lunedì 26 ottobre 2009

Gagliardi: una prospettiva teologica per la prassi liturgica



di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org) - E’ appena arrivato nelle librerie l'ultimo volume di don Mauro Gagliardi dal titolo “Liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche” (Fede & Cultura).

Si tratta di un libro che ha il pregio di proporre una visione della liturgia principalmente in prospettiva teologica e cerca di rispondere alle domande di fondamento della liturgia indicando una prassi celebrativa più consona ai sacri misteri.

Nella prefazione al libro monsignor Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, ha scritto che “l’autore offre ciò di cui oggi più si avverte l’esigenza: un consistente e al tempo stesso accessibile approccio teologico alla liturgia” anche perchè “il Concilio vaticano II ricorda che l’approccio alla liturgia è innanzitutto di tipo teologico”.

L’Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Clero precisa che “tra gli elementi principali che qualificano il sacerdozio vi è senz’ombra di dubbio il servizio liturgico e, in modo del tutto speciale il ministero dell’altare” per questo motivo “comprendere teologicamente e spiritualmente il senso della liturgia significa pertanto comprendere davvero il proprio sacerdozio”.

“E’ nostra convinzione - conclude monsignor Piacenza - che il presente volume possa realmente contribuire a questa necessaria riscoperta del fatto che il sacerdote è innanzitutto un uomo scelto dal Signore per stare davanti a Lui e per servirlo”.

Don Mauro Gagliardi, nato nel 1975, nel 1999 è stato ordinato presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno, nella quale svolge il ministero di Viceparroco e di Assistente diocesano della FUCI.
Dottore in Teologia (Gregoriana, Roma 2002) ed in Filosofia (L’Orientale, Napoli 2008), dal 2007 è Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma.
Dal 2008 è Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Ha pubblicato diversi volumi, articoli e contributi a miscellanee, sia in Italia che all’estero.

Per cercare di comprendere il rapporto tra teologia e liturgia, ZENIT lo ha intervistato.

Perché un docente di teologia, quale lei è, ha deciso di scrivere un libro sulla liturgia?

Gagliardi: Direi che ci sono diversi motivi, alcuni dei quali sono circostanziali ed altri toccano maggiormente il merito dello studio teologico. Negli ultimi anni, mi sono trovato, per una serie di eventi occasionali, ad approfondire lo studio della liturgia. Inizialmente, i miei studi erano rivolti quasi esclusivamente alla teologia dogmatica, che è il mio campo principale di specializzazione e di insegnamento. Un giorno, durante il mio ultimo anno di dottorato in teologia, mi capitarono tra le mani alcuni libri che mi incuriosirono: essi presentavano il tema della liturgia in un modo diverso da quello cui ero abituato: mi appassionai nella lettura di essi e, in seguito, di altri saggi analoghi. Cominciai così a farmi una cultura liturgica.

Per dirla in breve, l’approccio di quei volumi presentava la liturgia non solo dal punto di vista storico – che pure non veniva trascurato – ma anche da quello teologico. Ciò che non avevo mai conosciuto bene era una teologia della liturgia e, quando questa mi venne incontro, la accolsi con gioia, quasi in modo connaturale. In seguito, ho letto e riletto tante volte l’eccezionale libro del cardinale Ratzinger Introduzione allo spirito della liturgia e gli altri suoi saggi in materia liturgica. Penso di averli letti tutti e ognuno più volte. Nel 2007, pubblicai un libro sull’Eucaristia (Introduzione al Mistero eucaristico. Dottrina – Liturgia – Devozione), nel quale sviluppavo sia l’aspetto dogmatico, che liturgico, che spirituale del grande Sacramento dell’altare.

In effetti, il mio approccio restava teologico-dogmatico, ma ora, grazie ai nuovi studi, potevo vedere meglio il fecondo legame tra dottrina, liturgia e devozione. Il libro uscì tra l’altro quasi contemporaneamente all’Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, che tratta dell’Eucaristia proprio sviluppando queste tre dimensioni. Fu per me una conferma autorevolissima dello studio che avevo fatto per scrivere il libro.

Nel 2008, sono stato poi nominato Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Anche a motivo di ciò, il mio studio in ambito liturgico continua e si approfondisce, anche se deve dividersi il campo con la ricerca nell’ambito dogmatico, che ovviamente deve proseguire.

Esponendo queste circostanze, credo di aver spiegato anche come mai un dogmatico si interessi di liturgia: eventi concreti mi ci hanno portato, ma questi eventi non facevano altro che stimolare in me l’interesse per aspetti non ancora sviluppati e che sono strettamente connessi al dogma stesso. Nel caso specifico del mio ultimo libro (La liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche, Fede e Cultura, Verona 2009), l’occasione mi è stata fornita da un invito a tenere un seminario monografico intensivo, nell’ambito del Corso Internazionale per i Formatori di Seminari: un’importante iniziativa che si tiene ogni estate a Leggiuno, in provincia di Varese, organizzata, ormai da vent’anni, dall’Istituto Sacerdos.

Il corso offre a rettori, professori, padri spirituali e formatori dei seminari di tutto il mondo un programma ampio e molto ben strutturato di formazione e di aggiornamento, sulle tematiche attinenti alla formazione dei futuri sacerdoti. Nel luglio del 2008, parlai per tre giorni della liturgia a questi confratelli sacerdoti, provenienti dai cinque continenti, ed anche a un vescovo orientale che pure partecipava al corso, e mi accorsi del loro grande interesse per il taglio teologico che davo alla mia trattazione. I dati biblici, storici e filologici certamente contano e io cercavo di non farli mancare, assieme all’analisi di casi concreti, ma l’interesse era suscitato soprattutto da una comprensione teologica della liturgia. Dopo questa esperienza positiva, decisi di sistemare bene le mie dispense e ne è nato il libro.


In un mondo che sembra sempre più secolarizzato perché un libro sulla liturgia?

Gagliardi: Direi al contrario che, proprio perché spesso il mondo moderno – almeno il mondo occidentale – ci appare sempre più lontano dalla fede e dalla religione, c’è bisogno di ricordare alcuni punti fermi e, tra questi, certamente c’è il culto divino, o sacra liturgia.
A volte si è pensato che, dinanzi alle sfide della «città secolare», anche il cristianesimo, se vuole essere accettato, debba secolarizzarsi. Non posso ovviamente qui entrare nei dettagli di un tema che è molto ampio, anche se si è esaurito negli stessi anni in cui sorse all’interno della teologia. Per la liturgia vale un discorso simile.

Sembra che in molti casi vi sia stata una tendenza a secolarizzarla, quasi a «de-mitizzarla», a renderla meno divina e più umana, in modo che le persone potessero riconoscervisi maggiormente, stanti la mentalità e la cultura tipiche del nostro tempo. È chiaro che la liturgia si forma e cambia, attraverso i secoli, anche in base all’influsso delle culture. Bisogna però prudentemente verificare quando si tratta di cambiamenti omogenei con la tradizione, e quindi generalmente parlando positivi, e quando no.

Anche in questo caso, è impossibile qui entrare nei dettagli, ma alla Sua domanda rispondo: proprio in un mondo che sembra spesso lontano da Dio, c’è bisogno ancor più di una liturgia davvero divina e sacra.

Non è corretto dire – come spesso si è fatto – che oggi i problemi della Chiesa sarebbero “ben altri”. Il culto che noi dobbiamo dare a Dio pubblicamente, e la corretta forma nel rendere questo culto, sono di importanza capitale per l’uomo di ogni epoca, qualunque siano i problemi che ci si trovi a fronteggiare.

Anzi, a pensarci bene, si fatica ad individuare qualche problema che sia più importante per l’uomo del suo rapporto con Dio, di cui la liturgia sacra è momento apicale.

Quali sono i temi rilevanti analizzati nel libro? Che cosa intende comunicare ai lettori? Quali sono gli obiettivi che pensa di raggiungere?

Gagliardi: Comincio dalle ultime due domande e rispondo semplicemente che ciò che mi propongo, quando studio, insegno o scrivo, è la ricerca personale della verità e la conseguente diffusione di essa. Perciò non mi propongo mai di escogitare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai saputo o detto prima. Cerco di dire in modo chiaro e, quando è possibile, anche in modo nuovo, ciò che la Chiesa ha sempre saputo e che incessantemente continua ad insegnare ed approfondire nello sviluppo della sua vita.

Per quanto riguarda i temi del mio libro, ho trattato, a livello di temi fondamentali e generali, del concetto di liturgia, del ruolo del sacerdote ministro e dei fedeli nella celebrazione, del modo in cui la liturgia è per noi fonte di vita, ossia sorgente della grazia, della santificazione liturgica del tempo e dello spazio, della dinamica teologica dell’Eucaristia, della bellezza liturgica, nonché del rapporto tra liturgia ed etica e liturgia e devozione, concludendo sulla formazione liturgica. Inoltre ho proposto un capitolo con una breve storia della riforma liturgica dal Concilio di Trento ai nostri giorni. Nel libro si trovano anche diversi temi specifici e concreti quali: l’orientamento nella preghiera liturgica, la lingua da utilizzare nella celebrazione, l’atteggiamento migliore per ricevere la Santa Comunione ed altri.


C’è ancora molta polemica sull’esito delle riforma liturgica post-conciliare. Può illustrarci i termini del dibattito e qual è il suo parere in proposito?

Gagliardi: Circa i termini della questione, detto in estrema sintesi: dopo il Vaticano II, una commissione a ciò deputata ha operato per condurre a termine la riforma generale della liturgia, chiesta dal Concilio. I risultati concreti di questa riforma, per ammissione dell’allora cardinale Ratzinger e di tanti altri studiosi, non corrispondono in tutti i concreti dettagli al testo della Sacrosanctum Concilium.

Qui le posizioni divergono: alcuni parlano di tradimento del Concilio e, ancor più, della Chiesa e della sua immemorabile tradizione liturgica e vorrebbero un annullamento completo della riforma, cui faccia seguito una restaurazione della liturgia alla situazione del 1962, se non prima. Altri, al contrario, tendono quasi ad operare una canonizzazione della riforma nel modo in cui è stata condotta e nei suoi risultati e si dimostrano a volte persino aggressivi quando qualcuno avanza l’ipotesi non certo di annullarla, ma anche solo di rivederla e correggerla.

Entrambi gli schieramenti, a mio avviso, sono in errore. E queste prospettive impediscono anche di valutare nel modo giusto alcune importanti decisioni che il Santo Padre ha operato.

Tuttavia esiste una terza via, che è quella giusta, che consiste nel favorire lo sviluppo omogeneo della tradizione liturgica della Chiesa.

Secondo un sondaggio recente, due praticanti su tre andrebbero alla Messa tridentina almeno una volta al mese se l’avessero in parrocchia, ma sembra che diversi Vescovi e parroci non abbiano in simpatia questo rito. È vero? Che cosa ne pensa?

Gagliardi: Ho letto di questo recente sondaggio, condotto dalla Doxa, una nota società che opera nel settore. I risultati dovrebbero quindi, in linea di massima, corrispondere alla situazione reale, per quanto possibile ad un sondaggio.

Dalla pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum, ormai più di due anni fa, molte volte i giornali, le riviste e i siti web hanno riportato notizie di dichiarazioni e/o decisioni di membri del clero, che sembrano andare in una direzione diversa da quella auspicata dal documento pontificio.

In questo senso, si può dire che una parte, che non saprei quantificare, di vescovi e sacerdoti pare non essere entusiasta all’idea di vedere un nuovo diffondersi della celebrazione della Messa secondo l’uso più antico. I motivi di questo atteggiamento possono essere diversi ed è chiaro che non possiamo fare qui un’analisi approfondita e puntuale.

Il mio parere personale è che, se il Santo Padre ha deciso di favorire, attraverso la sua decisione, quelli che desiderano celebrare o partecipare alla forma più antica del rito romano, coloro che non amano particolarmente tale forma – e quindi non desiderano personalmente avvalersi della facoltà concessa – non dovrebbero frapporre ostacoli all’attuazione di una normativa che, essendo stata emanata dalla Suprema Autorità, ha valore per tutta la Chiesa.

Certo, ci possono essere dei casi particolari, in cui gli estimatori del rito di San Pio V avanzano pretese eccessive. Questi casi vanno valutati singolarmente da parte dei vescovi, che restano, nelle loro diocesi, i responsabili principali della vita liturgica (e si ricordi che agli stessi vescovi compete vigilare non solo su questi casi, ma anche sull’attenta osservanza delle norme fissate nei libri liturgici post-conciliari).

Mi pare, tuttavia, che i casi di eccesso da parte degli estimatori del rito più antico siano stati, da due anni a questa parte, meno frequenti di dichiarazioni o azioni volti a scoraggiare la celebrazione di quel rito.

In breve, direi che è essenziale che nessuno anteponga la sua autorità particolare o la sua visione personale alle decisioni del Santo Padre, che è il centro di unità visibile della Chiesa.

Molti fedeli lamentano un impoverimento della attuale prassi celebrativa. Quali sono le cose che lei consiglia di fare per rinnovare e rendere più bella e intensa la liturgia?

Gagliardi: Ce ne sono tante, che espongo nel mio libro e quindi, per rispondere alla Sua domanda, non dovrei far altro che rimandare alla lettura di esso. Tuttavia, posso almeno dire che alla base delle tante cose da fare o da rinnovare – tanto a livello più generale, quanto a livello di dettaglio – credo che ci sia una verità teologico-liturgica attorno alla quale ruota tutto il resto: il protagonista della sacra liturgia non è l’individuo né la comunità – che pure hanno parte rilevante – bensì il Dio trinitario ed il suo Cristo. Tutto sta qui.

Questo è davvero l’essenziale. Ogni accorgimento, ogni disposizione, ogni atteggiamento corporeo e spirituale, ogni oggetto utilizzato nella liturgia deve essere una manifestazione di questo fatto: non celebriamo noi stessi o la nostra comunità. Il nostro culto è rivolto a Dio Padre, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questo culto in spirito e verità ci santifica e ci dischiude la vita eterna.


Fonte © Copyright Zenit

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