mercoledì 24 febbraio 2010

Il contributo di Gheradini al dibattito sull'"ermeneutica della continuità".

L'illuminante contributo di Mons. Brunero Gherardini al dibattito sul Vaticano II viene presentato da Daniele Nigro.



Brunero Gherardini

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

Un discorso da fare

Casa Mariana Editrice

Frigento 2009

pp 260.


di Daniele Nigro

«Il rito …, si risolve in una fumosa e spesso grandiosa incensazione, si direbbe a “tre tiri doppi”. Dominante è non il desiderio di capire per far capire mediante un approccio critico-analitico dei testi, ma l’ormai monotono refrain della fedeltà al Concilio, dell’appello al suo insegnamento, per l’applicazione di esso e l’attuazione delle sue forme. Talvolta non ci si preoccupa neanche di specificarlo come Vaticano II: è il Concilio per antonomasia» (p. 15-16).

Così nel prologo del suo libro Mons. Brunero Gherardini rileva l’atteggiamento dominante di gran parte del clero, della gerarchia ecclesiastica e di molti teologi nei riguardi del Vaticano II e dei suoi atti e documenti che è divenuto, col passar del tempo, un vero e proprio pregiudizio aprioristico. Ed è proprio in virtù di tale diffuso comportamento che l’autore richiama, già nel titolo, a dialogare sul vero valore del Vaticano II e sul suo insegnamento.

A 44 anni di distanza dal 7 dicembre 1965, data di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II il discorso sullo stesso risulta quindi non da concludere, bensì ancora da fare. Ci si potrebbe domandare: perché ? La risposta la si può trovare, a mio avviso, proprio nel prologo del libro, nel quale l’eminente teologo evidenzia l’attitudine dei più a ritenere che con il Vaticano II «ha inizio una nuova Chiesa», e che quindi ciò che esso ci trasmette deve essere accettato senza discussioni e dimenticando inoltre tutto il precedente Magistero della Chiesa Cattolica, ormai superato ed obsoleto. Sembra quasi che per questi signori nell’aula conciliare lo Spirito Santo abbia soffiato più che in tutti gli altri concili della millenaria storia della Chiesa.

Proprio per chiarificare gli aspetti del Vaticano II Mons. Gherardini incomincia la sua indagine dal valore del Concilio in questione. Prende subito cioè in considerazione la natura del Vaticano II e le sue finalità, sottolineando come, se è vero che «a tutti i Concili si deve religioso rispetto e generosa adesione, non ne segue che ognuno abbia una medesima efficacia vincolante» (p. 23).

È questo, a mio avviso, il punto nevralgico della questione, tutto il resto ne è conseguenza.

Gherardini, a tal proposito, sottolinea la fondamentale differenza che intercorre fra un Concilio dogmatico ed un Concilio pastorale. Infatti, mentre il primo non può essere messo in discussione e vincola la Chiesa intera in ogni sua componente, il secondo esclude ogni intento definitorio e non può pretendere la qualifica di dogmatico «nemmeno se al suo interno risuoni qualche appello ai dogmi del passato e sviluppi discorso teologico. Teologico non è necessariamente sinonimo di dogmatico» (p. 23). Ed è proprio pastorale che lo stesso Vaticano II si è definito. Certo, Gherardini evidenzia come si potrebbe asserire da più parti che nessuno abbia mai definito dogmatico il Vaticano II, però attesta ancora una volta come «Magistero, teologia ed operatori pastorali han fatto del Vaticano II un assoluto» (p.24).

Solo partendo da questo asserto si può sviluppare ciò che il titolo auspica: un discorso sul Vaticano II. È proprio il suo carattere non dogmatico che permette una “critica” seguita ad una limpida analisi scevra da pregiudizi ideologici. E già dalle prime pagine del libro si comprende come l’intento dell’autore non sia quello di «mettere in soffitta l’ultimo Concilio e nemmeno di liquidarlo […] si tratta solamente di rispettarne la natura, il dettato, le finalità e la pastoralità ch’esso stesso rivendica» (p. 24).

Solo dopo aver specificato la natura del Vaticano II si può affrontare il discorso “dell’ermeneutica della continuità”; cioè rispondere alla domanda: «il Vaticano II s’inscrive o no nella Tradizione ininterrotta della Chiesa, dai suoi inizi ad oggi ?» (p.84).

Prima di dar seguito alla riflessione occorre precisare il significato che Mons. Gherardini attribuisce a due termini: “ermeneutica” e “Tradizione”.

Ermeneutica viene dal termine greco “hermeneutiké” che designa l’arte dell’interpretazione ed ha una triplice funzione: spiegare, interpretare, tradurre. Interessante risulta, a questo proposito una osservazione di Gherardini, il quale asserisce che «è un po’ difficile, e forse inspiegabile, capire come e perché questa parola abbia oggi incontrato tanta fortuna in campo teologico che dovrebb’esser il regno del’oggettività pura (“Il Verbo si fece carne ed abitò in mezzo a noi, Gv 1,14)» (p.67-68). Le cose si complicano ancor di più se tale strumento viene ad essere utilizzato per indagare un Concilio, infatti poiché «un Concilio è un momento di vita ecclesiale e sicuramente di quella più intensa, esso trascende di gran lunga ogni altro accadimento e si sottrae ad ogni ermeneutica incapace di leggere le cose nella tanto declamata profondità» (p. 80). Ed è proprio per questo che Gherardini non parla solo di ermeneutica, bensì di “ermeneutica teologica”, restando il Vaticano II, in quanto Concilio Ecumenico, collegato al mondo della Fede e quindi impossibile da comprendere senza l’apporto della scienza della Fede: la teologia. Quindi non una ermeneutica pura e semplice, ma una ermeneutica teologica, che sola riesce ad andare oltre il dato storico, politico e sociologico e di conseguenza ad un’analisi puramente estrinseca che non coglierebbe i dati più importanti di una esperienza così straordinaria quale quella di un Concilio.

Anche per quanto riguarda la Tradizione Mons. Gherardini risulta essere molto chiaro, avvertendo come «qualunque discorso sulla Tradizione, anche quello teologico e dogmatico, parte dal verbo greco paradidònai, in latino tradere, ossia trasmettere; il sostantivo derivato paràdosis, in latino traditio o transmissio, esprime tanto il fatto del trasmettere, quanto il suo contenuto. Tale contenuto, soprattutto in ambito cristiano ma non solamente in esso, è riferibile ad elaborazioni dottrinali oltre che a principi comportamentali, trasmessi preferenzialmente per via orale. Antico Testamento e Nuovo Testamento trasmettono in tal modo una sapienza non già cristallizzata, ma piuttosto tesaurizzata nella vita delle generazioni passate, perché in essa si nutra la generazione presente e con essa si provveda alla vita delle generazioni future» (p.112). Quindi risulta essere un qualcosa di molto lontano da quell’immagine di staticità e nocività che una certa dottrina vuole attribuire alla veneranda Tradizione della Chiesa. Inoltre essa consta di un altro elemento: l’auctoritas «dipendente sempre dalla sua origine, che in ambito cristiano è Dio rivelante, Gesù Cristo, gli apostoli» (p. 112). Possiamo allora sintetizzare il concetto di Tradizione con questa definizione: «La Tradizione è la fonte orale della divina Rivelazione, vale a dire delle verità rivelate da Cristo agli apostoli o loro suggerite dallo Spirito Santo ed ininterrottamente predicate dalla Chiesa, assistita dal medesimo Spirito» (p. 116).

Chiariti questi aspetti fondamentali Gherardini passa all’analisi della Tradizione nel Vaticano II rilevando come «pur senza proporre, della Tradizione, una sua formale definizione, il Vaticano II ne parla in modo da far capire ch’essa concorre con la Sacra Scrittura a costituir un unico sacro deposito della Parola di Dio, affidato alla Chiesa» (p. 118). Manca tuttavia la spiegazione se queste trasmettano le verità rivelate in concorso simultaneo o se ognuna operi a proprio modo e con tempi differenti. Inoltre con questa affermazione il Vaticano II si discosta dall’insegnamento del Vaticano I forse perché, come sottolinea l’autore «differente è la visione ecclesiologica» dei due Concili. Vengono, in altri termini, messi da parte i canali della Tradizione ecclesiale che nella enciclica “Pastor æternus” del 1870 erano identificati nelle articolazioni con la figura ed il magistero del Romano Pontefice.

Possiamo rilavare come il termine Tradizione, pur usato frequentemente, assume un contenuto divergente, per non pochi motivi, da quello classico desunto dai Padri della Chiesa, dai Concili Tridentino e Vaticano I e da Magistero ordinario della Chiesa.

In sostanza «per il Vaticano II e per la sua vulgata interpretativa, la Tradizione trasmette soltanto quanto contiene la Scrittura e ne applica il contenuto scritto alle esigenze dei tempi»; da questa analisi comprendiamo come sia veramente diversa la concezione di Tradizione e come tale ragionamento possa rivelarsi dannoso in quanto non diventa facile comprendere se il contenuto della rivelazione debba uniformarsi alle esigenze dei tempi, o, come sembra ovvio ed è sempre stato sostenuto, siano i tempi a doversi uniformare alla rivelazione. Si comprende allora, come importanza vitale abbia il significato che al termine Tradizione venga attribuito; non basta richiamarsi alla Tradizione, bisogna aver chiaro il suo significato, quello autentico che da sempre a tale termine viene conferito, altrimenti il problema si amplifica e al richiamo formale non consegue un adeguamento sostanziale. Per questo Gherardini prosegue sottolineando come «la Tradizione è regola della Fede nel momento in cui i garanti della Tradizione stessa, in quanto successori degli apostoli, la trasmettono alla quotidianità della vita – regola prossima –; in radice – e quindi come regola remota – a normare la Fede è la Scrittura» (p. 128). Comprendiamo allora come «la Scrittura è divinamente ispirata, la Tradizione è divinamente assistita; ambedue trasmettono la “buona notizia” del mistero salvifico, l’una con parola divina, l’altra con parole umane, anche se queste, per l’accennata assistenza, son l’eco sempre fedele di quella divina» (p. 129).

Si parla allora di Tradizione vivente, questa espressione che, probabilmente desiderava rendere viva una cosa considerata ormai da museo, ha invece permesso l’introduzione di ogni sorta di innovazione presentandola come sviluppo organico delle verità accolte e testimoniate. Su questo elemento Mons. Gherardini sviluppa una lucida e chiara osservazione che può anche sembrare a tratti dura, ma che rende palese come la distorsione del concetto di Tradizione abbia potuto minare le certezze testimoniate per millenni dalla Chiesa. Egli infatti sostiene: «In tanto la Tradizione è vivente, in quanto è e continua ad essere la stessa Tradizione apostolica che si propone inalterabile nella e mediante la Tradizione ecclesiastica. […] Non sarebbe pertanto un dato della Tradizione vivente quello che non avesse le sue radici nel contenuto trasmesso, perfino nel caso, in sé e per sé assurdo, che fosse ufficialmente proposto. Un esempio: il trascendentale di Rahner non potrà mai essere dichiarato elemento della Tradizione vivente; ne è la tomba. Qualcosa nel Concilio, moltissimo nel postconcilio concorse a scavarla» (p. 132). Quale pesante responsabilità pende in capo a coloro che approfittando di una forza normativa fortemente attenuata di molti documenti conciliari, dovuta alle non poche e sempre generiche eccezioni previste, hanno travisato e spinto oltre il dettato e il pensiero dei padri conciliari. Inaugurando oltremodo la stagione della sperimentazione in campo liturgico che, corroborata dall’abolizione del concetto di “culto dovuto a Dio”, e quindi da Egli stesso stabilito ritenuto ormai retaggio di una concezione a forte connotazione giuridica della liturgia che non permetteva di sentire Dio vicino, ha portato alle celebrazioni fai da tè piene di palloncini colorati, danzatrici del ventre e consacrazioni di focacce, questi ultimi si capaci di rendere più comprensibile il Mistero. Percorso questo che ha portato inoltre a bandire dalle chiese il canto gregoriano, che pur il Vaticano II ammoniva di rivalutare, per sostituirlo con chitarre, bonghi e canzoni di cantautori preferibilmente atei e alla distruzione di altari, balaustre o pulpiti che con tanto sacrificio e privazioni i nostri avi avevano elevato in onore del Signore poiché simbolo di un trionfo e di una regalità, quella di Cristo, che andava sostituita dal Gesù extracomunitario o con i jeans, l’amico e non il sovrano dei cuori, come se le cose siano poi in contrasto. Tutto questo avrebbe dovuto far traboccare le chiese, ma purtroppo il risultato e sotto gli occhi di tutti. Inoltre possiamo costatare come attenuando l’identità propria del cristianesimo e il portato della verità posseduta si sia delineato un ecumenismo particolare. A tal proposito Gherardini ricorda come: «la particolare sottolineatura della verità verso cui si è tutti in cammino perché nessuno ne è in possesso, è figlia di una concezione ecclesiologica riduttiva, per non dire assolutamente negativa: la Chiesa, infatti, che Cristo volle una santa cattolica apostolica, è per questo depositaria e maestra della verità rivelata. […] Qualora fosse poi la stessa Chiesa cattolica ad ammettere come paritetici i vari soggetti con essa dialoganti, si sarebbe di fronte ad un suo atteggiamento rinunciatario» (p. 210-211). Il dialogo, in ultima analisi, deve essere finalizzato ad indicare a tutti gli uomini che solo nella Verità, cioè in Cristo, vi è la salvezza; e per raggiungere questa non si può prescindere dalla Chiesa voluta e fondata dal Salvatore.

Come si evince dall’analisi di Mons. Gherardini la concezione ecclesiologica assume grande importanza, allora, quale Chiesa è disegnata dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium?

L’autore definisce la Costituzione il faro del Vaticano II pur rilevando in essa un linguaggio poco brillante e qualche dottrina che si presta ad interpretazioni discutibili ed incoerenti. Essa risulta avere come ispirazione di fondo una componente soprannaturale e, analizzando l’essere della Chiesa come “segno e strumento” di salvezza, pur senza eludere il problema giuridico-istituzionale, ma privilegiando la qualità misterica e l’azione sacramentale, ne sottolinea il valore comunionale. Essa si armonizza con la “Pastor æternus” circa la giurisdizione universale del Romano Pontefice, azzardando però un coraggioso allargamento di questa mediante la dottrina della collegialità vescovile.

Il testo, sottolinea Gherardini, grazie alla dimensione escatologica che innalzava la Chiesa dinanzi ai popoli come segno di salvezza, neutralizzò sia il minimismo di chi svalutava la concretezza storico-istituzionale della Chiesa, sia la concezione di una Chiesa eccessivamente spirituale ed invisibile facendosi portatore di un certo equilibrio che però non arrivò ad attuare pienamente, pur riuscendo a scongiurare estremismi che si sarebbero rivelati dannosi.

Molto interessante risulta la riflessione dell’autore sul rapporto Chiesa-mondo che scaturisce dal Vaticano II, egli infatti scrive: «infine, soprattutto in considerazione dell’intento conciliare di dialogare col mondo, una sua importanza riveste pure l’accettazione del cambiamento come un dato ineludibile della civiltà moderna. Parve che anche per la Chiesa, alla stregua d’ogni altra istituzione che fosse incapace di trasformarsi, non ci fosse futuro. La Lumen Gentium, allora, istituzionalizzò il mutamento. Non perché la Chiesa cessasse d’essere il sacramento dell’eterno, ma perché fosse a tutti chiaro che l’eterno suscita un’eco in ognuna delle periodiche ed inarrestabili trasformazioni storiche» (p.226).

In seguito Mons. Gherardini analizza la concezione di sacramentalità della Chiesa nella Lumen Gentium rilevando come «il Signor Nostro Gesù Cristo, nella sua umanità sacrosanta è il sacramento del Padre e dello Spirito Santo, così la Chiesa, nella sua condizione incarnazionistica, nella sua istituzionalità, nella sua stessa gerarchia è il sacramento di Cristo. Non diventa allora una frase ad effetto quella che tante volte ho detto e scritto: la Chiesa è la visibilità nell’invisibilità e l’invisibilità nella visibilità. Non solo non è una frase ad effetto, ma è la dimostrazione dell’infondatezza tanto dell’accusa di trionfalismo, quanto del timore di incorrervi» (p. 230). Ed è proprio in tale timore che si può rinvenire il perché di due scelte: la prima che non si parli di Chiesa come “società perfetta” pur indugiando molto nella Costituzione sulla Chiesa società, definizione che non avrebbe contraddetto in alcun modo la sacramentalità della stessa; la seconda che riguarda la soppressione dell’aggettivo “romana” nella definizione della Chiesa.

Concludendo l’analisi sull’ecclesiologia del Vaticano II l’autore affronta due questioni spinose: quella del “subsistit in” e quella del “subiectum quoque” in tema di collegialità episcopale.

Per quanto riguarda il primo punto bisogna leggere in combinato Lumen Gentium 8/b e Unitatis Redentegratio 3. Dal primo passo si evince, nonostante l’inutile giro di parole, che la Chiesa di Cristo è davvero e soltanto la Chiesa cattolica, essendo solo questa governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui. Da ciò dovrebbe essere logico individuare nella Chiesa cattolica il soggetto dei doni indicati come propri della Chiesa di Cristo. Sennonché le parole di Unitatis Redintegratio 3 e la loro successiva interpretazione hanno portato a far ritenere che «c’è un’unica Chiesa di Cristo, costituita non dalla sola Chiesa cattolica, ma da questa e da quelle detentrici dei beni in parola, dai quali proprio questa Chiesa di Cristo “vien edificata e vivificata”. È ovvio che se questa Chiesa è edificata e vivificata dai beni “di santificazione e di verità”, anche le comunità ecclesiali che ne fan parte – e non la sola Chiesa cattolica – son per ciò stesso mezzi di salvezza. […] In tal modo, cioè, il “subsistit in” di Lumen Gentium 8/b vien ad aver il suo “terminus” non già nella Chiesa cattolica romana, bensì nella Chiesa di Cristo, la quale è, pertanto, l’unica vera Chiesa cattolica» (p. 233). Ma Mons. Gherardini mette subito in guardia da questo ragionamento asserendo come un allargamento della sussistenza grazie alle ragioni addotte da Unitatis Redintegratio 3 sia una «violenza»; la Chiesa di Cristo allora sussiste in quella Romana. Risulta anche importante esplicare il valore semantico dell’espressione, poiché il “sussistere in” assume un duplice significato: «o quello della “forma” come atto primo della sostanza, o quello dell’essere in sé, l’essere cioè più proprio e più profondo del soggetto» (p. 234). Ne scaturisce una ragione analogica che dà senso all’uso conciliare del “subsistit in” e lo giustifica: «la Chiesa cattolica romana sussiste in essa come la sua “forma” perfettiva, è la sua stessa sussistenza, fa tutt’uno con essa, la quale ha perciò la sua ragione formale in sé, nel suo stesso esser Chiesa, e non nelle comunità acattoliche le quali, in quanto acattoliche, non hanno né possibilità né titoli per concorrere alla sua costituzione» (p. 235).

Sul secondo punto, quello della collegialità, nel libro si evidenzia come dalla Nota explicativa prœvia (n. 1) si evinca che il termine collegio, che secondo l’autore alla luce del valore attribuitogli sarebbe stato meglio sostituire con “corpus” o “ordo”, non debba essere inteso in «senso strettamente giuridico», che cioè riveste i suoi membri di pari dignità, poiché il Papa non è nel collegio allo stesso titolo e per la stessa ragione di tutti gli altri vescovi, ma vi è come funzione fondante il collegio stesso, «che senza di lui o contro di lui non è più un collegio, ma solo un insieme o una somma di vescovi» (p. 237). Ne consegue che se pur in Lumen Gentium 22 sono due i soggetti della potestà in parola, diverso è l’uso di essa, poiché il Papa può esercitarla o da solo o con il collegio; il collegio, mai da solo e sempre con il Papa come suo capo e primate.

Taluni vescovi dovrebbero ricordare questo fondamentale asserto, onde non opporsi con atti e comportamenti alle disposizioni di colui che legittima il loro potere.

Mons. Gherardini individua allora il bandolo della matassa del problema nel primato; essendo uno solo il soggetto che nella Chiesa ha piena, suprema e universale potestà, esercitabile in due modi: «quello del Papa “seorsim” e quello del Papa “collegialiter”». Tuttavia, secondo l’autore, la compatibilità di tale affermazione con il dettato di Lumen Gentium 22 solleverebbe vari dubbi, infatti, «se quel dettato venga letto nella logica successione delle sue parole,[…], s’avrà insieme, con scandalo di S. Tommaso e della sua scuola, l’affermazione di due distinti soggetti e nello stesso tempo di due diversi esercizi. Se invece quel dettato, e specialmente alcuni suoi lemmi, vengano sottoposti ad un’analisi lessicale […]allora perfino un testo al limite della contraddittorietà può diventar plausibile» (p.240).

In ultima analisi, per l’eminente teologo, «resta senza possibilità di soddisfacente spiegazione sia il modo un po’ confuso con cui Lumen Gentium 22 espone e formula la sua “dottrina”, sia il carattere innovativo di essa rispetto alla dottrina tradizionale, sia l’accanimento con cui una tale innovazione è stata fin ad oggi dichiarata ed esaltata come dottrina “definitiva”, anche se proposta “non definitorio modo”, ossia non nella forma di una definizione dogmatica» (p. 241-242). Inspiegabile rimane inoltre l’insegnamento di molti teologi che hanno continuato imperterriti a battere il tasto dei due poteri e dei due distinti esercizi.

L’auspicio e che, come lo stesso Mons. Gherardini propone, un variegato e competente gruppo di studiosi possa intraprendere e portare a termine un serio discorso sul Vaticano II e sulla sua applicazione al fine di conferire al Concilio il suo valore proprio. Solo una analisi approfondita e scevra di pregiudizi su ogni aspetto del Vaticano II potrà mettere fine a questa situazione di “tirannia del postconcilio” che taccia come reazionario e retrogrado chiunque desideri attenersi al vero dettato del concilio anche se è lo stesso Pontefice, e non alla sua interpretazione distorta, Le condizioni appaiono oggi più favorevoli che in altri momenti, anche perché le nuove generazioni, ragionando senza ideologismi, possono ritrovare quella capacità di ridare ad ogni cosa il suo proprio valore, incoraggiando anche coloro che per molti anni hanno dovuto subire in silenzio o sono stati emarginati perché, come sentinelle, avevano avvistato prima degli altri il pericolo all’orizzonte e avevano cercato di mettere in guardi sui possibili esiti. Tutto ciò potrà essere realizzato anche grazie all’opera di Benedetto XVI che non si è mai stancato di indicare a tutti che nella Chiesa c’è continuità e non rottura e che ci ricorda che la Chiesa non può in alcun caso rinunciare ad essere “Magistra” per essere solo “Mater”, perché una madre che non insegna non vuole totalmente e profondamente bene ai suoi figli.

È per questo che crediamo che tale passo possa verificarsi sotto il pontificato di questo illuminato Pontefice, ma senza dimenticare che l’elemento più importante è l’affidamento totale e fiducioso nel Signore, come ci ha sempre insegnato e testimoniato nel corso della sua vita il Beato Pio IX di venerata memoria.


2 commenti:

Anonimo ha detto...

Lo ritengo un libro chiaro,argomentato, logico, onesto.
Grazie all'Autore e agli Editori!
L. Moscardò

Anonimo ha detto...

Definirei il ruolo del Papa nel collegio episcopale non come "funzione fondante" ma sicuramente come "funzione necessaria", (è verissimo, beninteso, che "di lui o contro di lui non è più un collegio, ma solo un insieme o una somma di vescovi").
Questo per dire che probabilmente è un libro con cui si può interloquire. Il che non è pochissimo.