lunedì 8 febbraio 2010

La frequenza dei fedeli alla Messa in forma straordinaria: problemi e soluzioni (prima parte)

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di Daniele Di Sorco


1. La difficoltà aggregativa.

Chi ha la fortuna di ottenere una nuova celebrazione regolare nella forma straordinaria, si trova quasi sempre di fronte a un problema imprevisto e apparentemente insormontabile: la difficoltà di aggregare un ragionevole numero di fedeli e soprattutto di farlo crescere. Normalmente le cose vanno in questo modo. La prima volta, grazie alla novità dell'evento e alla solerzia degli organizzatori nell'invitare amici e conoscenti, si ottiene una partecipazione piuttosto cospicua. Essa, poi, decresce progressivamente, fino ad assestarsi, dopo circa un mese (se la celebrazione ha cadenza settimanale), su una media di circa trenta persone: poco più o poco meno a seconda della grandezza del centro abitato.

Questo fenomeno, che si verifica con puntualità sistematica ogni volta che si riesce ad avviare un nuovo (per usare un'espressione molto in voga) "centro di Messa", scoraggia molti, sorprende tutti, appare inspiegabile a chi conosce, sia pur superficialmente, la situazione di altri Paesi europei, dove la frequenza alla Messa tradizionale è assai più significativa che in Italia. Tuttavia, se vogliamo che la conoscenza e la diffusione della liturgia in forma straordinaria si espanda e raggiunga strati sempre più ampi di fedeli, non dobbiamo fermarci alla fase dello scoraggiamento e dello stupore, ma interrogarci sulle cause del problema e individuare le soluzioni adatte per risolverlo.


2. Quali cause?

Non mi addentro nell'analizzare le ragioni storiche che hanno contribuito a creare nei fedeli una mens di per sé poco propensa verso la liturgia antica, in parte perché ritengo che siano abbastanza note, e in parte perché non rientrano nello scopo di questo contributo. L'abbandono della catechesi liturgica e la denigrazione della forma storica del rito romano sono state due costanti del periodo postconciliare fino al pontificato di Benedetto XVI.

Tutto ciò ha avuto in Italia conseguenze più disastrose che altrove, poiché, mentre nei Paesi francofoni e germanofoni il movimento liturgico era riuscito, fin dal primo dopoguerra, ad impartire al popolo una istruzione liturgica di medio livello, in Italia si cominciò a fare qualche passo nella medesima direzione solo a partire dagli anni Cinquanta. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: l'ignoranza del rito storico da un lato, e la sua denigrazione dall'altro, hanno fatto sì che oggi la maggioranza dei cattolici italiani abbia serie difficoltà nell'apprezzare le caratteristiche della liturgia che la Chiesa ha ininterrottamente celebrato fino alla fine degli anni Sessanta.

Un altro problema è senza dubbio costituito dall'ostracismo di tanta parte del clero nei confronti della liturgia antica. Molti fedeli, specialmente quelli che hanno conosciuto la Messa tradizionale in gioventù, sono ben contenti di potervi nuovamente partecipare, ma il loro desiderio incontra non di rado un serio ostacolo nell'atteggiamento, per esempio, del parroco, che non si fa scrupolo di sconsigliare la frequenza alla Messa in forma straordinaria, tacciata di arretratezza, accusata di fomentare divisioni all'interno della Chiesa o indebitamente associata a istituti non in piena comunione con la Santa Sede. Poiché la persona media si fida ancora dell'opinione del proprio parroco o del proprio sacerdote di fiducia, il parere negativo di costoro influisce non poco sulla decisione di partecipare o non partecipare alle funzioni in forma straordinaria. Contro una tendenza del genere, i laici o anche le associazioni di laici possono fare ben poco, se non denunciare i casi più gravi alla competente autorità ecclesiastica.

A ciò deve aggiungersi la notevole difficoltà che si incontra nel divulgare la notizia della celebrazione in forma straordinaria al di là della cerchia degli amici e dei conoscenti o delle persone già in precedenza interessate. Il recente sontaggio effettuato dall'istituto Doxa ha rilevato come appena poco più della metà dei cattolici praticanti italiani conosce l'esistenza di una forma straordinaria del rito romano. Una situazione certamente non destinata a migliorare nel breve periodo, visto l'atteggiamento ostile di buona parte del mondo ecclesiastico. E se non c'è conoscenza, non può esserci neppure interessamento: nihil volitum, quin cognitum. Anche i parroci e i rettori che non sono a priori contrari accettano di mala voglia che nella bacheca delle loro chiese si affiggano notizie relative alla Messa tradizionale: non vedono di buon occhio la possibilità che qualcuno dei loro fedeli frequenti una realtà diversa da quella parrocchiale.


3. In che cosa precisamente consiste il problema.

La capacità della Messa tradizionale di aggregare fedeli, inoltre, è proporzionale alla correttezza e al fervore con cui viene celebrata. I documenti apostolici precedenti al Concilio che toccano la questione della partecipazione attiva sono concordi nell'affermare che essa ha come presupposto una funzione perfettamente conforme alle rubriche. "L'esempio principale [di partecipazione attiva] è offerto dal sacerdote celebrante e dai suoi ministri, i quali servono all'altare con la dovuta pietà interna e con l'esatta osservanza delle rubriche e cerimonie" (Sacra Rituum Congregatio, Instructio de Musica sacra et de sacra Liturgia, 3 sett. 1958, n. 22).

Le ragioni sono intuitive. La liturgia ha il fine di elevare il popolo al divino, non di abbassare il divino al livello del popolo. I riti, pertanto, devono svolgersi dappertutto allo stesso modo e non possono essere modificati o adattati alle esigenze, vere o presunte, della comunità locale. Diversamente si scade in quel particolarismo che costituisce uno dei più gravi difetti della liturgia riformata e che non consegue alcun risultato sul piano pastorale, poiché l'unità della preghiera corrisponde all'unità della fede. Le statistiche dimostrano che l'esodo dalle chiese è cominciato proprio quando il rito, da universale e stabile, si è trasformato in particolare e variabile.

Ora, non è un mistero che moltissime delle attuali Messe in forma straordinaria si caratterizzano per la molteplicità di abusi o per la negligenza e la superficialità con cui vengono osservate le norme. Ciò avviene talvolta in mala fede, nel caso in cui al celebrante interessi poco o nulla del rito tradizionale, talaltra e più spesso in buona fede, quando il sacerdote crede, mettendo in pratica quegli adattamenti che egli ritiene opportuni, di agevolare la partecipazione popolare.

Abbiamo visto poco sopra come questo atteggiamento, oltre ad essere contrario alle leggi ecclesiastiche, che riservano esclusivamente alla Santa Sede la regolazione del rito e dei singoli suoi particolari, non porta ad alcun risultato positivo. Esso risente della mentalità tipica della liturgia riformata e fa della forma straordinaria qualcosa di altrettanto variabile e adattabile che la forma ordinaria. In questo modo ai fedeli è impossibile conoscere la liturgia antica nella sua vera essenza.

Opposto a questo, ma non meno dannoso, è l'atteggiamento di chi non si preoccupa in alcun modo di curare la partecipazione attiva dei fedeli. Molti, una volta ottenuta la celebrazione regolare, non si interessano più del suo funzionamento e lasciano che la cosa vada avanti per forza di inerzia. Non è raro assistere, anche nei giorni festivi, a una Messa completamente piana, dalla quale sono completamente estromesse, non dico le forme moderne e deviate, ma quelle tradizionali e raccomandabili di partecipazione attiva: i libretti bilingue su cui seguire la funzione o mancano del tutto o sono inefficaci, perché privi di indicazioni spirituali e pastorali; il canto, sia quello liturgico che quello popolare, è assente, come pure il suono dell'organo; il servizio all'altare, quando c'è, si caratterizza per sciattezza e superficialità.

Cose del genere sono forse sopportabili nella forma ordinaria, dove la lingua volgare e la familiarità dei riti suppliscono alla povertà esteriore della cerimonia, ma risultano deleterie nella forma straordiria, che fa della sacralità del rito e dell'apparato con cui si celebra uno dei suoi punti di forza.


4. Disorganizzazione e disunione.

La rassegna dei problemi va conclusa con quello che, a mio avviso, è il principale e dal quale derivano tutti gli altri: l'incapacità di dare vita ad una vera e propria comunità. O, se si vuole, l'incapacità di costruire qualche cosa che vada oltre la Messa, pur conservando la Messa come centro e trait d'union. Non bisogna dimenticare che la liturgia in forma straordinaria non è che una componente, importantissima ma pur sempre una componente, del più vasto ambito della Tradizione cattolica. Molti, invece, tendono a farne un traguardo al di là del quale non importa andare. Su questo punto bisogna intendersi.

Mi rendo perfettamente conto che, specialmente in alcuni luoghi, riuscire ad ottenere una Messa regolare è già un grande risultato. Né sono all'oscuro che in molti casi le forze a disposizione sono scarse e non consentono di andare oltre un certo limite. Ma il problema della mancanza di coesione e dello scarso attivismo extraliturgico riguarda non solo i centri di Messa in formazione, ma anche quelli esistenti da tempo e ormai ben consolidati.

Tra le cause, bisogna annoverare anzitutto una diffusa mancanza di coraggio e di iniziativa. Si ha l'impressione, certe volte, che i fautori della liturgia tradizionale, forse anche a causa della lunga fase catacombale alla quale sono stati per decenni costretti, abbiano sviluppato una specie di allergia ad occuparsi dei gravi problemi che travagliano la Chiesa di oggi. Non che essi non se ne interessino o non ne parlino. Lo fanno, certo, ma quasi sempre nell'ambito della propria ristretta cerchia, stando ben attenti a non esporsi troppo all'esterno.

Per quanto possa apparire paradossale, ho conosciuto alcune persone che frequentano la Messa tradizionale quasi di nascosto; altre che se ne vergognano; altre ancora che evitano qualunque rapporto con gli altri fedeli che frequentano la funzione. Pochi sono disposti ad assumersi incarichi organizzativi. Pochissimi sono d'accordo con l'idea di iniziative extraliturgiche. Sembra che lo spirito individualista del postconcilio abbia preso piede anche negli ambienti legati alla Tradizione e che molti vedano nella Messa tradizionale nient'altro che un modo per soddisfare le proprie (peraltro legittime) esigenze di ordine spirituale.

È noto che la mancanza di coesione e di unità è una delle cause più formidabili di disgregazione. "Omne regnum in se ipsum divisum, desolabitur", insegna il Vangelo (Luc. 11, 17). Tale, duole ammetterlo, è la situazione, almeno nel nostro Paese, di molte chiese e cappelle nelle quali si celebra la liturgia tradizionale, col risultato di deludere prima e allontanare poi i potenziali frequentatori. Essi, infatti, cercano nelle realtà legate al rito antico ciò che non riescono più a trovare nelle proprie parrocchie: non solo, quindi, una celebrazione degna della sacra liturgia, ma anche un'occasione per approfondire la dottrina cristiana e condividere con gli altri le proprie riflessioni od esperienze in un ambiente non avvelenato dal secolarismo e dal progressismo. Se in passato le associazioni di fedeli laici, come le confraternite e le pie unioni, hanno avuto un grande successo in termini numerici e spirituali, è proprio perché, oltre al loro fine specifico, hanno saputo valorizzare nel dovuto modo la dimensione aggregativa.

Certo, è impensabile che le realtà legate alla tradizione si pongano come alternativa alle parrocchie. Il motu proprio di Benedetto XVI lo esclude esplicitamente, identificando appunto nella parrocchia il luogo ordinario di celebrazione della forma straordinaria. Ciò non toglie, tuttavia, che esse possano svolgere un ruolo complementare a quello della parrocchia, proprio come le confraternite, favorendo in particolar modo la conoscenza della Tradizione cattolica in ogni suo aspetto, non soltanto liturgico.

Dalla nostra capacità di trasformare, nei modi e nei tempi opportuni, le realtà legate alla tradizione in autentiche comunità, simili al lievito che fa gonfiare la pasta (cfr. Mt. 13, 33), dipende il successo o l'insuccesso della nostra causa.

(segue)

15 commenti:

LuigiZ ha detto...

Qualche prima riflessione:

- la musica e il canto hanno per molte persone una importanza enorme. A Piacenza, dove abito io, l'andamento e' stato quello indicato da Daniele: la prima volta e' venuta un sacco di gente, poi pian piano siamo scesi ad una trentina di persone. Pero', quelle due o tre volte l'anno in cui si fa venire un organista e un coro semiprofessionale, pubblicizzando la cosa sul settimanale della diocesi, la chiesa e' sempre piena stipata.

La messa cantata per molti (me compreso) e' l'occasione per scoprire appieno la bellezza della liturgia tradizionale; la messa letta, vuoi per scarsa conoscenza del latino, vuoi per il silenzio a cui non siamo abituati, vuoi per altri motivi, lascia alcuni un po' freddi

- L'incenso. Scusate se mi soffermo su questioni cosi' "estrinseche", ma non siamo fatti solo di anima, e il corpo, in particolare l'orecchio e il naso, vogliono la loro parte. Per mio conto se ne usa troppo poco (a Piacenza non si usa mai). Eppure il significato simbolico, l'impatto emotivo, il potenziale evocativo lo dovrebbero rendere un "must". E credo che il Signore lo apprezzi, per cosi' dire.

- sacerdoti giovani. La tendenza sembra quella di incaricare della liturgia straordinaria i presbiteri piu' anziani e piu' malconci. Tanto di cappello, naturalmente, a questi sacerdoti che a ottant'anni trovano ancora le forze e il coraggio di celebrare, pero' il risultato finale e' quello che ci si puo' aspettare: prediche magari meno incisive, un'impressione di poca energia, di "roba da vecchi"

- la gente mediamente se la Messa e' bella, ritorna. Altrimenti, per una Messa brutta tanto vale restare nella propria parrocchia

Le considerazioni sopra esposte valgono per il breve termine, perche' nel lungo periodo sicuramente il fattore preponderante sara' quello indicato da Daniele: cioe' la disponibilita' di un contesto comunitario in cui inserirsi; l'esistenza di gruppi di preghiera e di incontro, le prove del coro, l'organizzazione di pellegrinaggi, l'aggancio con movimenti laici e/o confraternite, l'organizzazione del catechismo per i ragazzi e, perche' no, anche per gli adulti che ne avvertono la necessita', potrebbero essere spunti per cominciare a fare qualcosa anche per questo aspetto. Naturalmente, ci vogliono le persone che si prendano la briga di farlo, difficilmente il buon Dio ce le fara' piovere dal cielo.

Daniele ha detto...

Sono considerazioni pienamente condivisibili. Nella seconda parte del mio articolo, che sarà pubblicata tra qualche giorno (per non appesantire la lettura con interventi eccessivamente lunghi) mi sono occupato proprio di questi aspetti.

D'altra parte, come si è intuito, i due aspetti - la cura della funzione in ogni suo dettaglio e la coesione del coetus fidelium - sono strettamente connessi: dove manca un gruppo unito e organizzato, la Messa di solito non brilla per bellezza o solennità.

Caterina63 ha detto...

Interessante riepilogo riflessione sulla situazione alla quale siamo giunto a quasi tre anni dal MP (tra l'altro nella scadenza data dal Pontefice quale periodo di valutazione degli effetti del MP stesso)....
Ringraziando Daniele che di certo ne è più informato di me, faccio alcune considerazioni a ridosso delle sue:

1. La difficoltà aggregativa.

è strettamente legata, a mio parere, al punto 2. descritto da Danile, la parte che riguarda appunto le cause....in particolare l'ostinazione di non pochi parroci che sconsigliano ai propri parrocchiani di interessarsi di questa Messa e soprattutto, impediscono che tale Messa venga condivisa puntualmente nella propria Parrocchia...

Questa ostinazione causa un altro punto che è quello di un "divieto" assoluto affinchè negli incontri catechetici che si fanno in Parrocchia non si debba parlare ne insegnare questa Messa...

A tutto ciò si deve unire LA DISTANZA...molti fedeli incoraggiati da amici a partecipare a questa Messa devono fare molti chilometri, spesso sono posti fuori mano ed anche se non è un problema centrale, alle lunghe diventa la causa per mollare l'impegno avendo in fondo, vicino casa, la parrocchia del solerte parroco che, scoraggiando il fedele ad andare così lontano, alla fine (stiamo parlando della Domenica, giorno di festa e di riposo anche dallo stress settimanale) si accontenta della Messa "normale" e magari qualche volta si unirà a quella antica...
in fondo, come insistono molti, si tratta della Messa STRAORDINARIA e NON ordinaria, ergo alla fine dei conti, perchè affaticarsi più di tanto?

Io credo che la soluzione sia anche una presa di posizione diretta del Pontefice, cioè, una Messa Vom celebrata dal Pontefice farebbe cessare molte chiacchiere, incoraggerebbe molti parroci e fedeli, darebbe forza alle fatiche di molti...

Finchè il Papa non celebrerà questa Messa pubblicamente, io non la celebrerò....questo l'ho sentito dire da non pochi sacerdoti...e il non parteciparvi assiduamente, fino a che il Papa non la celebrerà, lo sento dire da molti laici fedeli....

Attendo la seconda parte!
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Caterina63 ha detto...

4. Disorganizzazione e disunione.

La rassegna dei problemi va conclusa con quello che, a mio avviso, è il principale e dal quale derivano tutti gli altri: l'incapacità di dare vita ad una vera e propria comunità. O, se si vuole, l'incapacità di costruire qualche cosa che vada oltre la Messa, pur conservando la Messa come centro e trait d'union. Non bisogna dimenticare che la liturgia in forma straordinaria non è che una componente, importantissima ma pur sempre una componente, del più vasto ambito della Tradizione cattolica. Molti, invece, tendono a farne un traguardo al di là del quale non importa andare. Su questo punto bisogna intendersi.

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questo punto è meglio analizzarlo a parte perchè, a mio parere COINVOLGE (o dovrebbe coinvolgere) LA PARROCCHIA e di fatto ciò non avviene...

L'errore di fondo è a mio parere è questa netta separazione fra la Messa (in questo caso il VOM) e le attività in Parrocchia...il gruppo cantori, il gruppo liturgico, ecc...

E' vero come dice Daniele che c'è mancanza di coraggio nell'osare ma è anche vero che ALL'INTERNO DELLA PARROCCHIA un "gruppo stabile" dedito alla Messa Vom è assolutamente VIETATO...è scoraggiato e non è raro trovare dei veri eroi pronti a darsi da fare, semplicemente NON possono farlo li ed ecco che un gruppo senza alle spalle la Parrocchia che costituisce il cuore di una comunità di laici impegnati, o deve immigrare altrove e trovarsi un punto d'aggregazione altrove, o deve soccombere...

Come appunto sottolinea Daniele:

Essi, infatti, cercano nelle realtà legate al rito antico ciò che non riescono più a trovare nelle proprie parrocchie: non solo, quindi, una celebrazione degna della sacra liturgia, ma anche un'occasione per approfondire la dottrina cristiana e condividere con gli altri le proprie riflessioni od esperienze in un ambiente non avvelenato dal secolarismo e dal progressismo. Se in passato le associazioni di fedeli laici, come le confraternite e le pie unioni, hanno avuto un grande successo in termini numerici e spirituali, è proprio perché, oltre al loro fine specifico, hanno saputo valorizzare nel dovuto modo la dimensione aggregativa.

e non è un problema di poco conto, direi che è fra i primi del problema...

Matteo ha detto...

Mi sento di sottolineare la parte dell'intervento precedente, dove si parla dell'opportunità che anche il papa, di tanto in tanto, celebri in forma straordinaria.
Sto vedendo, infatti, che anche i parroci più ostinati, ma per lo meno attenti alla liturgia, si stanno concedendo man mano a "tradizionalismi" (termine che mi piace poco, ma per capirci) solo perché "lo fa il Santo Padre".

Per il resto, credo che nelle raltà dove vi siano parroci giovani, con un certo seguito di fedeli, ben disposti al rito straordinario, con un periodo di formazione e di catechesi preventiva si possano ottenere buoni risultati, anche, di conseguenza, dal punto di vista della fede della stessa comunità.
Inutile dire che, almeno in questa prima fase, si debba preferire celebrare in alcune feste e solennità, per abituare i fedeli al rito straordinario nel modus che indubbiamente più piace: la messa solenne o la messa cantata.

Anonimo ha detto...

Felicito al autor del artículo. Totalmente de acuerdo con todo lo que dice. Esta misma situación es la que se vive en España.
Ya va siendo hora de que el Santo Padre, como Papa y Obispo de Roma, dé el ejemplo de celebrar conforme a Uso extraordinario. Sería también una grandísima aportación para que algunos se decidieran a seguir su ejemplo.
Espero con ansia la segunda parte.

Anonimo ha detto...

@ LuigiZ: potresti contattarmi all'indirizzo cristore.livorno@hotmail.it ? Avrei necessità di parlarti, Grazie.
Luis Moscardò

Anonimo ha detto...

Stando in Italia sarebbe bello assistere a funzioni celebrate da sacerdoti italiani. Non faccio una questione di nazionalismo ma di coivolgimento.

Nella situazione attuale mi sembra indispensabile anche la figura di un sacerdote che si occupi della vita spirituale del gruppo che partecipa alla messa anche in altre occasioni meno importanti della messa.

Anonimo ha detto...

Molto bello questo post, perchè analizza molto bene le cause della marginalità della liturgia tradizionale anche dopo il Motu Proprio che, onestamente, tanto mi aveva fatto sperare. Vorrei solo aggiungere che il punto veramente centrale, ben sottolineato dall'articolo, è la non conoscenza del rito antico da parte dei fedeli sommata ai pregiudizi più beceri e banali diffusi dalla maggior parte del clero attuale. Nella mia parrocchia per esempio il prevosto non solo non ha detto nulla riguardo la pubblicazione del motu proprio, ma di fronte alla mia richiesta di parlarne almeno in consiglio pastorale, ha opposto un secco rifiuto (voglio precisare: non ho richiesto la messa tradizionale, ho solo chiesto di parlare del Motu Proprio, per cui al limite avrebbe anche potuto farlo, parlandone male..). Alla mia osservazione che il suo atteggiamento non era corretto in quanto faceva della disinformazione e che i fedeli ignorando questa possibilità non potranno mai farne richiesta, disattendendo così la volontà del papa, ha detto che le due messe sottintendono una diversa concezione di Chiesa e la presenza della messa antica sarebbe di disturbo e di disorientamento dei fedeli che non capirebbero, dalla compresenza dei 2 riti, quale concezione di Chiesa è quella giusta..

Per quanto riguarda i fedeli, come dicevo, la maggior parte di loro sono tanto ignoranti in liturgia, che credono che la differenza tra il vecchio e il nuovo rito sia una pura e semplice questione linguistica e di posizione del prete rivolto al popolo piuttosto che al tabernacolo. Quindi secondo loro, nel caso della messa antica, non si capisce niente, perchè il prete parla in latino e volta le spalle ai fedeli; in quella nuova si capisce perchè parla in italiano rivolto verso i fedeli e guardandoli in faccia.

Se le cose stanno a questi livelli, cosa c'è da sperare allora? L'attuale clero è ovviamente il principale responsabile di questa ignoranza da parte dei fedeli nel riguardo del rito antico, che come ben dimostra l'atteggiamento del mio parroco, è più che voluta! Fino a quando i fedeli rimarranno a questi livelli di ignoranza c'è poco da sperare. Oltretutto poi il papa ci mette del suo, non celebrando mai secondo il rito tradizionale davanti alle telecamere della TV. Se questo avvenisse, potrebbe cambiare qualcosa.. Comunque io sono rimasto molto deluso, perchè questo Motu Proprio, secondo le mie attese, avrebbe dovuto riportare la messa tradizionale nelle parrocchie, almeno quelle più importanti, almeno 1 messa domenicale, non si chiedeva di più, invece tutto è rimasto come prima. Se volessi assistere ad una messa tradizionale devo fare chilometri e chilometri di autostrada. Non mi sembra ragionevole..

Anonimo ha detto...

"e volessi assistere ad una messa tradizionale devo fare chilometri e chilometri di autostrada. Non mi sembra ragionevole.."
Eppure, caro anonimo, il tuo diritto di battezzato di poter partecipare all'Eucarestia è garantito, giacchè nella tua parrocchia si celebra la Messa NO, che è parimenti valida e fruttuoa. Dirò di più: è la forma ordinaria della preghiera della Chiesa.
Dico questo per sottolineare il fatto che il MP è stato promulgato per favorire la riunificazione delle comunità ecclesiali, molto minata in alcune parti della cristianità, non per soddisfare i "capricci" di qualcuno, che senza la Messa secondo il Rito Antico non si sente "soddifatto spiritualmente".
Don Antonio

Ambrosiano ha detto...

si fa quel che si può. sto cercando di pubblicizzare da un po' la messa a Legnano in rito ambrosiano antico presso amici, conoscenti e parenti.. ci vuole organizzazione. Credo che servano dei comitati permanenti per non fare in modo che una conquista si trasformi lentamente in una sorta di coma. sarebbe un peccato. il seme va conservato contro tutti e tutti... prima poi il vento cambierà.

Matteo ha detto...

Caro don Antonio,
il suo intervento è senz'altro ragionevole e valido.
Ma credo che la liturgia, veicolo privilegiato della fede, risponda anche ad esigenze spirituali che sono molto soggettive.

Mi spiego: finché conoscevo solo il rito ordinario (non cadiamo nella distinzione errata tra "N.O." e V.O."), ho sempre curato molto l'aspetto liturgico, ritenendo che i gesti compiuti, soprattutto quelli di venerazione e adorazione, favoriscono in modo irrimediabile la comprensione (favoriscono, non compiono, essendo l'Eucarestia il "Mistero dei misteri") di ciò che si celebra sull'altare.

Ebbene, da quando ho scoperto il rito straordinario, non solo ardisco di parteciparvi al più presto, perché manifesta la completezza delle mie personali esigenze spirituali, ma il mio approccio alla messa, nel rito ordinario, è del tutto mutato in positivo.

Daniele ha detto...

Ho pubblicato la seconda parte.

Ambrosiano ha detto...

idem per me, come semplice fedele... dopo aver conosciuto il rito Antico, faccio davvero fatica a tornare al rito "ordinario"... insipido oltre ogni dire. dov'è il Sacro?

Anonimo ha detto...

@Don Antonio,
Sono l'Anonimo che ha affermato "se volessi assistere ad una messa tradizionale devo fare chilometri e chilometri di autostrada". Mi dispiace non essermi spiegato: la mia era una risposta all'autore dell'articolo che si chiedeva come mai fosse bassa la frequenza alle messe tradizionali. La mia risposta è appunto quella: non è ragionevole fare chilometri di autostrada! Infatti i fedeli attirati dal rito antico sono ovviamente sparsi nel territorio e i centri di messa tradizionale sono sempre immancabilmente lontani.. Ora, questa situazione era più che giustificata nelle condizioni precedenti l'uscita del MP, ma si pensava che dopo il MP le messe tradizionali si moltiplicassero e di conseguenza sarebbero state più accessibili ai fedeli tradizionalisti. In realtà non è stato così (e nel commento precedente mi sono dilungato un po' ad analizzarne le cause..): di qui la mia delusione.

Ecco, io intendevo dire semplicemente questo. Certo non faccio nessun "capriccio", visto che mi sono "rassegnato" a sentire la messa parrocchiale, piena di fervorini del mio attuale prevosto, il quale "salta" quasi immancabilmente il Credo (evidentemente ritiene più opportuno utilizzare quel tempo x i suoi fervorini), nonchè accompagnata da belle melodie vagamente sanremesi.. E per quanto riguarda la messa tradizionale, obtorto collo, ci ho messo una pietra sopra..