sabato 24 ottobre 2009

PCED: Mons. Pozzo commenta il sondaggio DOXA.

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Monsignore, una diffusa interpretazione restrittiva del motu proprio sostiene che il provvedimento papale sia rivolto principalmente, se non esclusivamente, a quei gruppi e istituti che erano già legati alla forma tradizionale, e non abbia invece alcuna funzione di promozione della forma straordinaria. A questo aveva già risposto il card. Castrillòn Hoyos, affermando a Londra, nel giugno 2008, che il Papa vorrebbe il ‘rito gregoriano’ addirittura in tutte le parrocchie. Quale la Sua opinione?


Il Motu Proprio è rivolto a tutti i fedeli cattolici che desiderano la forma straordinaria della Liturgia Romana e non soltanto a coloro che, prima della sua promulgazione, fossero legati all’antica forma del rito romano. Se certamente esso vuol venire incontro a questi ultimi e sanare antiche ferite, scopo del documento è anche quello di consentire la diffusione della forma straordinaria, a beneficio di chi ancora non la conoscesse (poiché troppo giovane per averla praticata), o ritrovasse con gioia la Messa della sua gioventù. La sempre maggior diffusione di questo tesoro liturgico, patrimonio della Chiesa, può portare molti benefici spirituali e vocazionali, anche attraverso il mutuo arricchimento tra le due forme del rito romano.

La lettera del Papa di accompagnamento al motu proprio fa riferimento ad un termine triennale, allorché saranno raccolte le relazioni dei Vescovi per valutare la situazione. Questo può voler dire, come taluni sostengono, che la liberalizzazione del Messale antico disposto dal motu proprio è da intendersi ad experimentum, o che comunque al termine di quella valutazione vi potrebbero essere restrizioni per la forma straordinaria, come per esempio il ritorno ad un regime analogo a quello degli indulti del 1984 o 1988?

La scadenza triennale si riferisce semplicemente ad un bilancio dei primi tre anni di applicazione. Se si verificheranno difficoltà serie, si troveranno rimedi adeguati, sempre tenendo presente lo scopo essenziale del Motu Proprio.


Da molte parti sono segnalati ostacoli frapposti all’applicazione del motu proprio. Anche noi ci siamo passati... Che cosa deve fare un congruo gruppo di laici che si trovi in tali situazioni di difficoltà nell’ottenere una Messa settimanale in forma straordinaria? E quale può essere l’intervento della Commissione Ecclesia Dei?

La risposta è già scritta nel Motu Proprio: rivolgersi al Parroco ed eventualmente cercare un sacerdote disponibile. Ove questo si rivelasse impossibile, occorre rivolgersi al proprio vescovo, il quale è chiamato a cercare un’idonea soluzione. Se nemmeno in questo modo si ottenesse soddisfazione alla richiesta, si scrive alla Commissione Ecclesia Dei, che, peraltro, si relaziona con i vescovi, che sono naturalmente i nostri interlocutori: a loro si chiede una valutazione della situazione, per verificare quali siano le effettive difficoltà e come trovarvi rimedio.
Grazie Monsignore. In effetti già il solo fatto di chiedere una relazione da parte della Sua Commissione può sbloccare molti casi ‘difficili’, anche per la difficoltà di giustificare per iscritto un diniego in assenza di valide ragioni ostative. Come abbiamo visto essere avvenuto in tempi rapidissimi, grazie al Suo intervento, ad Anchorage, in Alaska. Cambiando discorso, ha visto i risultati del sondaggio Doxa commissionato da Paix Liturgique e da noi?

Sì, mi era stato consegnato in anteprima alcuni giorni fa. Sono dati davvero notevoli ed incoraggianti, specie quell’assoluta maggioranza dei cattolici osservanti che, almeno secondo il sondaggio, ritiene del tutto normale la coesistenza nelle parrocchie delle due forme della Messa. Mi consta che una copia del sondaggio sia pervenuta anche al Santo Padre.

Grazie ancora Monsignore e buon lavoro.

Fonte Messainlatino.it

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