mercoledì 7 ottobre 2009

Marche : terra delle armonie

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di Andrea Carradori

In questi giorni i stanno concretizzando, in diverse città delle Marche, le richieste per usufruire della forma liturgica straordinaria della Chiesa in applicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”.

Diversi anni fa una mente creativa coniò, a proposito della Regione Marche, l’appellativo “terra delle armonie” riferendosi all’equilibrio naturale del paesaggio equamente distribuito fra monti, colline, pianura e mare,

L’armoniosità che il Creatore ha affidato al territorio marchigiano ha immesso nell’animo dei marchigiani un senso di pace e di equilibrio che mi ricorda una strofa dell’Inno delle Lodi della Domenica “ Pace fra cielo e terra, pace fra tutti i popoli, pace nei nostri cuori”.

Se i poeti, i musicisti, gli artisti possono descrivere con la loro arte i particolari aspetti dell’anima marchigiana, nessuno meglio dei Santi ne può rivelare compiutamente i valori dello spirito della nostra gente.

I Santi delle Marche hanno perseguito una vita nascosta e riservata dimostrando l’ attaccamento totale alle cose celesti.

I Santi della nostra terra rigettato gli inutili orpelli del mondo abbracciando, con una dedizione assoluta, i fratelli sofferenti che la Santa Provvidenza ha messo nel loro cammino .

I Francescani, che avevano trovato il loro ambiente naturale nelle Marche l’hanno denominata “ La Nazione stellata Picena”.

Difatti ne “ I Fioretti “ di San Francesco al numero 42 si legge “ La Provincia della Marca di Ancona fu anticamente, a modo che il cielo di stelle, adornata di santi ed esemplari frati; i quali a modo dei luminari del cielo, hanno alluminato e adornato l’Ordine di San Francesco e il mondo, con esempli e con dottrina”.

I marchigiani, specie le classi più umili e povere, quindi più vicine a Dio, si distinsero eroicamente nella difesa della Chiesa e della Santa Religione durante l’invasione napoleonica.

Gli avvenimenti risorgimentali, poi, così conditi da retorica anticlericale sono stati recepiti , anche dalle classi più colte ed abbienti, in maniera meno estremista che nel resto della Penisola, anche se il nuovo Regno d’Italia aveva decretato la chiusura di conventi e monasteri antichissimi.

La spiritualità ed il fecondo raggio d’azione nel sociale dei marchigiani, a favore delle categorie sociali più povere, hanno avuto inizio in quell’800 così anticlericale e persecutorio nei confronti della Chiesa e delle sue istituzioni assistenziali.

Le innovazioni seguite al Concilio Vaticano II sono state accolte dai marchigiani con animo pieno di speranza.

Un adeguamento ecclesiale circa le mutate condizioni sociali sembrava doveroso per preservare la fede e per avere un’azione pastorale di contrasto alle nuove mode globalizzanti.

Anche la soppressione di antichissime e fertili Diocesi, per ironia sono state eliminate proprio quelle che nel corso dei secoli avevano donato alla Chiesa un gran numero di Sacerdoti e che si erano distinte nella lotta contro i potentati laici ed antiecclesiali, è stata “obtorto collo” digerita nella prospettiva di una più incisiva pastorale contro la laicizzazione che sembrava imperante.

Nelle Marche era miracolosamente sopravvissuto, fino all’imposizione nel territorio di alcuni noti ed organizzati movimenti religiosi, un bel equilibrio fra “nova et vetera”, che poi Papa Benedetto XVI condenserà nella famosa espressione “ ermeneutica della continuità”.

In questa ottica anche la Santa Messa, nell’espressione romana-antica, si era salvata, senza bisogno di ricorrere a gruppi organizzati, “naturalmente” soprattutto nelle zone montane in occasione delle feste patronali quando il fedeli avevano piacere di avere la Messa Solenne con diacono e suddiacono.

L’applicazione del recente Motu Proprio “Summorum Pontificum” nella regione Marche, destinato a limitati gruppi di fedeli, potrebbe costituire un esempio a livello nazionale.

Prima cosa perché i fedeli sono perfettamente conosciuti e, mi auguro, stimati dai loro pastori; poi perché gli stessi fedeli richiedenti collaborano attivamente con le strutture diocesane e parrocchiali.

Due novelli frequentatori della Messa nel rito romano antico hanno scritto proprio in questi giorni :

“ …. Il rito antico è l'unico modo per vivere autenticamente in una modernità piuttosto dimentica di sé..” ( Una mamma che porta i figlioletti alla Messa domenicale celebrata secondo le prescrizioni del Motu Proprio);

ho assistito alla Santa Messa feriale,, nel rito antico ( parteciperò anche a quella festiva assieme alla mia famiglia) : la bellezza di questo santo rito e la sua aderenza alla Verità sono una vivida sorgente di vita soprannaturale. Mi auguro che tutti i miei fratelli nel Battesimo possano avere l’opportunità che la Provvidenza ha riservato a me ed alla mia Famiglia di conoscere la Santa Messa che i nostri Padri hanno amato e riverito…” (un giovane papà).

Io sono convinto che l’applicazione del Motu Proprio, che si fonda sull’amore per l’unità della Chiesa attorno all’unico ed indivisibile Altare, possa trovare anche una piena e serena applicazione se si seguono i principi della carità vicendevole nel rispetto , democratico, delle idee e delle sensibilità altrui.

Fonte

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ecco un commento che l'autore di questo intervento ha ricevuto :

http://www.oriensforum.com/index.php?topic=1768.msg13317#msg13317