venerdì 29 gennaio 2010

Cremona: terremoto musicale in Cattedrale.

Il terremoto musicale che ha scosso la cattedrale di Cremona con l’abbandono del maestro Fulvio Rampi ha avuto altre scosse. Col maestro si è dimesso l’intero coro, 45 cantori su 47, in piena sintonia col suo pensiero. E così Rampi ha ulteriormente motivato l’abbandono, in una lettera a questo blog [Settimo Cielo di Sandro Magister]:


*

La vicenda è triste e per molti versi paradossale. In undici anni con la cappella musicale della cattedrale di Cremona abbiamo vissuto un’avventura esaltante nel segno della musica sacra, e abbiamo portato felicemente ad esecuzione alcuni fra i più importanti capolavori del repertorio corale sacro: dalle Messe di Mozart alla Missa solemnis di Beethoven, dai mottetti di Palestrina ai salmi di Vivaldi, dalla Messa di Bruckner al Magnificat di Bach e alla sua Messa in Si minore, dalle Messe di Haydn alle Messe di Bartolucci, Perosi e molti altri. Il tutto, però, senza che in cattedrale vi fosse un vero progetto liturgico nel segno della tradizione della Chiesa.

L’assemblearismo dilagante ha condizionato anche la nostra cattedrale, nella quale, ad esempio, al canto gregoriano nessuno si è mai sognato di “riservare il posto principale” (Sacrosanctum Concilium 116). Con l’impegno e il sacrificio di tutti si è dimostrato nei fatti che un’istituzione musicale ecclesiale può e deve tendere al bello mettendo in gioco tutte le professionalità necessarie. Ma si è anche dolorosamente dimostrato che senza un progetto liturgico-musicale ben radicato non si può andare da nessuna parte. La mediocrità non può essere un obiettivo: dunque ce ne siamo andati.

Credo che l’equivoco e il nocciolo della questione stiano, in buona sostanza, nella sciagurata separazione e nella voluta opposizione, oggi di moda, tra l’esemplarità musicale e l’esemplarità celebrativa: l’una vista come potenziale pericolo per l’altra. Come dire: più si pensa alla musica, soprattutto a “quella” musica, e meno si pensa alla liturgia.

Non è così: il canto gregoriano resta il paradigma della musica pensata nella sua essenza come forma di comunicazione e di esegesi della Parola che si fa puro atto liturgico. Per questo la Chiesa lo riconosce come “suo” e vuole che da lì si parta, oggi come sempre; non da altro. E partire da lì significa tendere all’esemplarità celebrativa anche attraverso l’esemplarità musicale, ossia attraverso ciò che l’uomo, in ogni tempo, sa produrre e realizzare di meglio nell’arte musicale. Il canto gregoriano e la grande tradizione della polifonia classica ci consegnano la forma e la sostanza del canto liturgico, fatto di arte sublime, bellezza e pertinenza liturgica assoluta.

La Chiesa, per la “sua” musica, pone da sempre e per sempre questi obiettivi. Non dice che bisogna eseguire sempre e solo il gregoriano e la polifonia classica, ma dice che bisogna fare “innanzitutto” questo e che bisogna partire da lì per il discernimento sulla forma e la sostanza di ogni nuovo repertorio per la liturgia.

Obiettivo molto alto, certo: dunque si fa quel che si può. Ma perché non fare quando si può? Io ho posto precisamente questo problema. Ma da lì non si vuol più partire, perché per decenni si è voluto di fatto contrapporre il patrimonio liturgico-musicale della Chiesa, se non alla “lettera”, almeno allo “spirito” dei documenti conciliari. Il concetto di partecipazione attiva è stato oggetto di una banalizzazione sconcertante, è stato retrocesso a puro attivismo liturgico e ha finito precisamente per dissociare le due “esemplarità”, liberandole da ogni vincolo reciproco. Le conseguenze, manco a dirlo, sono state devastanti. L’assemblea, ad esempio, è considerata tanto più “celebrante” quanto maggiormente si libera di tutto ciò di cui non sa immediatamente disporre, che non è a sua misura, che non comprende subito, che non la coinvolge perché non parla più il linguaggio del suo tempo. All’educazione si è preferita la distruzione, alla riflessione la rimozione, alla nuova sfida la resa.

Ancora a proposito del canto gregoriano, è quanto mai importante studiarlo in profondità per poi eseguirlo correttamente e bene. La sua difesa come “canto proprio della liturgia romana” passa anche attraverso la credibilità della proposta esecutiva, che faccia toccare con mano la sua vera e perenne bellezza per la liturgia di oggi. Purtroppo chi lo difende, anche a spada tratta, non sempre è credibile. Gli argomenti a favore di questo immenso patrimonio della Chiesa non possono limitarsi ad una sua difesa d’ufficio. Negli ultimi cinquant’anni sono stati compiuti passi enormi nella ricerca sulle fonti: al canto gregoriano è stato restituito il suo “valore ecclesiale”, anche se pochi se ne sono accorti perché già lo davano per defunto.

Fulvio Rampi, Cremona

*

Dissolto il coro della cattedrale di Cremona, resta naturalmente vivo col maestro Rampi il coro dei Cantori Gregoriani, da lui fondato. Con questo coro Rampi ha inciso più di venti CD e ha tenuto centinaia di concerti in tutto il mondo. Con l’editore Rugginenti di Milano ha pubblicato nel 2006 il volume: “Del canto gregoriano. Dialoghi sul canto proprio della Chiesa”, a cura di Maurizio Cariani e Fabrizio Leonardi, pp. 272, euro 20,00.


Fonte Settimo Cielo

8 commenti:

Areki ha detto...

La mia solidarietà e il mio plauso al maestro Rampi che ben ha fatto a mettere in ridicolo chi vuole cacciar via dalle Chiese il canto sacro

Anonimo ha detto...

Ma dove sta il vescovo in tutta questa situazione ? Se è lui la causa si scriva all'Ecclesia Dei. Fuori i buffoni

Anteo

Caterina63 ha detto...

Un grazie al Maestro Rampi per la sua testimonianza non solo scritta, ma soprattutto per quella testimonianza più difficile che è la coerenza con la fede che professiamo!

E naturalmente la Preghiera del Rosario per questo terremoto musicale... un sisma le cui vittime si contereanno presto se il Vescovo non agirà da autentico santo pastore...

Anonimo ha detto...

IL maestro Rampi ha avuto il coraggio di fare ciò che altri insigni maestri si sono rifiutati di fare: rendere pubblico l'ignoranza e la malafede dei Vescovi italiani.
Si, perchè di ignoranza in alcuni casi si tratta, come quello di doverci sorbire il vescovo con tanto di chitarra sull'altare per dire che il Concilio ha voluto questo, indottrinando il popolo di Dio che come pecorelle mute e sottomesse devono obbedir tacendo.

La malafede, poi, in taluni prelati, perchè ove un numero sufficienti di fedeli è pronto a difendere la tradizione della Chiesa latina in materia di canto liturgico, il Vescovo, si allea con quella parte di "cattolici adulti" che sponsorrizzandoli su scelte sociali e politiche riceve il suo tornaconto in materia di liturgia.

Così è la realtà del nostro episcopato, è duro ad ammetterlo ma come dice un uomo di cultura in questi quaranta anni che ci separano dalla Chiusura del CVII "malafede e ignoranza sono state brave alleate come quando ai tempi dell'inquisizione potere religioso e potere del principe andavano a braccetto pur di salvare i loro poteri temporali.

E allora mi domando se la "purificazione" della Chiesa desiderata da Wojtila e predicata da Ratzinger non passi pure da una corretta e giusta interpretazione del CVII prima fra tutte il ritorno del bello nella celebrazione dell'Eucaristia.

Anonimo ha detto...

***
Ma dove sta il vescovo in tutta questa situazione ? Se è lui la causa si scriva all'Ecclesia Dei.
***

Mi chiedo perché mai bisognerebbe chiamare in causa l'Ecclesia Dei?
Vi è per caso qualcosa in questa tristissima vicenda che rientrerebbe nelle competenze di tale Commissione?

Anonimo ha detto...

Si un ordine dall'alto, se poi non è l'Ecclesia Dei sia il dicastero del Culto Divino, che dica al Vescovo di ripristinare il canto liturgico secondo Santa Madre Chiesa e non secondo il suo pensiero traviato.

Anteo

Anonimo ha detto...

Quando il bello viene cacciato fuori, quando si usa fare senz'arte né parte, quando si calpestano le professionalità, competenze e meriti dimostrati sul campo, succede che l'ignoranza travolga le menti e il brutto cali su tutto quello che ci circonda.
Solidarietà e vicinanza al M° Rampi esempio di quello che tutti i musicisti (e pure coloro che hanno studiato musica) dovrebbero fare: andarsene da ambienti dove l'arte è tollerata o sopportata con malavoglia mentre lo schifo viene propinato senza remore.
Il NOM ha la sua musichetta, non dimentichiamocelo: brutto rito, brutta musica, niente arte.
Purtroppo è coerenza con lo "spirito del concilio". Il bello e il buono sta altrove.
L. Moscardò

Anonimo ha detto...

Per l'Anonimo delle 12.03.
Mons. Vescovo di Cremona non credo suoni la chitarra. Comunque non l'ha mai suonata in Cattedrale.