martedì 10 novembre 2009

NAS/Ecco perchè aderisco all'Appello.

C'è chi, come LC di Del Visibile, ha voluto aderire all'appello per una nuova arte sacra autenticamente cattolica con entusiasmo e fiducia. Un'adesione che non dimentica la necessità di cercare una "pars costruens " più precisa e forte nella questione, ma anche la necessità di cominciare da qualche parte.


Ho aderito a “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”.

Non posso che aderire portando con me tutta l’esperienza di Del visibile, blog nato proprio dal desiderio di capire sempre più quei segni visibili testimoni della Vita che si è fatta visibile (1Gv 1,2).

Quando l’arte incrocia la fede, e in particolare la fede cattolica, non si tratta solo di memoria da salvaguardare o di pensieri da esprimere, ma di testimonianza viva. Perché è annuncio di Gesù, annuncio del Figlio di Dio che ha scelto di farsi visibile per andare incontro all’uomo. E’ testimonianza viva e gioiosa, perché segno e annuncio di salvezza nella storia. E’, in una parola, evangelizzazione: un invito a diventare testimoni della bellezza di Gesù. L’arte, infatti, affascina se creata secondo uno spirito di verità e di carità, di mistero e di bellezza. L’arte affascina se degna del fascino di Cristo.

Molte volte, invece, anche tra le pagine di questo blog, si è palesata la difficoltà di trovare opere contemporanee degne testimoni di questo annuncio; molte volte ci siamo imbattuti in una diffusa sudditanza culturale che ha portato ad accettare opere che invece di essere testimoni del Verbo della Vita rimangono mute e goffe di superbia.

Chi segue questo blog sa che sono su posizioni diverse rispetto ad alcune soluzioni avanzate da questo appello. Sto stretto tra i “darwinisti” così come tra i “fissisti” dell’arte. Ma non è questo il momento dei distinguo. Star qui ad aspettare coloro che sono sulle mie stesse identiche posizioni, sarebbe comodo; ma aspetterei per sempre.

Così, se mi è data l’opportunità di unirmi in una comune preoccupazione per le condizioni in cui versano tutte le arti che hanno accompagnato la divina liturgia e in una comune testimonianza di amore verso l’annuncio di vita di cui le arti devono essere segno visibile, io mi unisco nella comune speranza che

la Chiesa possa rivelarsi, anche in questa era di mondane, irrazionali e diseducative barbarie, l’unica vera, solerte e attenta promotrice e custode di un’arte nuova e davvero “originale”, ossia in grado anche oggi, come sempre è fiorita in ogni tempo pregresso, di rifiorire dall’antico, dalla sua inclita ed eterna Origine, ovvero dal senso più intimo della Bellezza che rifulge nella Verità di Cristo.


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Dai commenti

Ho dato un’occhiata veloce all’appello ripromettendomi di leggerlo con calma. A volo d’uccello mi pare però che manchi la pars construens: per costruire (o ricostruire) bisogna pur partire da qualche parte non tutto dell’odierna arte sacra è da buttare. Altra veloce osservazione: l’analfabetismo religioso non è solo degli artisti ma pure dei fruitori. E poi l’utima: siamo sicuri che gli artisti del passato fossero così credenti e praticanti come chiediamo siano gli attuali? Ma ne riparleremo. DonMo

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Le osservazioni che fai sono, a mio avviso, corrette. E ne riparleremo.

Io credo che l’appello possa, sperando in particolare che ci siano numerose adesioni, mostrare la gravità e l’urgenza di un problema.
Che poi è uno. L’appello di Paolo VI con la sua bellissima omelia agli artisti è stato ascoltato a metà: da un lato hanno accolto la sua apertura, dall’altra non hanno accolto il suo invito a studiare e soprattutto il suo invito a quella che lui ha chiamato “sincerità” che è un modo sapiente e universale per parlare di conversione. Tutti non hanno ascoltato: artisti e committenti.
Da qui un’arte autoreferenziale e, dati i segni dei tempi, ludico/esistenzialista posta in chiesa. Non certo un arte liturgica, ovvero che sia in primis servizio.

Io spero che la prossima giornata con gli artisti sia occasione per esplicitare quelle necessità poste già da Paolo VI nella loro completezza. Bisogna dire: artisti e committenti tutti tornate alle vostre chiese, tornate alle vostre opere e studiate e soprattutto convertitevi. Altrimenti sarà solo un happening con depliant d’invito.

Buoni artisti ce ne sono stati, anche nel ‘900 (e ce ne sono che operano oggi). Io ricordo Gaudì ma anche Messina, Manfrini, Vanni Rossi… Questi hanno fatto una cosa semplice: hanno preso la lingua prima che è la lingua dell’annuncio e l’hanno approfondita, hanno messo la loro arte e la loro creatività a servizio di quella lingua comune, senza tradirla ma per andare in profondità, originali perché capaci dell’antico. Come Cristo è sempre antico e sempre “hodie”.

Non credo che la conversione sia questione di pratiche religiose. Io non so nulla della fede di Caravaggio o di Messina. Solo Dio lo sa. Ma sicuramente entrambi per creare hanno studiato e poi intrapreso un “sincero” moto di conversione, per questo le loro opere ci parlano con sincerità di una fede non solo comune ma anche cattolica.

Certo, non basta mostrare di avere a cuore un problema. Oggi c’è la possibilità di un convergere comune. Sul come è urgente operare e cooperare. La storia è già stata impietosa. LC

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Sì, forse manca la pars costruens nell’appello. Naturalmente non nel senso di inchinarsi per l’ennesima volta di fronte a quegli artisti coerenti con l’evoluzione del Novecento, sacerdoti più o meno consapevoli di una super religione che vuole sostituirle tutte. Un’idolatria dell’equilibrio, in cui lo spirito riesca a zittire le pulsioni della materia, per poi scoprire che questa, così gestita, è violentemente antiumana.
Ma la proposta positiva, nell’appello, sembra la ricerca di un’arte nuova ben fondata, sulla metafisica e sulla Rivelazione.
Andava esplicitata meglio. E tuttavia, a giudicare dal numero e dalla vitalità degli artisti che vanno rispondendo all’iniziativa, può costituire una buona ripartenza.
Questo ha tutta l’aria di essere un buon momento storico. Hakim

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Anch’io aderirò all’appello, condividendone lo spirito di fondo e, allo stesso tempo, sottolineandone qualche difetto – sulla scia di chi mi ha preceduto nei commenti. Qui mi limiterò ad affrontare le incoerenze che mi paiono più evidenti.
È stato detto, ad esempio, che manca una ‘pars construens’. Sono abbastanza d’accordo; anche se il problema, secondo me, sta a monte. Nel senso che qui di fatto si citano esclusivamente tre forme di espressione artistica: architettura, arti figurative e musica, in quanto le si identifica come quelle direttamente coinvolte nella liturgia. Se questo è vero, a mio giudizio (accusatemi pure di conflitto di interessi!), è vero anche che varrebbe la pena di allargare il campo, facendo qualche cenno allo spettacolo, che pure ha spesso svolto un ruolo importante nella storia del Cattolicesimo, talvolta interagendo con la liturgia. Oggi dare una direzione anche in quel campo, viste le ‘non esaltanti’ esperienze di Sat2000, delle fiction televisive e di gran parte degli spettacoli teatrali a tema religioso sarebbe importantissimo, tenendo conto del ruolo predominante svolto dallo spettacolo nella nostra società.
Limitandoci tuttavia solo ai tre ambiti toccati dall’appello, va detto che è difficile proporre una ‘pars construens’ che possa funzionare per tutto, anche perché la situazione è assai eterogenea. Da una parte l’architettura e le arti figurative a tema sacro soffrono dell’analfabetismo sia degli artisti che dei ‘fruitori’ (come sopra si è già fatto brillantemente rilevare) e per questo tendono a sposare acriticamente tendenze contemporanee dalla natura anti-cattolica e/o anti-cristiana. Dall’altra, invece, nella musica assistiamo ad una situazione di stallo completo: semplificando, possiamo dire di aver messo in cantina il Gregoriano, Bach e Mozart per sostituirli con una musica ad imitazione di quella dei cantautori degli anni Settanta e di esserci fermati lì (e se la strada era quella della musica pop, forse ciò è stato un bene, visti gli esiti di certi ‘esperimenti’ in questo campo…).
Detto questo, credo che il punto chiave sul quale l’appello dovrebbe essere parzialmente ‘aggiustato’ è quello del discorso sulla committenza e sul suo ruolo nella genesi dell’opera d’arte. A mio giudizio proporre un “bollino di cattolicità” per gli artisti rischia di essere problematico nella realizzazione ed aleatorio negli esiti. Lo dico sulla base della mia esperienza di docente all’Università Cattolica e in un’accademia di Belle Arti di ‘ispirazione cattolica’. D’altro canto ha pienamente ragione donmo quando fa notare come grandissimi artisti che hanno fatto la storia dell’arte cattolica, non fossero certo dei fedeli ortodossi e irreprensibili. Non voglio nemmeno pensare alle rovinose conseguenze di un’ipotetica applicazione retroattiva del “bollino”!
La chiave è sempre stata la committenza che ha ‘costretto’ anche gli artisti più ‘irregolari’ a progettare delle opere che seguissero un ‘copione’ preciso. Questo a mio giudizio è l’unico aspetto per il quale sarebbe molto utile tornare al passato. Chi progetta una chiesa o un’opera per una chiesa deve sapere sin dal primo momento che non si tratta di “arte per l’arte”.
Uno strumento molto utile in questo senso, nel corso della storia, è stato il concorso. Proprio l’agone tra gli artisti li spingeva a cercare di trovare la “via impossibile” attraverso la quale conciliare la soddisfazione delle esigenze del committente e la proposizione di un’opera innovativa. Oggi non è che non si facciano i concorsi; solo non si fanno in maniera rigorosa. Sono “concorsi di bellezza” in cui una commissione sceglie il progetto giudicato “più bello”, in base a princìpi per lo più ineffabili. Il ruolo del committente deve invece rappresentare la partecipazione attiva della Chiesa al processo di realizzazione dell’opera d’arte. Progettare una chiesa non significa disegnare un edificio in cui la gente entra, si siede nei banchi e guarda un tizio vestito in modo strano che dice delle cose e fa dei gesti. Una chiesa è uno spazio sacro e uno spazio in cui (passatemi la terminologia) vengono agite delle performances liturgiche dai caratteri molto specifici. Un architetto che vuole progettare una chiesa (ma il discorso vale anche per l’artista e il musicista che propongono opere ad uso liturgico), al di là della natura della sua fede, dovrebbe oggi essere un esperto di liturgia cattolica, perché – su indicazioni precise dei bandi di concorso – dovrebbe essere obbligato a mostrare alla commissione la valenza liturgica dell’opera proposta; con tanto di simulazioni al computer di tutte le attività che in essa si svolgeranno – dalla Messa di Natale alla vecchietta che la mattina presto entra nella chiesa vuota a pregare. Il concorrente dovrebbe essere chiamato a dimostrare come, in ognuno dei casi contemplati, la sua opera svolga la funzione di spazio sacro, inteso come luogo in cui il fedele, partecipando a un rito molto ben definito, entra in contatto col Mistero dell’Incarnazione. In questo modo, sarebbero le ‘agenzie di formazione’ a doversi adattare alle istanze cattoliche, così come come si conformano alle leggi del famigerato “mercato”. Sarebbe l’artista a dover studiare, a sforzarsi di conoscere per filo e per segno le esigenze e la storia del committente.
Chiudo con un rapido cenno all’altro problema fondamentale che l’appello sembra voler risolvere in senso un po’ troppo “reazionario”. Poiché la chiesa è lo spazio ‘per eccellenza’ della liturgia, la crisi dell’architettura sacra riflette anche (ma non solo!) quella della liturgia. È chiaro che se i sacerdoti e i fedeli continueranno a sottovalutare l’importanza della liturgia – agendo la Messa come qualcosa di non troppo diverso da una qualsiasi assemblea di condominio o riunione di lavoro -, allora i “grandi architetti” saranno sempre più legittimati a proporre degli edifici che trasmettano il “loro messaggio”, a prescindere da ciò che si fa al loro interno. Carlo Susa

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A distanza di qualche ora, vorrei precisare meglio il passo un po’ ’sbrigativo’ in cui parlo di “natura anti-cattolica e/o anti-cristiana” di certe espresisoni artistiche. Forse sarebbe stato meglio usare una “a” privativa al posto del prefisso “anti” e parlare di “a-cristiana e a-cattolica”. Il discorso, anche in questo caso, sarebbe assai complesso. Tuttavia giova ricordare come in certi casi si siano progettate chiese e santuari ‘informati’ da simboli massonici o legati a tradizioni religiose non cristiane (e in questo senso il prefisso “anti” calza perfettamente). In altri casi invece si è puntato su simbologie genericamente religiose o “spirituali” (e qui basta la “a” privativa). In altri casi ancora, pur proponendo opere che veicolano messaggi cristiani, si è scelto di evitare il caratteristico gusto cattolico per la sottolineatura della dimensione corporea di Cristo, sacrificandolo sull’altare di un malinteso concetto di ecumenismo.
Credo che il titolare del blog, se volesse, potrebbe compilare una vera e propria “guida” di opere ed edifici sacri che, appartenendo ad una di queste tre ‘tipologie’, si dovrebbero definire “cattolici di nome ma non di fatto”. Carlo Susa

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Molto ricche le argomentazioni di Carlo Susa.
Mi ricordano, per bilanciare un po’, le parole di mons. Cataldo Naro (l’arcivescovo di Monreale scomparso prematuramente nel 2006). Trattando di arte sacra, sosteneva che occorre distinguere fra le epoche della cristianità e quelle della Chiesa. Il discrimine è l’Illuminismo, che ha prodotto una secolarizzazione più o meno violenta della società e ha creato le leggende nere su Medioevo, Inquisizione, ecc.
Quando Naro parla di cristianità intende, senza idealizzare ingenuamente, una società profondamente cristiana, in tutte le sue componenti, fino al Settecento. Con tensioni, incomprensioni, estremismi, ma con un denominatore comune condiviso consapevolmente.
Per questo bisognerebbe riscrivere biografie e monografie su vita e opere degli artisti del passato. Ci siamo infatti abituati a letture sociologiche, rivoluzionarie, pscicanalitiche, di personaggi che invece credevano davvero in ciò che rappresentavano con la loro arte. La storia dell’arte è una disciplina incomprensibile con queste forzature.
Questa è una delle sfide che vale la pena affrontare. Un’altra componente della pars construens.Hakim

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Anch’io ho aderito all’appello, nonostante i suoi limiti già individuati in questo blog, perché sono straconvinto che sia necessario ed urgente mettere almeno un freno all’arte sacra assai brutta.
Non tanto perché anti-cattolica/cristiana o a-cattolica/cristiana, ma perché BRUTTA. E perciò falsa e cattiva.
Non sarà facile avere delle opere BELLE, ma almeno non ne avremo di brutte.
Concordo con quanto scritto da Carlo Susa, il problema è essenzialmente della committenza. Come in altri campi spesso i cristiani, soprattutto i pastori (ahime!) per un insieme di fattori, rincorrono frenetici l’ultima moda, convinti così di risolvere il problema della scissione tra fede e vita, senza accorgersi che con un adeguamento così irriflesso al mondo, nascondono il problema e rendendo la sua soluzione più difficile.
Uno che ha gettato un ponte enorme tra la fede e la vita è stato il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, la cui lezione è capitale per qualsiasi cultore dell’arte cristiana, per gli artisti e per i committenti. Egli recuperò alla teologia cristiana i trascendentali, che sulla scorta del suo maestro Pryzawara identifica nel Bello, nel Buono e nel Vero secondo i quali scrisse la sua opera magna, la Trilogia teologica, una vera e propria cattedrale del pensiero teologico. In particolare bisogna tener conto che scelse come primo trascendentale propria la bellezza. Paolo Gobbini

Fonte Del Visibile

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciò che nasce dal vissuto è autentico, qualsiasi cosa esso manifesti. Erano autentici i primi nomi cristiani inventati dal nulla proprio per manifestare la fede anche nel nome di una persona "Renatus" (Rinato), "Anastasios" (Risorto) e così via. Sono autentici i nomi di chi oggi si dichiara cristiano ma che possono celebrare, invece, una certa superficialità e un'apatia verso il Cristianesimo "Kevin", "Laila", ecc.
Lo stesso si deve dire per l'arte e l'architettura cristiana.
Il manufatto artistico è sempre autentico perché estrinseca l'interiorità di un artista. Se nell'interiorità c'è una cura dei valori cristiani, l'esterno lo dimostrerà. Se nell'interiorità c'è superficialità e apatia verso il Cristianesimo, lo si vedrà pure.
Purtroppo il cammino verso la "profanizzazione" dell'arte "sacra" non appartiene solo a questi ultimi decenni. Apparteneva già all'arte rinascimentale quando, con il puro pretesto della fede, l'artista celebrava la bellezza di una ragazza o la potenza del principe committente di turno. Oggi il cammino di questa profanizzazione si è solo accellerato. Ci troviamo dunque davanti ad un'arte formalmente cristiana ma sostanzialmente ghiacciata e agghiacciante.