martedì 6 ottobre 2009

La traduzione del Missale Romanum: l'ambiguità di una questione mai risolta.

L'ambiguità fondamentale della traduzione, la snervante incombenza di adattare e rivedere continuamente un patrimonio letterario nel vernacolo più aggiornato e comprensibile. Un cammino che, abbandondo la canonicità universale della lingua latina proposta dalla Chiesa di Roma, si profila un'avventura senza fine.


Traduzione, Tradizione, Tradimento.


Traduzione e adattamento. A proposito del Missale Romanum


di Pietro Sorci

1. Documenti della Santa Sede relativi alle traduzioni liturgiche

Sono molti i documenti che la Sede Apostolica ha pubblicato sin dal 1965 a proposito della traduzione dei testi liturgici nelle lingue volgari. Fra tutti quello fondamentale resta l’istruzione ai Presidenti delle Conferenze episcopali circa le traduzioni dei testi liturgici Comme le prévoit, del 25 gennaio 1969. Esso era stato preparato da una lettera agli stessi presidenti, del 30 giugno 1965 e recepisce integralmente, con qualche aggiustamento e spostamento, lo schema 291 elaborato l’anno precedente dal coetus 32/bis del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia.


L’istruzione “Comme le prévoit” (1969)

Questa fondamentale istruzione, “in forma piana, accessibile a tutti, evitando volutamente un linguaggio strettamente tecnico”, fissa i principi base tuttora in vigore, dopo oltre trent’anni, per le traduzioni liturgiche. Essa si articola in tre parti: principi generali; casi particolari; le commissioni per le traduzioni.

Principi generali. Il testo liturgico è un mezzo di comunicazione orale: con esso i fedeli comunicano tra loro e con Dio. Serve ad annunziare ai fedeli la buona novella e ad esprimere la preghiera della Chiesa. Per raggiungere questo scopo non è sufficiente che la traduzione esprima in una lingua il contenuto letterale e le idee del testo originale, ma deve trasmettere a un popolo determinato, nella sua lingua, ciò che la Chiesa ha voluto comunicare nell’originale a un altro popolo di lingua diversa. La fedeltà della traduzione non si giudica perciò prendendo morfologicamente le singole frasi, ma considerando il contesto esatto di quanto la liturgia comunica. In questa comunicazione quindi non basta considerare ciò che è detto, cioè il contenuto, occorre considerare anche chi parla; a chi parla, ossia i destinatari; come si rivolge la parola, cioè il modo e le forme dell’espressione.

Certamente il contenuto non è separabile dal modo, ma nella traduzione si deve badare anzitutto al contenuto. Il vero senso di un testo si scopre applicando i metodi scientifici di studio dei testi e della forma, ricorrendo, se necessario, alla critica testuale. Ricercando il significato delle parole latine, poi, si deve tenere conto dell’uso storico, culturale, cristiano, liturgico. Ad es., devotio ha un diverso significato nel latino classico, nel latino del secolo VI e in quello del Medioevo; refrigerium non richiama necessariamente qualcosa di refrigerante; grex non richiama necessariamente le pecore. L’unità semantica che permette di cogliere il significato non sempre è costituita dalle singole parole, ma dalla frase intera, per cui un’aderenza troppo analitica alle singole parole potrebbe travisare il senso effettivo del messaggio. È il caso dell’accumulazione delle parole latine: adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque facere digneris, che ha lo scopo di rafforzare il senso epicletico della frase. La traduzione letterale degli aggettivi elencati in certe lingue ne potrebbe attenuare la forza. Molti termini o espressioni si possono capire bene soltanto nel loro contesto storico, sociale e rituale. Così nelle orazioni quaresimali ieiunium non indica solo privazione di cibo, ma può indicare tutta la disciplina quaresimale.

Considerato il contesto liturgico si deve usare una lingua comune, accessibile alla maggioranza dei fedeli che si radunano abitualmente, cosa che non equivale a “volgare”. Né la traduzione dispensa dalla necessaria catechesi. Adoperando termini che nel linguaggio comune hanno un senso religioso si deve verificare che il loro uso corrisponda al significato cristiano che si vuole esprimere. Ciò vale ad es. per termini come sacer, misericordia, mereri, gloria, mysterium. Il documento, in questo contesto, afferma la necessità di formare un vocabolario biblico e liturgico. La cosa si ottiene in via ordinaria attribuendo un significato cristiano a parole del linguaggio ordinario e comune.

Nel lavoro di traduzione sono necessari non di rado degli adattamenti. Spesso la comunicazione migliore è fatta traducendo parola per parola, come nell’acclamazione: Pleni sunt caeli et terra gloria tua. Altre volte le immagini devono essere modificate per garantire il significato genuino, come nell’espressione già citata: locum refrigerii. Infine l’adattamento è necessario quando il concetto contrasta con la sensibilità cristiana del nostro tempo, come nelle espressioni: terrena despicere, ut inimicos sanctae ecclesiae humiliare digneris e nelle allusioni a forme di penitenza non più praticate, perciò va reinterpretato.

Attenzione particolare si deve prestare ai generi letterari: acclamare, proclamare, leggere al popolo, cantare insieme, pregare a solo o coralmente sono generi diversi, che influiscono diversamente sulla forma letteraria. E a proposito di generi letterari, l’istruzione raccomanda di rispettare la struttura formale dell’orazione colletta: invocazione, motivo della richiesta, domanda, conclusione; mentre gli altri elementi formali (cadenze, cursus, armonia del discorso) vanno adeguati alle lingue.

Casi particolari. Quando si tratta dei testi della Sacra Scrittura, il contenuto non può essere staccato dalla forma letteraria, per cui vanno rispettate le caratteristiche oratorie e letterarie dei generi presenti nelle Scritture. Inoltre le traduzioni non devono risultare mai delle perifrasi.

Anche le formule eucologiche e sacramentali (preci consacratorie, anafore, prefazi, esorcismi) vanno tradotte integre et fideliter, senza variazioni, omissioni e inserzioni, poiché presentano un’elaborazione teologica e concettuale studiata nei singoli termini.

Maggiore libertà invece per le orazioni, per la traduzione delle quali sono possibili amplificazioni e attualizzazioni, conservando le idee originali, evitando tuttavia ampollosità ed espressioni superflue.

Per le acclamazioni non basta rendere i concetti: la forma verbale infatti si deve prestare e letterariamente e ritmicamente all’acclamazione.

Per i testi destinati al canto: conservando il significato si deve dare loro una forma verbale adatta al canto, in armonia col tempo liturgico e di immediata comprensione. In caso di difficoltà è possibile anche sostituirli con altri di nuova composizione. Gli inni invece il più delle volte dovranno essere rielaborati secondo le leggi musicali e corali proprie della poesia popolare di ogni lingua.

Le commissioni per le traduzioni. Per quanto riguarda le commissioni incaricate delle traduzioni, devono essere composte di membri competenti in scienza biblica, teologica, pastorale, linguistica, letteraria, musicale. Gli esperti responsabili è bene che siano gli stessi dall’inizio alla fine del lavoro. La conclusione dell’istruzione è veramente interessante: per una liturgia veramente rinnovata non basterà tradurre da altre lingue. Saranno necessarie nuove creazioni. La traduzione dei testi tradizionali della Chiesa, del resto, è un eccellente allenamento e una scuola di preparazione di nuovi testi, perché le nuove formule scaturiscano organicamente da quelle esistenti.


Documenti successivi al 1969

All’istruzione Comme le prévoit seguì, l’anno successivo, l’istruzione In Confirmandis della Congregazione del culto divino (6 febbraio 1970): essa detta le regole perché nell’ambito di una lingua si abbia, per quanto possibile, un’unica traduzione ufficiale per ciò che riguarda le acclamazioni, i dialoghi, le risposte, le parti dell’ordinario della messa, i salmi, gli inni e le preci della liturgia delle ore.

È dello stesso anno la Liturgicae Instaurationes (9 ottobre 1970). Essa insiste perché nelle traduzioni ci si attenga alla normativa dell’istruzione Comme le prévoit. Ribadisce il principio che le traduzioni dei libri liturgici devono essere integrali e che per la loro preparazione è necessario avvalersi delle competenze di teologi, liturgisti e letterati, affinché i testi siano veramente belli, eleganti, armoniosi, piacevoli all’orecchio e tali da toccare il cuore.

La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 25 ottobre 1973 ha pubblicato la dichiarazione Litterae circulares ad praesides conferentiarum episcopalium “Dum toto terrarum” de normis servandis quoad liturgicos libros in vulgus edendos, illorum translatione in linguas hodiernas peracta. In essa viene spiegato che il papa si riserva l’autorità di approvare personalmente le formule sacramentali nelle lingue volgari. La Congregazione si preoccuperà di provvedere direttamente alla traduzione delle formule in inglese, francese, tedesco, olandese, spagnolo, italiano e portoghese, dopo aver consultato le rispettive Conferenze episcopali. Per le altre lingue le formule saranno preparate dalle commissioni liturgiche delle Conferenze episcopali interessate. Le formule, in ogni caso, non solo devono presentare sotto ogni aspetto la retta dottrina teologica, ma devono concordare fedelmente con il testo latino. Le Conferenze episcopali, dopo averle approvate, dovranno presentarle alla Congregazione con la spiegazione dettagliata del significato e della forza di ciascuna parola.

La normativa viene ribadita da una dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede del 25 gennaio 1974: la traduzione delle formule sacramentali deve rendere fedelmente il senso dell’originale latino. Il testo, proposto alla Sede Apostolica, sarà da essa esaminato, approvato e confermato.

Il 5 giugno del 1976 la Congregazione del culto divino inviò un’altra lettera ai Presidenti delle Conferenze episcopali riguardante le lingue volgari da introdurre nella liturgia. La lettera spiega che non si possono ammettere troppi dialetti o lingue particolari (la Papuasia-Nuova Guinea ha chiesto l’approvazione dei testi liturgici in 19 lingue, il Ghana in 24, l’India in 26), sia per non complicare la comunicazione ma anche per non moltiplicare le spese. Le lingue approvate per la liturgia romana erano nel 1984 circa 345, oggi dovrebbero ammontare circa a 400.

Si ribadisce che la traduzione deve essere integrale, comprese le parti ad libitum e i Praenotanda. Nella domanda di conferma del testo approvato dalla Conferenza episcopale, inoltre, devono essere illustrati i criteri della traduzione e le differenze rispetto al testo tipico latino.

Per un ulteriore intervento bisognerà aspettare la lettera apostolica Vicesimus Quintus Annus di Giovanni Paolo II, del 1988, dove si dice che a venticinque anni dalla Sacrosanctum Concilium è tempo ormai che i testi approvati ad interim vengano corretti ove risultino carenti e i libri tradotti parzialmente lo siano integralmente, e si auspica inoltre che siano composti canti da eseguire nelle celebrazioni liturgiche e che i libri siano stampati in modo da godere di stabilità.

Infine il 25 gennaio 1994 la Congregazione per il culto divino pubblicò la quarta istruzione per l’esatta applicazione della costituzione sulla sacra liturgia, la Varietates Legitimae, sull’inculturazione della liturgia romana. Essa spiega che la categoria di “adattamento” risulta ormai insufficiente ad esprimere ciò che la Sacrosanctum Concilium intende ai nn. 37-40, e deve essere sostituita con quella di “inculturazione”. Indica quello che può essere inculturato e come si debba procedere. Ma afferma che nei paesi di antica tradizione cristiana più che di inculturazione si dovrebbe parlare di formazione liturgica. La traduzione comunque costituisce il primo grado dell’inculturazione, che deve giungere alla creazione di nuovi testi e gesti, fatta salva la sostanza del rito romano.

Tutta questa normativa qui riassunta viene ripresa nell’Istruzione generale del Messale Romano, editio typica tertia, soprattutto al capitolo IX relativo agli adattamenti, che è totalmente nuovo.


2. Alcune osservazioni e proposte per la nuova edizione del Messale


Preghiera eucaristica


Prefazio

Tibi gratias agere

La traduzione “ringraziarti” (prefazi Natale 2, Domeniche TO 10, Ordine, santi pastori, comune IV, VIII, IX, preghiera eucaristica della riconc. II) riduce l’azione di grazie a una mera operazione psicologica: meglio “rendere grazie”


Racconto dell’istituzione

Hoc est enim corpus meum, quod pro vobis tradetur. La traduzione italiana recita: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. “Offerto in sacrificio” appare amplificazione indebita del latino quod pro vobis tradetur. Nessuna lingua imita l’italiano:

francese: “Livré pour vous”;

inglese: “Which will be given up for you”;

tedesco: “Der für euch hingegeben wird”;

spagnolo: “Porque esto es mi cuerpo, que será entregado por vosotros”.

Si propone: “Offerto (o meglio, dato) per voi”.

Hic est calix sanguinis mei novi et aeterni testamenti (greco: tes kaines diatekes, cfr. Es 24,8)

La traduzione italiana: “Questo è il calice del mio sangue per la nuova alleanza”, non è fedele al testo biblico e neppure al testo liturgico originale.

Tutte le lingue hanno: “Sangue della nuova alleanza”. Vero è che non suona bene “calice del mio sangue della nuova”. Ma la fedeltà al significato in un testo così fondamentale non può essere sacrificata all’eufonia. Per ovviare a questa difficoltà le altre lingue ripetono due volte “sangue”:

inglese: “This is te cup of my blood, the blood of the new and everlasting covenant”;

francese: “Car ceci est la coupe de mon sang, le sang de l’alliance nuovelle et éternelle”;

tedesco: “Das ist der Kellch des neuen und ewigen Bundes, mein Blut, das für euch und für alle vergissen wird”;

spagnolo: “Porque este es el caliz de mi sangre, sangre de la alianza nueva y eterna”.


Canone Romano

Quam oblationem… benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque facere digneris

Buona la traduzione italiana che esplicita in senso epicletico l’originale latino: “Santifica questa offerta con la potenza della tua benedizione e degnati di accettarla a nostro favore in sacrificio spirituale e perfetto”.

Non si potrebbe forzare ulteriormente il testo: “Santifica questa offerta con la potenza del tuo Spirito”?


Unde et memores… offerimus

La traduzione: “In questo sacrificio… celebriamo il memoriale” non è né fedele all’originale né teologicamente esatta. È caduto inoltre l’unde che collegava l’anamnesi al racconto dell’istituzione e al mandato: “Fate questo in memoria di me”. Ma questo limite, tipico di tutte le anafore in italiano, è un limite insuperabile? La traduzione potrebbe essere: “Celebrando, o Padre, il memoriale delle beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo offriamo alla tua maestà divina”. Oppure: “Perciò, Padre santo, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo, celebriamo il memoriale della beata passione del Cristo tuo Figlio, della sua risurrezione e della sua gloriosa ascensione al cielo e offriamo”.

Interessante, anche se forse un po’ debole, l’inglese: “Noi celebriamo, o Padre, il memoriale del Cristo tuo Figlio. Noi, tuo popolo e tuoi ministri, ricordiamo la sua passione, la sua risurrezione e la sua ascensione nella gloria e tra i molti doni che ci hai dato ti offriamo”.


Supplices te rogamus

“Ti supplichiamo… perché su tutti noi… scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo”. Si potrebbe forzare un poco il senso pneumatologico: “Scenda il tuo Spirito Santo che ci ricolmi di ogni grazia e benedizione del cielo”.


Preghiera eucaristica III

Agnoscens hostiam cuius voluisti immolatione placari… qui corpore et sanguine Filii tuo reficimur.

Il messale italiano traduce: “Guarda… e riconosci nell’offerta della tua Chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione e a noi che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio”. “Nutrirsi del corpo e sangue” è espressione ripugnante per la sensibilità di oggi, così come “vittima immolata”, espressioni che non si trovano in nessuna anafora della tradizione. Perciò le altre lingue cercano di attenuare:

francese: “Regarde le sacrifice de ton Église et deigne y reconnaitre celui de ton Fils qui nous a retabli dans ton alliance; quand nous serons nourris de son corps et de son sang et remplis de l’Esprit Saint…”;

tedesco: “Schau gütig auf die Gaben deiner Kirche. Denn sie stellt dir das Lamm vor Augen, das geopfert wurde und uns nach deinem Willen mit dir versöhnt hat. Stärke uns durch den Leib und das Blut deines Sohnes”;

spagnolo: “Fortalecidos con el cuerpo y sangre de tu Hijo y llenos de su Spiritu Santo formemos un solo cuerpo”.

Si potrebbe correggere l’italiano: “Riconosci nell’offerta della tua Chiesa il sacrificio della nostra redenzione… e a noi che ci nutriamo del pane della vita e del calice della salvezza dona la pienezza dello Spirito Santo”.


Preghiera eucaristica IV

Vere sanctus

“A tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato… e quando per la sua disobbedienza perse la tua amicizia… Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza e per mezzo dei profeti hai insegnato a sperare nella salvezza”. Sembra trattarsi di una storia che non riguarda per nulla l’assemblea presente. L’anafora di san Basilio, da cui la nostra preghiera dipende, ha: “Plasmasti l’uomo, lo onorasti, lo ponesti nel paradiso, ma egli disobbedì, perciò lo esiliasti, nel tuo Cristo disponesti per l’uomo la salvezza… Per le viscere della tua misericordia in molti modi ci visitasti, ci parlasti… Egli ci portò alla conoscenza, purificandoci…”. Si potrebbe attualizzare: “Hai formato l’uomo a tua immagine (oppure: Ci hai formati a tua immagine)… e per mezzo dei profeti ci hai insegnato a sperare nella salvezza”.


Nell’epiclesi

Ugualmente: “Guarda con amore, o Dio, la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa… e a tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno di quest’unico calice diventino (meglio: mangeremo e berremo di quest’unico calice… diventiamo)”. Basilio ha: “E noi tutti quanti comunichiamo all’unico pane e al calice, unisci fra noi…”.


Ordinario della messa

Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”

È un dato acquisito che il senso dell’originale è: Pace agli uomini, amati, oggetto della benevolenza o della filantropia di Dio.

Bizantino: “en anthrópois eudokía”;

tedesco: “Friede auf Erden den Menschen seiner Gnade”;

inglese: “Peace to his people on eart”;

francese: “Paix sur la terre aux hommes qu’il aime”;

spagnolo: “En la tierra paz a los hombres que ama el Señor”.


Orate fratres

È un invito all’orazione sopra le offerte, come il “preghiamo” della colletta e dell’orazione dopo la comunione. La risposta: “Il Signore riceva dalla tue mani…” è lunga, poco eufonica, teologicamente insignificante, attenua la forza dell’orazione sopra le offerte. I francesi l’hanno semplificata: “Pour la gloire de Dieu et le salut du monde”. Non si potrebbe omettere del tutto?


Mistero della fede. Annunciamo la tua morte…

Non sarebbe possibile trovare qualche variante della formula, in maniera da permettere l’aggancio con le diverse acclamazioni previste dal messale: “Ogni volta che mangiamo”; “Tu ci hai redenti”?


Pater noster

È nota l’annosa discussione sull’opportunità di correggere il testo. I francesi, gli inglesi, i tedeschi, gli spagnoli l’hanno corretto, giungendo in parecchi casi a un testo comune con le altre Chiese cristiane, e non è successo nessun terremoto tra i fedeli! Dobbiamo considerare i nostri fedeli sempre e a tal punto bambini da non capire l’importanza della fedeltà alla parola del Signore nella preghiera che egli ci ha lasciato?


Rito della pace: Offerte vobis pacem

Francese: “Frères, dans la charité du Christ, donnez-vous la paix”;

spagnolo: “Daos fraternalmente la paz”;

italiano: “Scambiatevi un segno di pace”, ma non sarebbe meglio: “Datevi la pace”?


Comunione

Agnus Dei… - Beati qui ad caenam Agni vocati sunt. - Ecce agnus Dei qui tollis… - Domine non sum dignus

La sequenza linguisticamente non funziona: l’Agnello, gli invitati alla cena, l’Agnello, la confessione di indegnità.

Inglese: “Lamb of God… - This is Lamb of God… - Happy are… - Lord, I am not worthy…”;

tedesco: “Seht das Lamb Gottes… - Herr, ich bin nicht würdig… - Selig, die zum Hochzeitmahls des Lammes geladen sind”;

spagnolo: “Este es el Cordero de Dios… - Dichosos los llamados a la cena del Señor… - Señor, no soy digno”.

L’italiano: “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello (si è perduto il riferimento alle nozze)… - Ecco l’Agnello… - Signore, io non son degno”, è simile solo al francese: “Heureux les invités… - Voici l’Agneau… - Seigneur, je ne suis pas digne”. Non sarebbe preferibile, come lo spagnolo e soprattutto il tedesco: “Agnello di Dio che togli… - Ecco l’Agnello di Dio… - Signore io non sono degno… - Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’Agnello”?


Per ciò che riguarda i testi del Messale in vigore

I testi eucologici della festa della Presentazione del Signore neanche menzionano Maria, la Vergine Madre offerente; è vero che si tratta di una festa cristologica, ma questa omissione costituisce un apax non certo invidiabile nella tradizione liturgica cristiana. Sarebbe quanto mai opportuno ovviare con sobrietà e discrezione (cfr. Marialis cultus 7).

Per quanto riguarda l’orazione della colletta, dice giustamente l’IGMR 54 che ci si rivolge al Padre per Cristo nello Spirito Santo. Il Messale italiano, tutte le volte che la sintassi lo rendeva possibile, ha mutato il per Dominum nostrum in “Egli (è Dio e) vive e regna”. Il cambiamento appare non soltanto inopportuno, ma teologicamente carente: perché questa paura della mediazione di Cristo?


Per quanto riguarda i nuovi testi

Senza entrare in discussione sulla pertinenza delle nuove collette, che anticipano la tematica delle letture che saranno proclamate e il cui contenuto è ignorato dalla grandissima maggioranza dei fedeli, o se meglio starebbero a conclusione della preghiera universale (cfr. per questo gli studi di Lodi, Bergamini, Cavagnoli e De Zan), si deve dire che accanto ad alcune apprezzabili per ricchezza teologica e linearità di pensiero, altre, volendo sintetizzare il contenuto di tutte e tre le letture – le quali soltanto casualmente hanno unità tematica – risultano contorte, didattiche e lontane dal genere letterario dell’orazione della colletta. Vedi quelle del TO 6A, 8A, 9B, 12C 16A, 20C, 22A, 23C.

Qualche esempio.

22A: «Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce di Cristo nostra speranza. Egli vive e regna». Potrebbe andare bene come una densa omelia!

20C: «O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome». Ma questa non è un’orazione per la colletta, bensì un’intenzione della preghiera universale, e non della migliore specie!

Queste osservazioni non devono scoraggiare la creatività incoraggiata dall’istruzione Comme le prévoit, ma spingere a proseguire per la strada intrapresa, chiarendo meglio i generi letterari ed evitando gli inconvenienti denunziati. Le nuove creazioni fanno desiderare testi alternativi anche per le orazioni sopra le offerte e dopo la comunione, teologicamente più ricchi e vari di quelli esistenti. Forse non è il caso di pensare a testi appropriati ad ogni domenica, ma almeno una serie di testi nuovi cui poter ricorrere. Auspicabile sarebbe anche una serie più varia di embolismi al Padre nostro.


Altre proposte

La domenica: benedizione dei lettori, come nel rito ambrosiano.

È pensabile un Ordo ferialis per la celebrazione dell’eucaristia, come proposto dalla rivista “Worship” negli anni 1984-1985, da Pinkers su “La Maison-Dieu” 192 (1992) e da Chupungco su “Ecclesia Orans” 1993/11-32, in modo da non livellare le celebrazioni domenicali e festive e quelle ordinarie. Le proposte sono discusse da F. Dell’Oro in Aa. Vv., Vincolo di carità, pp. 57-100.

La concelebrazione. Ha scritto J.-B. Molin (Vincolo di carità, p. 18), ma anche R. Taft (Oltre l’oriente e l’occidente, p. 134) e A. Nocent (Scientia liturgica, III, p. 315), che la prassi delle concelebrazioni di massa non corrisponde né all’intenzione di coloro che hanno proposto la concelebrazione, né alla prassi della Chiesa antica, né di quella orientale. Sarebbe possibile disciplinarla, in modo che non scada a coreografia per solennizzare un dato evento?

Fonte

Si ringrazia vivamente L.P. per la cortese segnalazione.

7 commenti:

Don Tiddi ha detto...

Abbia pazienza la redazione, ma non si può mettere un testo vecchio, mi pare del 2001, del buon Pietro Sorci che non poteva chiaramente citare l'istruzione ora vigente, uscita in maggio 2001, cioè LITURGIAM AUTHENTICAM, che tanto dibattito ha suscitato negli anni successivi: si veda per esempio Rivista Liturgica (http://www.rivistaliturgica.it/upload/2005/sommario1.asp).
L'istruzione Comme le prévoit non è più vigente (era una istruzione provvisoria del Consilium, durata anche troppo e mai uscita in latino).
Tutti possono sbagliare, ma controlliamo date e fonti prima di divulgare cose sorpassate e probabilmente già rielaborate dallo stesso autore.
Saluti

Caterina63 ha detto...

Al di la delle questioni tecniche a ragione importanti e sottolineate da don Tiddi qui sopra...
resta palese che ci sono problemi nelle traduzioni come questa che non ho mai digerito:

Nella Messa antica per tre volte si dice:
Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea.

scoprii ben presto che la traduzione in italiano di questa frase: ut intres sub tectum meum non solo non dice la stessa cosa, ma rischia di modificarne proprio il senso quando diciamo in italiano appunto:
O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di' soltanto una parola ed io sarò salvato.

la vera traduzione è: Signore non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di soltanto una parola e l'anima mia sarà salvata....

perchè nella traduzione è stata modificata?

se è vero che possiamo dare lo stesso senso, non è altrettanto scontato che possiamo dare lo stesso significato teologico specialmente se non si è preparati ....il senso che possiamo unire è il soggetto e l'oggetto: Gesù salva l'anima mia perchè non sono degno! il significato, invece, sminuisce, nella trasposizione in italiano, la richiesta a Gesù di quell'entrare SOTTO IL "MIO TETTO" perchè non ne sono degno....e in quell'essere salvato da quella richiesta esplicita "salva l'ANIMA MIA!"

Il problema è che con tutti questi giochi di parole si è tolto AL SACRIFICIO DELLA MESSA il suo senso proprio di Sacrificio, riducendolo esclusivamente ad un banchetto FESTOSO per il quale la Domenica la Comunità si riunisce....ecco allora i battimani, le chitarre, le strombazzate, i sacerdoti attori che scendono dal pulpito agganciando i fedeli con un tolk-show (si dice così?) perchè NON SIAMO PIU' AI PIEDI DEL CALVARIO CON MARIA AI PIEDI DELLA CROCE, MA SIAMO PARTECIPI DI UNA SCENOGRAFIA STORICA che si tenta di rendere viva con le inventive umane attraverso UN FESTOSO BANCHETTO....

Diceva san Padre Pio:
che per partecipare ATTIVAMENTE alla Messa occorre assumere l'atteggiamento di Maria Santissima ai piedi della Croce....

In verità se ci facciamo caso, la stessa Beata Vergine Maria è quasi esclusa dalla Messa....ma questo è un altro tema doloroso e spinoso...

Portodimare ha detto...

Agnus Dei qui tollis...

la traduzione tollis --> togli è corretta ma incompleta e banalizzante.

Aeneas sustulit patrem Anchisen --> Enea si caricò addosso il padre Anchise

Nero sustulit matrem Agrippinam --> Nerone distrusse la madre Agrippina

Tenuto conto quindi dell'oggetto di tollis, cioè "peccata", il significato complessivo in qs caso del verbo tollo pare più complesso e sicuramente affascinante del banale "togli": Agnello di Dio che ti carichi addosso / distruggi i peccati....

Decisamente improponibile nel contesto liturgico

La soluzione?
Naturalmente, NON TRADURRE, lasciare tutto così com'è, spiegare ai fedeli il senso e la profondità della lettera

Anonimo ha detto...

A me pare che nei cambiamenti elencati nel post non si faccia altro che togliere l'idea del SACRIFICIO, o mi sbaglio?
Non sò quale sia la giusta traduzione dei testi latini ma sò che nella messa in latino era ben chiara l'idea di sacrificio.

El Cid ha detto...

All’ottimo don Tiddi.
Il testo è certo di qualche anno fa (altrimenti non si spiegherebbe il silenzio sul “pro multis”), ma le intenzioni, non so ora di don Sorci, ma di un po’ d’altri lo assicuro coincidono.
Vediamo nello specifico.
1. Le nuove “collette”. Perfettamente d’accordo con Sorci; sono verbose e politicamente corrette.
2. Se queste sono le nuove collette è però del tutto inutile teorizzare nuovi testi per “super oblata” e “post communio”, peggiorerebbero solo il tutto.
3. Giustissimo il rilievo sulla mancata traduzione del “per eundem” e sulla deplorevole assenza della mediazione mariana.
4. Ordo ferialis: il punto è che spesso anche la messa domenicale non ha nulla di festivo (a meno che non si vogliano considerare tali i palloncini di Schoenborn); vedere l’articolo sull’incenso di fra A.R. su Cantuale Antonianum.
5. Giustissimo il rilievo sull’errata traduzione di “gratis agere”: il “rendere grazie” è termine tecnico e così va tradotto.
6. Inaccettabili sono invece i rilievi sulla traduzione delle formule dell’Istituzione: qualunque traduzione puramente letterale svilirebbe il tutto; si deve segnalare che in quel contesto il verbo “tradere” significa in primo luogo “consegnarsi in sacrificio” e non “essere tradito” (lo aveva notato mons. Gherardini), sarebbe da correggere dunque la citazione paolina della PE 3°.
7. Del pari inaccettabili sono le traduzioni edulcoranti dell’ “Orate fratres” (di cui senza pudore è proposta pure la soppressione …) e delle preghiere eucaristiche 3° e 4°: l’intento è di sfumare o incrinare la terminologia sacrificale e va respinto e denunciato.
8. Strana l’omissione della giusta traduzione (“prendere su di sé”) del “tollit” dell’Agnus Dei.
9. Buona l’idea dell’esplicitazione del ruolo dello Spirito, strano invece che non si noti che, in PE 3°, l’ “Egli faccia di noi” è relativo proprio allo Spirito: così come ora è tradotto, non si capisce proprio.
C’è da augurarsi dunque che i traduttori ci consegnino una traduzione cattolica e non protestantizzante, come risulta dai precedenti punti 6 e 7.

Anonimo ha detto...

Quanto dovremo aspettare ancora per avere una traduzione italiana che sia effettivamente fedele all'originale latino? In molti, troppi casi, non abbiamo una traduzione ma una variazione sul tema, con risultati penosi.

Anonimo ha detto...

1)Per evitare gli errori di traduzione c'era un sistema: lasciare i testi nella lingua sacra che la Tradizione millenaria e la Sacrosanctum Concilium indicavano come appropriata alle sante celebrazioni.
2)Ha ragione la buona Caterina a proposito del "Domine non sum dignus": l'autore ha rilevato diversi errori più leggeri, tralasciando questo che è madornale perchè stravolge il testo evangelico con un dittaggio di significato diverso; tra "non son degno che tu entri nella mia casa" e "non son degno di partecipare a questa mensa" c'è una bella differenza e dalla mistica assunzione del Corpo di Cristo si passa alla partecipazione a un banchetto!
3) L'"ut inimicos Ecclesiae humiliare digneris" non offende la sensibilità dei moderni, ma semmai quella dei modernisti.
In tutta sincerità, mi pare che questo OTTIMO blog di solito ospiti articoli migliori.