lunedì 9 novembre 2009

Perchè la Messa di una volta.

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di Dario Dal Cengio

Sono ancora molti i pregiudizi e le resistenze contro la possibilità (non è un obbligo!) di celebrare la S. Messa nella forma straordinaria usata fino ad una quarantina di anni fa.

Lo si è constato anche durante l’ultimo Convegno Romano cui ho partecipato, e durante il quale - a conforto - è stato diffuso un interessante sondaggio della Doxa, secondo cui, se l’antico rito fosse fatto conoscere, un terzo dei cattolici gradirebbero averlo qualche volta nelle loro chiese.
Il fronte avverso, stranamente, è spesso costituito da persone “di una certa età” e da praticanti abituali il rito nella forma ordinaria (che però si tengono lontane dalla Liturgia nella forma straordinaria, la cosiddetta - ma erroneamente - “Messa in latino” - che Benedetto XVI ha voluto ridare alla Chiesa).

So per esperienza che, invece, c’è maggior interesse fra i giovani, specialmente quelli con elevata cultura. Così ho chiesto ad un amico, appena laureatosi in lettere, che ha partecipato alla Messa celebrata “more antiquo” (alla vecchia maniera) nella nostra Chiesa di San Pancrazio, la cortesia di un contributo su questo tema piuttosto controverso. Ecco le sue articolate ed interessanti considerazioni.

“Ciò che vediamo spesso non ci meraviglia più, anche se non sappiamo perché succede”.

Queste parole, consegnate ai posteri da Cicerone, ci offrono la possibilità di fermarci, togliere gli occhiali dal naso, dare una bella pulita alle lenti offuscate dalla routine quotidiana e stropicciarci gli occhi affaticati.

Dopo quest’operazione preliminare, è necessario sforzarsi di osservare la realtà e i gesti quotidiani che si compiono meccanicamente con un’ottica più critica, senziente e attenta ai dettagli. Ponendosi anche le più semplici e banali domande, ci si accorgerà che spesso non si riesce a dare una risposta esaustiva a molte azioni che per molto tempo abbiamo compiuto con il più anonimo
automatismo. Non si riesce a spiegare appieno il significato di una parola che si usa come intercalare; non ci si è mai posti le domande più semplici: “ma da dove deriva tale termine?”, “perché ha proprio questo significato?” “come mai si usa proprio questo e non un altro?”.
Tornando al nostro buon Cicerone, continuerebbe a solleticare la nostra curiosità dicendoci che “ignorare ciò che è avvenuto prima della nostra nascita vuol dire rimanere sempre bambini”: elogio dell’historia magistra vitae, ma non solo.

Gli antichi ben sapevano che per tramandare alle future generazioni dei saperi, delle dottrine e degli insegnamenti, era necessario condensarli in formule e gesti stabili, fissi e immutabili: solo così si sarebbe riusciti ad arginare e a contenere l’impeto dell’inarrestabile corrente del tempo che tutto travolge e porta con sè.

La religione e i sacri culti furono tra le prime forze a scendere in campo contro la forza logorante dei secoli: i loro apparati rituali e le loro liturgie erano (e sono) un riflesso terreno dell’eternità e dell’imperturbabilità degli dei celesti. La ciclicità delle celebrazioni e i loro gesti fissi hanno sfidato il passare delle generazioni con lo scopo di perpetuarsi nei tempi a venire; nei cerimoniali nulla era svolto a caso e tutto era pregno di significato.

Che si voglia a no, anche il cristianesimo risente dei culti che l’hanno preceduto. Certamente si differenzia in quanto Rivelazione, ma il sostrato arcaico sul quale Pietro ha edificato la Chiesa di Cristo ha assorbito direttamente o indirettamente parte del sistema cultuale e liturgico del paganesimo, riadattandolo sulla base del messaggio Messianico.

Diverse cause motivarono tale processo. In primo luogo la mancanza, nei primi anni dell’era cristiana, di un vero e proprio apparato rituale organizzato e uniforme. In seguito, allorché il Cristianesimo prese a diffondersi tra i più diversi strati della popolazione cittadina, fu necessario avvicinare al nuovo Credo anche gli abitanti delle campagne e dei centri urbani più piccoli e dispersi: costoro erano infatti meno permeabili alle novità e alle innovazioni rispetto a chi viveva nelle grandi città. Per convertire gli abitanti del pagus si cercò di assimilare le antiche divinità e le antiche cerimonie al Credo dei nuovi evangelizzatori, in modo tale da rendere meno traumatico il cambiamento di fede.

Una terza causa che diede impulso alla cristallizzazione dell’apparato liturgico fu, dopo l’editto di Milano del 313 d.C. che elevò il cristianesimo a religione di Stato, la lotta alle eresie: appena dodici anni dopo si tenne infatti a Nicea il primo grande concilio ecumenico della cristianità che mirava a definire la vera natura di Cristo.

Tutto il II e III secolo furono pervasi dall’impegno di definire i concetti e le terminologie teologiche del cristianesimo, che ispireranno le opere di Agostino.

Non ci si stupirà quindi ad aver intuito che il termine
“pagano” era usato per designare gli abitanti del pagus, del villaggio, e che, per traslato, assunse poi l’accezione negativa di “infedele”, “idolatra”. Allo stesso modo, come gli antichi avevano una divinità protettrice per ogni elemento della quotidianità, dall’amore alla salute, dalla guerra al buon raccolto ecc, così gli evangelizzatori detronizzarono Afrodite, Asclepio, Ares e Demetra ma furono costretti a sostituirli con i Santi patroni.

Quest’operazione coinvolse anche le festività: il 15 Agosto, prima di essere la glorificazione dell’Assunta, designava il periodo delle feriae Augusti, da cui il nome. Il Santo Natale fu stabilito il 25 Dicembre a scapito della celebrazione del Sol Invictus; dopo il solstizio d’inverno si salutava il ritorno del Sole che riprendeva ad illuminare la Terra: ora si saluta la nascita del nuovo Sole Gesù Cristo che illumina il cammino della vita con la Sua venuta. Le radici del rito delle rogazioni, che fino a poco tempo fa accompagnavano il risveglio della vegetazione dal torpore invernale, affondano nelle processioni agresti in onore di Demetra o di Maia, dee protettrici delle messi e della primavera.

Seppur semplicisticamente, si è fin qui dimostrato come il sostrato di parte della liturgia e dei riti cristiani appartenga a tradizioni ben precedenti allo stesso cristianesimo: il fatto però di aver spesso sotto gli occhi tali celebrazioni, non ci spinge ad indagare sulla loro origine. Tranne che per un pubblico di specialisti, sta venendo meno oramai anche l’approccio architettonico agli edifici adibiti alla celebrazione del culto: ad esempio, non si fa più caso al fatto che l’asse della navata centrale delle chiese sia “orientato”, ossia rivolto verso Oriente, punto cardinale del Sole nascente, e che questa caratteristica sia presente anche tra i siti cultuali delle civiltà più arcaiche.

Soffermiamoci ora su uno tra gli aspetti più importanti che caratterizzano la celebrazione: l’uso della parola. Il cristianesimo delle origini si diffuse usufruendo della koinè linguistica all’epoca diffusa tra i paesi del Mediterraneo orientale: il greco. Dovendo poi far propria la sua vocazione cattolica, cioè “universale”, dovette appropriarsi dello strumento linguistico che unificava gran parte del mondo allora conosciuto: il latino.

Roma era la tappa obbligata in quanto centro di diffusione di idee, notizie, culti e quant’altro per tutte le terre dell’impero: e fu lì che i primi evangelizzatori si recarono, San Pietro in testa.

Se è vero che il cristianesimo attinse molto dalla filosofia greca, è certo che diede forma alle proprie istituzioni modellandole sugli efficienti e gerarchici organismi romani. Ciò permise alle prime comunità di dotarsi di una gerarchia e di sopravvivere, forti anche della Fede, agli innumerevoli episodi persecutorii.

A partire dal IV secolo, il latino divenne la lingua ufficiale della Chiesa d’Occidente: i Padri della Chiesa scrissero in tale idioma, le Scritture furono tradotte dal greco e dall’ebraico e tutto l’apparato liturgico, preghiere, celebrazioni e sacramenti, adottò la lingua dei Cesari.

Tutt’oggi i documenti ufficiali del Vaticano sono redatti in latino.

Com’è logico pensare, anche la celebrazione della messa era nella lingua di Roma. Il rito antico, risalente all’età apostolica, subì delle modifiche, seppur non sostanziali, dal messale codificato da papa San Pio V nel 1570 dopo il Concilio di Trento (1545-1563): questo rimase in vigore fino alla promulgazione del messale di papa Paolo VI nel 1970, a seguito della Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II (1962-1965).

Un rito quindi, quello antico, che ha coperto quasi per intero i duemila anni dalla Rivelazione. Schiere di poeti, di artisti, di teologi e di architetti hanno subito l’influenza del rito ora chiamato “straordinario”: le imponenti cattedrali gotiche erigono i loro archi a glorificare la magnificenza di Dio; il canto gregoriano eleva i cuori e l’anima alla contemplazione della Trinità.

Le pause e i lunghi silenzi che caratterizzano il rito antico servono a preparare spiritualmente all’incontro eucaristico e descrivono meglio di ogni altra parola il mistero della Trasustanziazione. La profonda simbologia e l’uso di una lingua arcaica, ma ancora circondata da un’aura di solennità e rispetto, servono a infondere e a far percepire ai partecipanti un maggior senso di sacralità nei riguardi del rito. Assistere alla celebrazione secondo il rito antico vuol dire entrare pienamente a far parte della devozione che per millenni ha unito popoli diversi in una sola lingua e in una sola liturgia e che ci riporta alle radici profonde della nostra identità cristiana.

Papa Benedetto XVI, col motu proprio del 7 luglio 2007, ha dato la possibilità di celebrare l’eucaristia secondo il messale di San Pio V: ciò non deve essere percepito come un passo indietro da parte della Chiesa o, come molti affermano senza cognizione di causa, un “ritorno al medioevo”,
bensì come una possibilità di poter conoscere meglio da dove veniamo e approfondire certi aspetti del sacro che ci circonda e che fa parte della nostra cultura.

Tale rito straordinario non mira certo a soppiantare il rito post conciliare, ma ad affiancarsi a esso per tener viva la lunga tradizione che ci lega ai primi fedeli e a tutti coloro che nei secoli hanno contribuito a diffondere la Buona Novella.

Conoscere la tradizione non vuol dire regredire o essere incapaci di affrontare la modernità: anzi, saper dare un significato preciso ai gesti rituali e alle fasi che compongono la liturgia è utile per comprendere che nessun aspetto della celebrazione deve essere vissuto acriticamente.

Le iniziative che si vanno diffondendo da parte di singoli parroci di celebrare saltuariamente secondo il rito antico possono offrire a chi è nato negli ultimi quarant’anni l’occasione per conoscere com’era celebrata la messa nei secoli precedenti. Chi invece ha ricordi infantili della “messa in latino” e ripeteva mnemonicamente (e a volte senza capirne il significato) le antifonie e le preghiere, può approfittarne per rivivere quei momenti con una maggior arguzia e un orecchio più attento e critico. Entrambe le generazioni potranno di certo assaporare un maggior senso del sacro e sentirsi più vicini ai cristiani di tutti i tempi che da duemila anni vivono in seno a Santa Romana Chiesa.

Fonte l'Anzin Ottobre 2009. Si ringrazia P.R.

23 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi fa piacere lasciare qualche riflessione. Ho già lasciato, d'altronde, un altro paio d'interventi.
Nella mia infanzia non ho fatto a tempo a vedere la liturgia tradizionale latino-romana (mi sembra questa la sua migliore definizione) perché da poco era stata introdotta quella riformata da Paolo VI (questa è sicuramente la definizione migliore per il "ritus modernus" o la liturgia riformata romana). Il parroco della mia infanzia era un uomo che si definiva "rivoluzionario comunista" e le messe erano tutte a suon di chitarra e di innovazioni postconciliari. Lasciai la parrocchia e passarono dieci anni prima di riaccostarmi al Cattolicesimo. A ventanni ripresi a frequentare le chiese e, di lì a poco, scoprii dei piccoli gruppi che celebravano secondo la liturgia romana tradizionale. Quella volta erano serviti solo da preti ordinati da mons. Lefebvre. Mi resi conto che tra le due forme cultuali c'era una reale differenza d'atmosfera: di tendenza umanistica e sociologica quella "romana riformata"; di stampo verticale e dal sapore antico quella "romana tradizionale". Le due realtà non veicolano solo delle atmosfere culturali differenti ma pure delle atmosfere spirituali di tipo abbastanza diverso. Immediatamente mi sono però accorto che molte comunità legate al rito romano tradizionale hanno dei limiti dettati dal modo in cui sono sorte e hanno "capito" questa liturgia: possono riflettere mentalità passatiste, estetiche, spiritualoidi, giuridicistiche. I migliori luoghi in cui ho visto vivere con un poco di normalità il rito "romano tradizionale" sono stati i monasteri, ma fuori d'Italia. In quei posti si può dire che esiste un reale spirito di preghiera e di rispetto verso le tradizioni e un certo equilibrio.
Oggi mi sembra d'osservare che questo recupero delle forme tradizionali della liturgia non può produrre alcun significativo risultato se, contemporaneamente, non è fatto con una prospettiva spirituale e teologica in senso ricco e sostanziale. Per 40/50 anni il mondo cattolico è stato sconvolto da forze antitradizionali che ne hanno snervato profondamente l'animo. La prima riforma, dunque, deve partire da ogni singolo fedele e si deve realizzare in un più forte bisogno di pregare. Penso che da qui si capirà anche il bisogno di legarsi alle forme tradizionali, canonizzate non da accademici o "esperti liturgisti" ma da uomini santi.
Uno studioso.

Anonimo ha detto...

La questione fondamentale non è soltanto liturgica ma dottrinale!
Lex Orandi e Lex Credendi sono inscindibili!

Anonimo ha detto...

È così, infatti. Ma è necessario porre in luce un altro aspetto: in Occidente la cosiddetta "spiritualità" è stata sganciata dalla riflessione scolastica sul dogma. A contribuire a questo, sono stati molti fattori, non ultimo una mentalità più propensa ad analizzare le cose separatamente piuttosto che ad osservarle in tutto il suo insieme. Nel momento in cui la prassi cristiana è posta piuttosto a margine rispetto alla riflessione sul dogma, l'obbedienza ad una tradizione liturgica diviene una questione d'obbedienza ad una legge canonica. Questo significa che chi non obbedisce ha una punizione sancita dalla norma. La rovina della tradizione liturgica occidentale è iniziata proprio da qui, da un approccio più legalistico che spirituale. Per questo se qualcuno ha la tentazione di riprendere l'antica tradizione impugnando nuovamente le armi del diritto con il quale stabilire obbedienti e disobbedienti, non se ne esce più fuori.

Mite ha detto...

E' sempre gradevole leggere riflessioni profonde e pacate come queste.
Il mio "eurocent" di contributo: perchè ho l'impressione che gli estremismi (dall'una e dall'altra parte) esercitino una fascinazione particolare sui poco-equilibrati? Da una parte quelli che se potessero abolirebbero anche il pane e il vino e direbbero messa con il bigmac e la cocacola stando in costume da bagno sulla spiaggia, dall'altra quelli che se potessero tirerebbero fuori anche le femoralia di san Pio V pur di recitare una bella commedia, non certo il dramma dell'ultima Cena e del Calvario... la malattia è la stessa, che la si giri di qua o di là.
In mezzo ci siamo noi, che cerchiamo di seguire l'esempio lodato da Gesù dello scriba che tira fuori dal suo tesoro "cose antiche e cose nuove". Noi non siamo estremisti, siamo normali. Vogliamo tenere unita la Chiesa, non cacciar via gli uni o gli altri perchè non la pensano come noi. Noi stiamo con Benedetto, che domenica a Brescia ha detto, citando Paolo VI: 'Vorrei ricordare anche quelle [parole] che Paolo VI rivolse agli alunni del Seminario Lombardo il 7 dicembre 1968, mentre le difficoltà del post-Concilio si sommavano con i fermenti del mondo giovanile: “Tanti – disse – si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a chiunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta… Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera. È questa la condizione che Gesù ha scelto per noi, affinché Egli possa operare in pienezza"'.

Anonimo ha detto...

Penso che le considerazioni religiose non devono essere animate né da fanatismo né da ignoranza. Comprendo la lealtà confessionale ma un esame "a freddo" di certe dinamiche ci porta a logiche conclusioni. Se si vuole, è un'esigenza apologetica quella di vedere una specie di "progressione" nella storia della Chiesa. Ma la realtà dei fatti non è così. Ci sono momenti di luce e momenti di ombra. Gli ultimi decenni, anche se animati da un sincero desiderio di confronto con la cultura contemporanea, sono stati per il Cattolicesimo un momento d'ombra e d'ingenuità. D'altronde, il periodo postridentino era caratterizzato dalla disciplina ecclesiastica, dal rigore della norma, ragion per cui, appena tale rigore è stato sollevato di un poco a farne per prima le spese è stata proprio la liturgia. Per anni, nell'immediato postconcilio, rigattieri e antiquari hanno venduto suppellettili ecclesiastiche. Chi gliele forniva? Ecclesiastici, senza dubbio. Perché questo? Per un evidente moto iconoclasta di rivolta verso il passato. Quest'atteggiamento si può capire, dati i presupposti, ma per "mitezza" nessuno può chiudere gli occhi su queste cose. Chi vendeva ai rigattieri le suppellettili, chi sventrava i parati sacri o li faceva mettere per carnevale - preti intendo - sono ancora vivi e sono quelli che, davanti ad un possibile ritorno all'antico, si stracciano le vesti e gridano allo scandalo.

Anonimo ha detto...

Francamente non riesco a capire quale senso possa aver oggi la S. Messa in latino, dal momento che nessuno capisce tale lingua.
Non so se lo sapete, ma qui in Italia da almeno 700 anni non si parla più in latino. La Santa Madre Chiesa se ne è accorta con un po' di ritardo.
Quindi mi riesce difficile a capire quale frutto spirituale un fedele può trarre da una S. Messa, della quale non comprende le parole.
Perché ciò che scrisse S. Pio X che "bisogna sapere e pensare a chi si va a ricevere" vale solo e soltanto se si capiscono le parole di tutta la celebrazione.
Neppure serve il libretto con testo a fronte perché anziché concentrare l'attenzione del fedele lo distrae.
Peraltro vale la pena di ricordare, se proprio si vuole tornare alla fede autentica, che Nostro Signore Gesù Cristo predicava in aramaico e non in latino!!!
E quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli e la Vergine Maria e Pietro si mise a predicare tutti capivano il messaggio nella propria lingua (Cfr. At 2,1s).
Il latino è diventato la lingua della Chiesa perché una volta a Roam si parlava latino. E sicocme il Papa è Papa in quanto vescovo di Roma, doveva parlare in latino. Ma oggi la lingua che si parla a Roma è l'italiano.
Giovanni Paolo II, quando negli anni '80 incontrò il card. Alfrink, parlò con lui in italiano e non in latino.
Fraterni saluti in Cristo Gesù
Dario Bazec

Anonimo ha detto...

Sinceramente io invece mi chiedo che senso abbia dire in lingua nazionale ciò che è ripetuto in maniera identica ogni domenica. La Chiesa, perché cattolica e quindi universale, merita nel rito l'uso di una lingua unica e sovranazionale (quindi neutra) come il latino.

Dopo che in privato si usi una lingua nazionale è normale. Gesù Cristo predicava in aramaico (lingua nazionale) sul terreno, ma in ebraico (lingua sacra) in sinagoga... solo per dire che non è con un discorso non approfondito, qualunquistico, semplicistico e inconferente che si potrebbe pensare di calare giudizi..

Anonimo ha detto...

Quand'ero giovane mi diplomai in un istituto tecnico (dove non si studiava il latino). Poi feci studi di altro genere. Comunque sia, dal momento in cui mi riaccostai al Cristianesimo scoprii la liturgia latina, cominciai a pregare in latino, imparai a memoria decine di salmi della Volgata di san Girolamo (non la neoVolgata dal "sapore" di plastica). Compresi abbastanza bene tale lingua che, nell'uso ecclesiastico, non è assolutamente difficile.
Ma prescindendo dalla questione latina, il problema non è legato ad una lingua ma ad uno stile. La liturgia antica, proprio perché tale, ha uno stile necessariamente differente da quello attuale, costruito da uomini (magari volenterosi) ma fragili, esposti a mille illusioni, umanisticizzati...
La liturgia antica è verticale, teocentrica ed è sempre attribuita a persone sante, non ad intellettuali ed "esperti". Si tratta di altro sangue, altra atmosfera, altra aria. Se non si vive è inutile parlarne. I sordi si attaccheranno sempre a qualche elemento esterno per impedire se stessi ed altri di entrare in quel mondo.
Non si parla di liturgia di "ieri", ma nell'ottica tradizionale della Chiesa, di liturgia dell'Oggi. Per lo stesso motivo, i misteri della Redenzione non sono celebrati dalla Chiesa con un "Ieri, è successo..." ma con un "Hodie, oggi, succede...".
Già parlare della "Liturgia del passato", significa ragionare mondanamente, non con l'ethos della Chiesa.

Anonimo ha detto...

Il discorso del latino "lingua morta" è ormai logorato dall'uso... per smontarlo basterebbe osservare che persino i documenti più recenti della Santa Sede escono in latino, che quindi ha ancora un suo valore e un suo significato. Detto ciò, credo che la lingua della liturgia sia una questione secondaria: le chiese orientali hanno tradotto, da sempre, i testi liturgici nella lingua parlata e nessuno si è stracciato mai le vesti. Io non mi scandalizzerei di una Messa con il rito antico e la lingua moderna, se a un certo punto il papa decidesse una cosa del genere. L'uso del latino nella liturgia ha però un valore simbolico per nulla secondario: poichè la Chiesa cattolica è "cattolica", cioè "universale", usa una lingua universale, com'è il latino e nei documenti (cioè nella sua legislazione, e nelle sue comunicazioni) e nella sua azione più importante che è la Liturgia. Questa caratteristica della liturgia e della Chiesa si sono perse negli ultimi tempi, ed è a mio avviso un grande limite anche sul piano pratico. Amici miei che sono andati a Budapest, nei mesi scorsi, hanno cercato inutilmente una chiesa in cui poter partecipare alla Messa in una lingua comprensibile. Hanno soddisfatto il precetto partecipando a una celebrazione in cui l'unica parola che riuscivano a capire era "Amen"... non mi sembra un gran passo avanti nella percezione della cattolicità della Chiesa.

Anonimo ha detto...

Quanto al frutto spirituale: il latino ha cessato di essere una lingua comprensibile ai più almeno dall'VIII secolo, se non prima. Eppure non sono mancate, nel popolo di Dio, persone sante, anche nelle classi più umili. Ricordo due miei anziani parenti: poco più che alfabeti, sapevano a memoria le risposte della Messa, i Vespri della domenica e delle feste e l'Ufficio dei morti... ma come invidio la loro fede semplice e rocciosa! L'equazione "comprensione=frutto spirituale" funziona, ma non è automatica. Il frutto spirituale nasce da una intensa vita di fede, che si può avere sia capendo i testi della liturgia, sia non capendoli ma fidandosi dell'insegnamento della Chiesa.

Anonimo ha detto...

Gli ultimi due interventi sembrano frutto di una sola mano. Vi aggiungo alcune precisazioni.

Nell'Oriente cristiano ci sono Chiese che usano una lingua desueta (la Chiesa di Grecia [greco bizantino], la Chiesa russa, bulgara e serba [paleoslavo]) e Chiese che usano la lingua parlata (la Chiesa antiochena [arabo, inglese], la Chiesa romena [romeno]). Ci sono altre Chiese che utilizzano sia lingue desuete sia lingue parlate (il Patriarcato di Costantinopoli [greco bizantino, inglese, francese, italiano, spagnolo, portoghese, ecc.].
In Oriente dunque non esiste quell'opposizione ideologica e astratta presente in Occidente tra fautori del latino e fautori del vernacolo e già questo mi sembra saggio.
Ma c'è un altro fatto.

La liturgia tradizionale, qualsiasi liturgia tradizionale, è fortemente didattica dal momento che presenta molte ripetizioni in gesti e parole. Ciò significa che un assiduo partecipante dopo qualche anno imparerà a memoria molti testi. Questo è stato fatto anche come intenzione espressa, in un tempo in cui non esisteva la stampa.
In Oriente, dal momento che la maggioranza dei testi sono cantati, la mnemonizzazione sarà ancora più facilitata, pure se la liturgia bizantina è più ampia e ridondante di quella latina. Imparare a memoria gli apolitikia, i kontakia, e vari altri pezzi liturgici, significa anche imparare il dogma e la pietà della Chiesa, in una parola: divenire teologi.
Ora in Occidente con la riforma liturgica tutto questo è divenuto quasi impossibile. A fronte della traduzione dei testi sono state abolite le ripetizioni (pensando fossero aggiunte inutili) che avevano un fine anche didattico. I testi liturgici in senso stretto (introito, graduale, alleluja, offertorio, communio) non si cantano più e anche questo ha la sua incidenza sulla non memorizzazione degli stessi. L'Ufficio divino è divenuto il fantasma di se stesso al punto che se lo avesse potuto avere il cardinal Richelieu ne sarebbe stato felice. Questo cardinale è passato alla storia per la sua negligenza verso il Breviario: sentendolo come un peso lo recitava compattato una volta ogni due giorni....
Ci troviamo veramente davanti ad una contraddizione vivente: in nome della didattica sono stati seguiti percorsi non didattici e i frutti si vedono!

Anonimo ha detto...

Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

QUESTO la S.P. del 07/07/07.Nonostante tutto molti Vescovi fanno orecchie da mercante. Domando: non sarebbe giusto che d'ora in poi il S. Padre per i nuovi Vescovi esigesse l' osservanza di detto articolo, cioè che sappiano celebrare entrambi i riti?e li celebrassero, poi.

Anonimo ha detto...

Anticamente nella Chiesa esisteva una specie di "circolarità": non bastava che si promulgasse qualcosa di nuovo, o si chiudesse un concilio per ritenerlo "ipso facto" da seguire o da imporsi. Ogni "novità" doveva essere accolta dal corpo della Chiesa. Se la Chiesa non accoglieva o la rigettava - anche tempo dopo - di quella legge o di quel concilio non si faceva nulla.
Il Messale promulgato da Paolo VI ebbe storia tormentata. Non sta a me ricordare questa storia, chiara a chi la vuole vedere oggettivamente. Il Messale promulgato da Pio V è l'ultimo stadio della Messa romana medioevale, ripulita e corretta, laddove si è ritenuto farlo.
I due riti hanno oggettivamente un ethos differente perché hanno una storia differente, né si può dire che il messale paolino sia uno sviluppo da quello precendente: è tutto un'altra cosa!
Ma il momento presente ha un'anomalia unica: in tutta la storia delle Chiese non è MAI esistito un rito unico in due forme differenti. Questa situazione anomala non durerà molto, proprio perché una Chiesa s'identifica in un'unica forma rituale (Milano ha un unico rito, come Aquileia aveva un unico rito e così via).
La cosiddetta disobbedienza del clero nel seguire questa nuova situazione è dettata, a mio avviso, dal fatto che questa scelta non è storicamente MAI esistita e rappresenta una situazione momentanea dal sapore piuttosto artificiale. In futuro, dunque, si tornerà ad un'unica forma rituale per la Chiesa romana-latina ma c'è da chiedersi come e con quali risultati.

Anonimo ha detto...

TRADIZIONE 4X4

Alla vostra messa accostata ai sondaggi ed alle fotoricordo preferisco di molto la nostra, piena di bambini dappertutto e di suore che danno la comunione: questa sarà bruttina ma viva, la vostra è solo un altro prodotto in commercio. Pubblicizzate, pubblicizzate
ZADIG

Anonimo ha detto...

Gentile ZADIG,
sono uno studioso di materie teologiche e non faccio parte degli organizzatori di questo blog.
Il tuo commento è spontaneo e sincero e riflette una certa mentalità piuttosto presente.
Contrariamente a quanto si può superficialmente credere, la liturgia non è una questione di gusti (classici o moderni che siano). Forse per certi versi la liturgia tradizionale può essere "più bella" ma chi la esalta solo per questo sbaglia e si espone ad una giusta critica.
La liturgia è come un farmaco la cui ricetta è stata preparata da generazioni. Non si prende un farmaco perché è bello ma perché fa bene. E' questo il punto.
Il modo in cui una liturgia può "fare bene" riguarda molti livelli.
Le liturgie antiche (latine, greche o altro) sono molto spirituali. Non a caso si sono sviluppate in ambienti di tipo monastico. Esse sono molto attente alla cura dell'interiorità e riflettono un ethos di tipo ascetico.
Le liturgie luterane riformate e riformate cattoliche, invece, riflettono una mentalità piuttosto umanistica, attenta ai valori umani come alla giustizia ma, a mio avviso, risultano piuttosto carenti di "verticalità". E' questo uno dei problemi della Riforma Liturgica voluto dal Vaticano II per la Chiesa Cattolica.
Un altro reale problema - ma che tu forse non sei in grado di apprezzare - è che una liturgia non si può "costruire" com'è stato fatto da quarant'anni a questa parte, praticamente mettendo da parte il passato della Chiesa. Questo forse è possibile farlo per altre cose, non nella Chiesa dove il senso della tradizione dev'essere preponderante. Il "tabula rasa" è di suo l'antitesi della Chiesa e una Chiesa con un concetto snervato di tradizione viene meno ad una delle caratteristiche che la fanno essere Chiesa.
La cosiddetta "Messa Tridentina", a volte pubblicizzata con grande ingenuità - e quindi esponendola a giuste critiche - è il tentativo di riequilibrare una situazione non corretta che è avvenuta da quarant'anni a questa parte.
Fin qui abbiamo parlato di cose essenziali, non di velleità.
Che poi si possa essere partigiani di una messa per la sua partecipazione o di un'altra per un gusto passatistico, questo non è, a mio modesto avviso, molto serio perché fin troppo superficiale. Un caloroso abbraccio.
Uno studioso.

Anonimo ha detto...

RIEQUILIBRIO NEL VUOTO

Carissimo studioso,
grazie per tue riflessioni. Tuttavia mi pare che tu resti molto al di qua del problema. Che non è affatto la filologia (distinguere liturgie monastiche o riformate) o la sociologia religiosa (inquadramento delle caratteristiche della Chiesa cattolica tra le umane società). Il problema, come allora e sempre (Lc18,8) è la Fede. Vale a dire: è eucaristico, dove l' eucaristia è il punto focale della liturgia.
Allora: cosa accade durante, cosa FA l' eucaristia? Non cosa E': nel cristianesimo, cosa molto diversa dalla filosofia greca (da buon studioso non ti sarà sfuggito), il problema non è quasi mai ontologico, nei vangeli l' unico che si formalizza a chiedere "cosa E' la verità?" è un idolatra ed assassino; più spesso il problema è invece soteriologico "chi FA la verità VIENE alla luce", anzi relazionale "RENDERE testimonianza alla verità". Quindi, in quale RAPPORTO ci mette l' eucaristia?
Partiamo dalla liturgia. Preghiera eucaristica: "Ti chiediamo umilmente per la comunione al Corpo ed al Sangue di Cristo, lo SPIRITO SANTO ci riunisca in un solo corpo". Cosa dice qui il messale? Mi pare che dica che l' eucaristia, pur attraverso i segni materiali delle specie consacrate, operi PER PURA POTENZA SPIRITUALE DI AMORE.
Bene. Ma opera cosa e perché? E con che specie di amore?
Continuiamo con la liturgia anzi meglio con la Scrittura, nella specie i sinottici. Anamnesi: "Nella notte in cui fu tradito ...". Cosa sta FACENDO qui Gesù? Sappiamo i gesti, prese il pane lo spezzò, va bene. Ma cosa vuole SIGNIFICARE Gesù con quei gesti che sono infatti SEGNI? Abbandoniamo i sinottici ed apriamo il quarto vangelo. Quei gesti non ci sono più. Ne troviamo un altro di gesto, che però se non spiega quelli almeno li illumina, come spesso avviene in Giovanni. Capitolo 13 versetti 3 e seguenti: Gesù SI ABBASSA a lavare i piedi, PURIFICA i suoi amici accostandosi a quanto di più sporco c' era lì, RINUNZIA a prendere qualsiasi potere e DIS-PERDE SE STESSO.
Allora, mi sembra, il Mistero dell' eucaristia è davvero uno scandalo (Gv13,6), alleanza fondata sulla Vittima (Girard), liberazione (Pasqua da Pesàh) dalla volontà di liberarsi con la violenza-potere sacrale, pulsazione interna a noi (assunzione delle specie) di un tipo di Vita (Corpo-Sangue) completamente nuova e diversa come quella di Gesù. La Vita nell' Amore. Di Dio e dei fratelli.
Torniamo alle messe, quali le conseguenze di questa possibile prospettiva?
Innanzitutto i gesti di Gesù sono assolutamente i primi e però, in senso proprio, irripetibili: "fate questo in memoria" non "ripetete questo ora, qui, subito"; rifare quei gesti sarebbe quindi un APPROSSIMARSI (farsi prossimo) mai un appropriarsi per se stessi di una salvezza che diverrebbe veramente allora un farmakòs, un veleno.
Non avrebbe quindi teologicamente alcun senso parlare nel Cristianesimo di Presenza Reale nel senso di ri-volgersi al tabernacolo: "Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi". Dio non ha affatto bisogno, lui, del nostro esempio, meno che mai dei nostri sacrifici, ma solo dell' unico e supremo atto dis-sacrale di Gesù: la SEQUELA.
Infine: se veramente il Mistero più specificamente cristiano di tutti i Misteri vale a dire l' Icarnazione, come Historia Jesu culmina in una KENOSIS (Fil2,6) in un abbassamento, innalzamento all' offertorio ed inginocchiamento alla comunione diventano molto relativi, forse perfino (absit iniuria verbis) reciproci e scambievoli.
Davvero, caro studioso, sei sicuro che il "riequilibrio" Tridentino ci avvicini meglio, anzi meno peggio a Gesù?

ZADIG

Anonimo ha detto...

Gentile ZADIG,
il tuo modo di scrivere e il mio non presuppongono solo conoscenze ma anche cammini esistenziali diversi. Non voglio per principio opporre le cose ma sottolineo il valore della tradizione come quello di un tesoro di fede che riceviamo, riviviamo e trasmettiamo. I testi liturgici attribuiti ai santi non presuppongono solo persone adottorate nella filologia, ma persone accomunate da un'unica medesima esperienza. Esperienza di fede ma, aggiungerei, anche esperienza di Rivelazione. Ecco, un corpus di testi liturgici, o una liturgia, che nascono da questi presupposti non si possono che tramandare con venerazione, aggiustare qui o là, ma mai riformare in toto creando qualcosa di nuovo. E' questo il punto che mi pare essenziale e fondamentale. Non è solo una questione di fede ma di possibile partecipazione ad un evento rivelativo e la liturgia non è tanto una occasione di testimonianza o di catechesi, quanto una realtà in cui si dovrebbero dispiegare i cieli ad un occhio purificato.
Detto questo io non butto via automaticamente quanto è frutto di onesto sforzo ma invito me stesso e altri a discernere quant'è meglio secondo l'esortazione degli stessi Padri.
Invitati nella Chiesa, siamo come in un banchetto in cui dobbiamo fare progredire il nostro gusto verso cibi più curati e appetitosi. Per questo affermo che la liturgia non ha tanto bisogno di filologi o di "esperti" ma di santi che dall'apice di una esperienza intima con Dio sanno discernere quant'è meglio. In mancanza dei santi credo sia assai prudente non buttare via nulla di quanto la tradizione ci ha recato fino ad oggi. Invece sappiamo che i decenni passati sono stati decenni di opposizione e iconoclastia. Questo è un amaro dato di fatto, purtroppo.
Studioso

Anonimo ha detto...

Gentile Studioso,
grazie di nuovo per i tuoi pensieri e la tua cortesia. per dimostrarti che la distanza non è incolmabile avanzo anch io un amaro dato di fatto: il cattolicesimo italiano tradizionale è pieno di somari dottrinali: nel senso che LE BASI della dottrina e del catechismo sono sconosciuti a molti che si professano (non confessano, professano) cattolici.
Si avvicina l' 8 dicembre e la festa che sappiamo. Prova:
-Vi piacerebbe riavere la liturgia tridentina, quelle belle messe in latino di una volta?
-Eh sì, certo, le messe di una volta, che fascino, si sentiva il Sacro!
-Ma ditemi un po', oggi festeggiamo l' Immacolata Concezione, che vuol dire?
-Mah ... (sguardo attonito), sarebbe ... diciamo ... è la Madonna.
-Volete dire Maria (ebraico: Myriàm), la mamma di Gesù, il Vangelo non sa chi sia la Madonna.
-Come dice? (sguardo atterrito) sì, va bene Maria ... oggi è la festa che la Madonna ... no aspetti, voglio dire che Maria ... oggi è la festa che Maria era Vergine
-Veramente si chiama Immacolata
-Eh infatti ... (sguardo sospettoso) era Immacolata perchè era Vergine, non aveva fatto quei peccati ...
-Quali?
-Insomma, carissimo ... (tono pane al pane vino al vino) non aveva fatto sesso! Capito? Con san Giuseppe!
-E il Peccato Originale?
-Sarebbe, scusi (sguardi allibiti)?
-Questa Festa cattolica è fondata sulla dottrina del Peccato Originale
-Eh ... proprio quello lì, il peccato di Adamo ed Eva, e io che ho detto? (sguardo sfacciato). Erano Adamo ed Eva che avevano fatto sesso ... nel Paradiso. No?
-E la dottrina?
-Beh ... è quella cosa lì ... forse ... cioè ... mi sa di sì. Ma è importante stà dottrina (sguardo dubbioso)?
-Molto. Diceva Pascal che è il cardine di tutto
-Non conosciamo questo San Pasquale, noi siamo devoti a Padre Pio

Anonimo ha detto...

Tutto questo non mi meraviglia. Molti ragionano così. Ma, a maggior ragione, è importante insistere su un metodo. Non si può dire "Io scelgo questa messa perché a me piace così". Le motivazioni serie sono ben altre e vanno riscoperte (non cercate) con pazienza e umiltà. Stud.

Anonimo ha detto...

Completamente d' accordo, Studioso. Soprattutto se qualche volta ci ricordassimo che la celebrazione cristiana può anche avvenire "con gioia e cuore semplice" (Atti 2) invece che bardati come stregoni qualunque.
ZADIG

Anonimo ha detto...

Siamo d'accordo e non siamo d'accordo ZELIG.
Un conto è il trionfalismo fine se stesso, un conto è la dignità che, se è richiesta per la propria casa, non vedo perché non debba essere richiesta per il culto cristiano (cosa che non di rado nei decenni postconciliari non si è vista!).
Ma il tuo ragionamento ha un tarlo molto pericoloso: quello che la gioia e la semplicità si opponga necessariamente alla dignità e ad un certo solenne fasto. Non mi trovo molto nelle cerimonie barocche e personalmente preferisco la pulizia e il rigore di quelle tradizionali monastiche ma, anche lì, quanta solennità e dignità, disprezzata dagli ambienti cosiddetti "progressisti".
Un altro tarlo insito nel tuo ragionamento è dato da un mito sotteso: quello che la Chiesa possa spogliarsi delle sue acquisizioni esteriori e culturali, ricevute nel tempo. Questo è possibile farlo fino ad un certo punto, infatti. Procedendo nella ricerca fanatica e piuttosto squilibrata della "semplicità" (per se stessa a questo punto) non ci si accorge che la Chiesa è come una cipolla: fatta a strati. Togli il primo, togli il secondo, togli il terzo (pensando che siano tutte incrostazioni culturali), passi al quarto e così via fino a che in mano.... non rimane nulla!
Possiamo prescindere dall'impero romano e dalle sue forme che hanno in qualche modo più che influenzato il cerimoniale? Io penso di no o comunque penso che non ne possiamo prescindere fino al punto da creare una "tabula rasa" perché a quel punto non avremo più la cipolla in mano.
Anch'io sono un assertore della semplicità ma "cum prudentia et granu salis". Il ricominciare da zero, con semplicità, che quasi potrebbe ispirare il tuo ultimo intervento, è un puro mito che lascia dietro di sé solo il vuoto.
Un abbraccio con cordialità.
Stud.

Anonimo ha detto...

Siamo nel 2009, il latinorum è roba da medioevo, roba che puzza di muffa come tutti i cenci che si mettono addosso i tradizionalisti. Nostro Signore è nato in una stalla, non in una cattedrale barocca piena di cinfrusaglie e porcherie come le reliquie ( spesso false e comunque macabre e inutili ). la messa di S.Pio V è improponibile al giorno d'oggi, è una messa incomprensibile, anacronistica e teatrale. Il prete tutto bardato di passamanerie se ne frega del popolo dandogli le spalle, farfuglia latinorum per conto suo. E' assurdo leggere le letture in latino, il latino E' MORTO e deve essere sepolto. Gesù non ha mai detto di mettere in scena queste pagliacciate barocche, ha semplicemente spezzato il pane su una umile mensa. Credo che i protestanti siano quelli più vicini al Suo messaggio, i cattolici lo saranno quando si leveranno dai piedi gli orpelli e le porporine e benediranno il Concilio Vaticano II e i frutti che ha portato. W i preti in jeans che lavorano per i poveri, e non gli effemminati con la tonachina svolazzante che si pavoneggiano in coro con i pizzi, i merletti e le berrette col pon pon !
Manuel

Anonimo ha detto...

Non possiamo cambiare la testa alla gente, questo è ovvio.
Mi sembra inutile affermare che nella Chiesa il tradizionale ha sempre trovato spazio e questo con il tentativo di aggiornare ad ogni epoca il linguaggio evangelico senza tradirne la sostanza.
La comunità primitiva fu così legata alle sue origini ebraiche che ancora oggi si usano parole come "Amen, Alleluia". La comunità romana di lingua latina fu così legata all'uso greco che conservò parole come "Kyrie eleison" o altre che si cantano il venerdì santo. Oggi, per un radicale sovvertimento dei valori per cui l'antico non è da rispettare e non è venerabile, si vuole buttare via tutto e spezzare non solo la "catena linguistica" ma anche quella dei valori tradizionali.
Liberi di farlo ma, ovviamente, se ne raccoglieranno i frutti.
Io esorto quei cattolici con un piede nel protestantesimo e uno nella chiesa cattolica ad essere coerenti fino in fondo. Se sentono che il Protestantesimo è la loro vera casa, perché non tagliano quel poco che li unisce al Cattolicesimo e così si mettono il cuore in pace? E' infatti penoso vedere interventi come quello precedente dove, assieme a diversi errori e velati insulti, si nota un animo sofferente, esacerbato.
"Il prete non volge le spalle ai fedeli"... quanta ignoranza in questo modo di valutare... Ma se perfino nel Luteranesimo esiste una mensa adossata alla parete?!?
Non approfondiamo, poi, i velati insulti: difetti e peccati di ogni sorta si trovano ovunque sia l'uomo, non solo dove ci sono "preti in sottana". Basta informarsi.
Ma forse nulla potrà placare l'animo esasperato del nostro amico, nessun ragionamento ma una sola decisione: quella del suo definitivo abbandono del Cattolicesimo.
Stud.