito Antico, forse qualcosa cambierà. ciao

Simone ha detto...

lasciare al popolo il canto dell'ordinario (con che melodie? tutto l'anno la messa degli angeli?? non se ne può più!) significa decretare la scomparsa della "messa in musica" ed infilare la via della decadenza della musica sacra, cosa per altro già avvenuta.
Il massimo esempio di sviluppo di forma d'arte è l'ordinario in musica, che impernia ed avvolge tutto il rito. Relegando l'intervento della musica ad un paio di mottetti significa dire basta all'intervento della musica stessa.

Daniele ha detto...

Ma chi ha detto che si debba usare sempre la Missa de Angelis? Esistono molte altre Messe in musica (gregoriana o figurata) adatte al popolo o tali da poter essere eseguite dal popolo e dalla schola insieme. E questo senza nulla togliere all'opportunità di eseguire un Ordinario di livello musicale un po' più alto quando la circostanza lo richieda.

Del resto, avveniva così anche in passato. Solo le chiese maggiori (cattedrali, collegiate, conventuali) erano in grado di disporre di una schola vera e propria. Le altre dovevano accontentarsi di un piccolo coro, che in molti casi si limitava a guidare il canto del popolo. Tale consuetudine è dimostrata dal fatto che i fedeli conoscevano molto bene sia le Messe gregoriane più semplici sia alcune Messe in latino su melodia popolare, di cui oggi, purtroppo, si è quasi persa la memoria.

Del resto, che il popolo, in circostanze ordinarie, non debba restare estraneo al canto, è quanto affermava nel lontano 1903 S. Pio X. Tornare ad una situazione prenovecentesca e propria, fra l'altro, solo di alcune grandi chiese, non mi pare né opportuno né fattibile.

Simone ha detto...

Vorrei chiarirmi... non sono contro il canto del popolo e trovo in buona parte giuste le tue considerazioni che si rifanno comunque ai documenti.
Io sarei per una soluzione di duttilità e di elasticità, facendo i distinguo più che per dogma di Sacrosanctum Concilium per questione pratica, seconda se ci si trova in una grande basilica o in una cheisa parrocchiale, e a seconda delle possibilità musicali.
Purtroppo con il Vaticano II si è dichiarata guerra all'ordinarium in musica polifonica, e i risultati li abbiamo sotto gli occhi. Sarebbe opportuno, facendo un passo indietro, non incappare negli stessi errori, altrimenti la musica sacra sarà finita per sempre (è già in coma profondo da qualche decennio).

Anonimo ha detto...

Il Vaticano ristampa il Messale del beato Giovanni XXIII (1962). Ottima notizia!

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mic ha detto...

In questo modo sarà facile, anche per i non esperti, sperimentare l'alta spiritualità che caratterizza la liturgia romana classica.

ma soprattutto di viverla secondo le Verità di Fede cattoliche che la permeano (non si tratta di altro che della Presenza Reale del Signore e della Sua Offerta al Padre, che è da subito l'offerta delle Hostia Pura Santa e Immacolata, e non del "frutto della terra e del nostro lavoro"!)

ed è così che queste Verità di assimilano e possono diventare vita e si può colmare il drammati iato generazionale esistente. Ed è per questo che non basta celebrare, bsoognerebbe avere tempi e luoghi anche per 'parlarne' ri-catechizzare...

Permettere qualcosa senza anche promuoverlo, in realtà è quasi come non permetterlo!
Ma staremo a vedere cosa succede dopo la scadenza dei tre anni...

Anonimo ha detto...

Averne di cori che fanno anche l'ordinario in polifonia classica, magari!
L'id quod plerumque accidit è che il coro non c'è, allora è molto opportuno e auspicabile -per la messa cantata- l'intervento dei fedeli nelle parti dell'ordinario. Nelle maggiori solennità se si avesse un coro sarebbe l'ideale; ancor più bello averlo tutte le domeniche ma -oggi come oggi- è un lusso da nabàbbi e beato chi ce l'ha.
Per gusto personale preferisco autori come Palestrina, De Victoria, Lasso... ma meglio un mottettino striminzito a due voci di Perosi (tanto di cappello, tra l'altro, a questo compositore) fatto onestamente che brutte avventure a cinque voci dispari: voglio dire che bisogna misurare le forze e ottenere il risultato di elevare tutti, anche chi canta o accompagna se no si rischiano esiti grotteschi o la "professionalizzazione" del coro che, quando non canta, legge il giornale o parlotta sommessamente d'ogni argomento (questo lasciamolo fare agli scouts nelle messe NOM).
L. Moscardò

ITER PARA TUTUM ha detto...

In effetti io ho sempre sostenuto che una chiesa senza un buon parroco è come una automobile senza motore funzionante. Posso avere la più bella macchina del mondo, se il motore non funziona la macchina non mi serve a nulla.