sabato 3 ottobre 2009

Augè - De Meo: il confronto sull'orientamento prosegue - 2

Riportiamo dal sito Fides et Forma un'altra puntata dell'interessante confronto apertosi tra padre Matias Augè e don Matteo De Meo.



Caro confratello,

il suo studio mi ha interessato e l’ho fotocopiato per intero. Lo considero prezioso per la “documentazione” offerta. Confesso però che alcune valutazioni, cioè l’interpretazione della documentazione, mi sembrano forzate. Così, ad esempio, quando Lei afferma che l’Institutio Generalis e le diverse edizioni tipiche del Missale Romanum dal poi, “presuppongono un’orientamento comune del sacerdote e del popolo per il momento centrale della liturgia eucaristica”, credo che in qualche modo Lei strumentalizza le rubriche. E’ normale che il Messale indichi quelle parti della celebrazione in cui il sacerdote “deve” rivolgersi al popolo: Lei cita nel Messale del 1970: l’Orate fratres (p. 391, n. 25 [no n.133 come dice Lei]); il Dominus vobiscum del congedo (p. 475, n. 142). Potrebbe aggiungere ancora: il Pax Domini sit sempre vobiscum (p.473, n. 128); l’Ecce Agnus Dei (p. 474, n.133)… Per ché è normale che il Messale in questi casi indichi la posizione del sacerdote? Semplicemente perché il Messale deve presupporre i due modi di celebrare: versus e non versus populum. I casi in cui il Messale indica la posizione del sacerdote si riferiscono alla messa celebrata non versus populum. La sua tesi sarebbe valida se Lei trovasse una rubrica che all’inizio della preghiera eucaristica (e poi alla fine), indicasse la posizione del sacerdote non versus populum. Poi una questione più complessa forse… Se non sbaglio, Lei trova delle contraddizioni in una serie di documenti… Non ha pensato che ci può anche essere una evoluzione della legislazione e quindi interpretarli in modo diverso? Con sincera amicizia!
Matias Augé


Caro confratello,

che le rubriche “presuppongono” un orientamento comune del sacerdote e del popolo è un fatto oggettivo ma non ho mai affermato che le rubriche del messale impongono una celebrazione unica, quella versus Deum (non ho affatto voluto “forzare” e “strumentalizzare” la documentazione in tal senso, come lei afferma). L’intento dell’intero articolo è quello di mettere innanzitutto in evidenza come le due possibilità sono legittime e ritenute tali dalla Chiesa fino all’ultimo pronunciamento in in merito (cf., Congregatio De Culto Divino et Disciplina Sacramentorum, Responsa ad quaestiones de nova Institutione Generali Missalis Romani, in «CCCIC» 32, 2000, pp. 171-172.). Riporto il testo per i nostri lettori:
“È stato chiesto alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti se l’enunciato del n. 299 dell’ Institutio Generalis Missalis Romani costituisca una normativa secondo la quale, durante la liturgia eucaristica, la posizione del sacerdote versus absidem sia da considerarsi esclusa. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, re mature perpensa et habita ratione [dopo matura riflessione e alla luce] dei precedenti liturgici, risponde: Negative et ad mentem . [Negativamente e in accordo con i chiarimenti seguenti].

Innanzitutto si deve aver presente che la parola expedit non costituisce una forma obbligatoria, ma un suggerimento che si riferisce sia alla costruzione dell’altare a pariete seiunctum [staccato dalla parete], sia alla celebrazione versus populum. La clausola ubi possibile sit si riferisce a diversi elementi, come, per esempio, la topografia del luogo, la disponibilità di spazio, l’esistenza di un precedente altare di pregio artistico, la sensibilità della comunità che partecipa alle celebrazioni nella chiesa di cui si tratta, ecc. Si ribadisce che la posizione verso l’assemblea sembra piú conveniente in quanto rende piú facile la comunicazione (cfr. Editoriale di Notitiae 29 [1993] pp. 245-249), senza escludere però l’altra possibilità.

Tuttavia, qualunque sia la posizione del sacerdote celebrante, è chiaro che il Sacrificio Eucaristico è offerto a Dio uno e trino, e che il sacerdote principale, Sommo ed Eterno, è Gesú Cristo, che opera attraverso il ministero del sacerdote che presiede visibilmente quale Suo strumento .

L’assemblea liturgica partecipa nella celebrazione in virtú del sacerdozio comune dei fedeli, che ha bisogno del ministero del sacerdote ordinato per essersi esercitato [potersi esercitare] nella Sinassi Eucaristica. Si deve distinguere la posizione fisica, relativa specialmente alla comunicazione tra i vari membri dell’assemblea e l’orientamento spirituale e interiore di tutti. Sarebbe un grave errore immaginare che l’orientamento principale dell’azione sacrificale sia la comunità. Se il sacerdote celebra versus populum, ciò che è legittimo e spesso consigliabile, il suo atteggiamento spirituale dev’essere sempre versus Deum per Iesum Christum, come rappresentante della Chiesa intera.

Anche la Chiesa, che prende forma concreta nell’assemblea che partecipa, è tutta rivolta versus Deum come primo movimento spirituale. A quanto sembra, la tradizione antica, anche se non unanime, era che il celebrante e la comunità orante fossero rivolti versus orientem, punto dal quale viene la luce, che è Cristo . Non sono rare le antiche chiese, la costruzione delle quali era «orientata» in modo che il sacerdote ed il popolo nell’atto di fare la preghiera pubblica si rivolgessero versus orientem.

Si può pensare che quando ci furono problemi di spazio o di altro genere, l’abside idealmente rappresentava l’oriente. Oggi, l’espressione versus orientem significa spesso versus absidem, e quando si parla di versus populum non si pensa all’occidente, bensì verso la comunità presente.

Nell’antica architettura delle chiese, il posto del Vescovo o del sacerdote celebrante si trovava al centro dell’abside e, seduto, di lì ascoltava la proclamazione delle letture rivolto verso la comunità.
Ora quel posto presidenziale non viene attribuito alla persona umana del Vescovo o del presbitero, né alle sue doti intellettuali e nemmeno alla sua personale santità, ma al suo ruolo di strumento del Pontefice invisibile che è il Signore Gesú.

Quando si tratta di chiese antiche o di gran pregio artistico, occorre, inoltre, tenere conto della legislazione civile al riguardo dei mutamenti o ristrutturazioni. Un altare posticcio può non essere sempre una soluzione dignitosa.

Non bisognerebbe dare eccessiva importanza ad elementi che hanno avuto cambiamenti attraverso i secoli. Ciò che rimarrà sempre è l’evento celebrato nella liturgia: esso è manifestato mediante riti, segni, simboli e parole, che esprimono vari aspetti del mistero, senza tuttavia esaurirlo, perché li trascende. L’irrigidirsi su una posizione e assolutizzarla potrebbe diventare un rifiuto di qualche aspetto della verità che merita rispetto ed accoglienza.(Responso della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, In PONTIFICII CONSILII DE LEGUM TEXTIBUS, Communicationes, vol. XXXII, n. 2, Roma 2000, pp. 171-173, Prot. N° 2036/00/L).

Purtroppo carissimo confratello, la prassi attuale esclude nei fatti la possibilità della celebrazione versus Deum. Le indicazioni pastorali (come la Nota CEI sull’adeguamento delle chiese al Vaticano II del 1996) contribuiscono a diffondere quella mentalità per cui è volontà del Concilio che la celebrazione versus populum sia quella da ritenersi come l’unica possibile. Non mi sembra che il Concilio nè la Congregazione vadano proprio in questa direzione (anche in questo senso abbiamo una vasta letteratura in merito e non sono certo il primo ad evidenziare questo aspetto!).

Il sottoscritto è stato sottoposto a tre fasi di commissione liturgiche diocesane per il solo fatto di aver chiesto la possibilità di eliminare l’altarino posticcio davanti all’antico altare monumentale di una chiesa e di poterlo riutilizzare celebrando semplicemente versus Deum. Figuriamoci se chiedevo la messa di S. Pio V! Mentre non si riunisce nessuna commissione sui numerosi abusi liturgici che frequentemente si verificano nelle nostre diocesi anzi...! Vi risparmio le umiliazioni e le prese di posizione ideologiche e preconcette (queste sì...) con cui ho dovuto fare i conti.

Infine, niente da obbiettare ad una evoluzione ma il punto è vedere in che senso si parla di “evoluzione”. Mai nella storia della chiesa “evoluzione” ha voluto significare “innovazione” o cambiamento o rottura ma caso mai approfondimento del dato di fede nei suoi vari aspetti, e comunque sempre in continuità con la tradizione cosa che non mi sembra così chiara nelle varie attuazioni e legislazioni del post concilio; invece sono molto chiare nei documenti conciliari e dello stesso Pontefice Paolo VI. Per cui precisiamo: il problema non è nè nel Concilio nè nella Riforma liturgica come il Concilio la vuole, ma nella sua attuazione; è su questo che bisogna confrontarsi! Il Pontefice Benedetto XVI continuamente (sin da teologo e da prefetto della congregazione per la dottrina della fede) mette a tema questo aspetto.

L’allora cardinale Ratzinger riprende lo stesso tema richiamando l’atteggiamento a suo parere superficiale con cui da più parti venne accolto l’invito del Concilio Vaticano II a un rinnovamento della liturgia:
“Poté sembrare a molti che la preoccupazione per una forma corretta della liturgia fosse una questione di pura prassi, una ricerca della forma di Messa più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo. Nel frattempo si è visto sempre più chiaramente che nella liturgia si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi. Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Così la questione liturgica ha acquistato oggi un’importanza che prima non potevamo prevedere”(cf., J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, Milano 1997, p. 9.)

In un altro luogo ancora lo stesso concetto viene espresso con drastica concisione:
“Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia” (cf., J. Ratzinger, La mia vita, Milano 1995 p. 112).
In una lettera inviata nel 1981 alla XXXII Settimana Liturgica Nazionale, la Santa Sede faceva presente tra le altre cose:
“Non ci si può nascondere che il genuino orientamento conciliare è stato spesso disatteso, con atteggiamenti dottrinali e pratici in contrasto con i principi e le direttive della riforma liturgica stessa. In alcuni casi si è sottovalutato il pericolo di un progressivo e fatale incrinamento della sacralità della liturgia, indulgendo a forme che alterano il significato e la sostanza; spesso si è trascurato il legame con la tradizione, con il rischio conseguente di tradire gli stessi contenuti dell’azione liturgica: a volte abusando delle possibilità creative offerte dai nuovi riti, si è preteso di imporre ai fedeli esperimenti che nulla hanno a che fare con le esigenze di nobile semplicità ed essenzialità della liturgia della Chiesa. ..” (cf., Atti della XXXII Settimana Liturgica Nazionale, “Liturgia: Spirito e vita”, Genova 1981).

Già nel 1984, a vent'anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II, in un clima di bilancio, sul capitolo "liturgia" e “problema concilio”, fece alcune riflessioni, in diverse sedi, che meritano la dovuta attenzione; un'attenzione prioritaria, anzi, se si vogliono rispettare le precedenze suggerite dal Concilio stesso: infatti, la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium è stato il primo documento discusso e promulgato dall'assise ecumenica. Esso si può forse sintetizzare così: distinzione tra "Concilio-documenti" - atto di Magistero che si inserisce nella Tradizione della Chiesa, a cui è dovuto un "religioso ossequio della volontà e della intelligenza" (Lumen gentium, n. 25) - e "Concilio-fatto storico". Se sul primo il giudizio è sostanzialmente positivo, sul secondo si fa più problematico: "I risultati sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti [ ... ]. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è sviluppato in larga misura proprio sotto il segno di un richiamo al Concilio e ha quindi contribuito a screditarlo per molti. Ecco perché la fede è in crisi”Anche la liturgia postconciliare non sfugge a questa crisi.
"Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, dice la Sacrosanctum Concilium al numero 8. Un confronto tra questa visione ideale e certa prassi liturgica che è sotto gli occhi di tutti è tale da rendere plasticamente la problematicità di una situazione: banalità, sciatteria, depauperamento simbolico ed estetico, clima da happening sono le caratteristiche ricorrenti di un certo modo di fare liturgia. Si tratta di riflettere su questi dati di fatto per ricercarne le cause ..”(cf., “Intervista a cura di Vittorio Messori”, in Jesus, anno VI, n. 11, 11- 11- 1984, p. 70.)

Il problema allora è costituito da una “certa prassi liturgica” che si rivela in tutta la sua ambiguità creando confusione e divisione, e che a soli trenta anni dal Concilio era già ben visibile e sotto gli occhi di tutti; chiese terribilmente trasformate, totale cambiamento di forme e di riti, - ma soprattutto- totale dimenticanza della Tradizione. La liturgia che precedeva la “riforma di Paolo VI”, venne ritenuta sorpassata e da sostituire. Il risultato è che dopo solo pochi decenni dal Vaticano II si è totalmente dimenticato ciò che la Chiesa aveva fatto ininterrottamente per quasi duemila anni (e non come semplice fissità di una forma ma in una autentica e reale evoluzione); una sorta di damnatio memoriae di ogni forma liturgica precedente il Vaticano II. A tal proposito, è doveroso un’ulteriore riferimento ad un interessante saggio su alcuni studi del cardinal. Ratzinger, “La festa della Fede” (cf., J. Ratzinger, La festa della fede, Jaca Book, Milano 1983). Purtroppo la traduzione italiana del volume omette senza darne notizia, come almeno viene fatto per un altro "taglio" a p. 56, un intero capitolo.. Liturgie - wandelbar oder unwanderbar, "Liturgia: mutabile e immutabile?", dove queste riflessioni - assieme a importanti considerazioni sulla cosiddetta "Messa di san Pio V" e sulla riforma liturgica -sono ulteriormente sviluppate- (La festa della fede. Saggi di Teologia liturgica non è un trattato di liturgia, ma contiene elementi importanti di "teologia della liturgia", sapientemente collegati tra loro che offrono interessanti spunti di studio per un approfondimento sulla situazione liturgica attuale. Si tratta, infatti, di una raccolta di studi, dei quali alcuni inediti e altri la cui prima pubblicati va dal 1974 al 1979 “Das Fest des Glaubens. Versuche zur Theologie des Gottesdienstes”, Johannes, Einsiedeln 1981):, la traduzione è privata:
"Va detto ai "tridentini" - osserva l'autore - che la liturgia della Chiesa è viva come la Chiesa stessa, quindi sottoposta ad un processo di maturazione in cui sono possibili inserimenti più o meno importanti. [ ... ] Nello stesso tempo e pur riconoscendo tutti i pregi del nuovo messale, si deve criticamente constatare che è stato edito come se fosse un libro elaborato da esperti, e non la fase di una crescita continua. Cose simili non sono mai successe in questo modo; esse contraddicono il modello dello sviluppo liturgico" (ed. tedesca, p. 77).

Credo che la questione reale sia quella di un confronto sui risultati dell’attuazione della riforma liturgica; sui frutti di quelle fasi ad experimentum, (tra cui la celebrazione versus populum); riconsiderare se la modalità di riforma dei riti, degli stessi spazi per la liturgia (prassi di adeguamento) sia proprio in sintonia con la volontà di revisione del Concilio o se non stia ancora oggi prevalendo una sorta di interpretazione di esso. Le contraddizioni e i contrasti -di cui si fa accenno nel mio articolo- potranno anche essere come lei dice “...una evoluzione della legislazione e quindi interpretarli in modo diverso...” ma non hanno origine né dallo spirito del Concilio, né dai documenti conciliari. Solo alcuni esempi: nella "Costituzione sulla Sacra Liturgia" non si parla di celebrazione verso l'altare o verso il popolo; in tema di lingua si dice che il latino deve essere mantenuto pur dando un più ampio spazio al vernacolo "specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e nei canti" (SL, n. 36, 2). Quanto alla partecipazione dei laici il Concilio ribadisce che la liturgia è essenzialmente cura dell'intero Corpo di Cristo, Capo e membra (SL, n. 7), che essa appartiene "all'intero Corpo mistico della Chiesa" (SL, n. 26) e conseguentemente comporta "una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli" (SL, n. 27). E il testo specifica: "nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia soltanto e tutto ciò che gli compete, secondo la natura del rito e le norme liturgiche" (SL, n. 28); e ancora: "per promuovere la partecipazione attiva si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti, come pure le azioni, i gesti e l'atteggiamento del corpo; si osservi anche, a tempo debito, il sacro silenzio" (SL, n. 30).

Queste sono solo alcune espressioni del Concilio che possono essere oggetto di riflessione per tutti. Purtroppo da parte di “alcuni liturgisti” c'è la tendenza ad una certa interpretazione unilaterale capovolgendo spesso le chiare intenzioni espresse nei documenti conciliari! Faccio solo alcuni esempi, su cui si può serenamente dialogare! Il ruolo del sacerdote è ridotto da alcuni ad una mera funzione. Il fatto che il vero soggetto della liturgia sia il Corpo di Cristo nella sua interezza viene spesso stravolto fino al punto che la comunità locale diviene il soggetto autosufficiente della liturgia e i diversi ruoli vengono distribuiti al suo interno; per non parlare poi dei diversi architetti o esperti di arte sacra che cotruiscono ambienti liturgici informi e soggettivi. C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa (questione sollevata da Ratzinger già da molto tempo; cito solo un testo a cui tutti possono facilmente accedere, ma la letteratura in merito è vastissima : J. Ratzinger, Il Dio vicino, Milano 2003, pp. 55-73.) e una certa desacralizzazione a tutti livelli con il pretesto e la convinzione che solo così tutti possono comprendere tutto. Infine non possiamo non notare una certo soggettivismo delle celebrazioni liturgiche in nome di un certo carattere comunitario che la liturgia “conciliare” deve avere e un certo potere decisionale affidato all'assemblea riguardo alla celebrazione.

Per questo, e per tante altre ragioni, carissimo confratello, è necessario un sincero e oggettivo confronto e dibattito che – come si auspica la Congregazione nel Responsum del 2000, e il Pontefice mette a tema in diverse sedi- ci porti ad una reale attuazione del Concilio in continuità con la tradizione senza brusche e ideologiche rotture con essa e senza nostalgie tradizionaliste. D’altra parte il cattolico non è colui che segue le “proprie pretese visioni”, ma si consegna a quella forma di fede che ci è stata tramandata ininterrottamente nella Chiesa.

D’altronde qualcuno ci insegna che “dai frutti li riconoscerete...”. Basta guardare la realtà e non interpretarla!

In Domino Jesu

Don Matteo De Meo

***

Caro Don Matteo,

[...] Mi meraviglia che Lei non osservi che quanto dico sulle rubriche del Messale non contraddice la sua risposta qui in questo blog.

Ecco le mie parole che Lei gentilmente ha riprodotto: “… perché è normale che il Messale in questi casi indichi la posizione del sacerdote? Semplicemente perché il Messale deve presupporre i due modi di celebrare: versus e non versus populum”. Lei qui ripete più o meno la stessa cosa, che invece non è così chiara nel suo studio quando afferma in modo apodittico che le rubriche del Messale “presuppongono un orientamento comune del sacerdote e del popolo per il momento centrale della liturgia”.

Le sue parole così scritte e nel contesto del suo discorso non affermano che le rubriche presuppongono anche un diverso orientamento del sacerdote.

Per il resto, molte delle cose che Lei dice mi trovano d’accordo. Sono contrario a qualsiasi tipo di imposizione o di sopraffazione, di cui Lei dice è stato oggetto… Anch’io sono per la ricerca della verità e di una liturgia celebrata in modo dignitoso. Per quanto ho capito, Lei è giovane, io non più. Mi creda, la liturgia è stata la mia passione da quando avevo 15 anni. L’ho scoperta soprattutto negli anni ’50, quando studiavo la filosofia, nel bellissimo libro di C. Vagaggini, “Il senso teologico della liturgia” e nella grandiosa opera “Missarum sollemnia” di Jungmann. Credo che una comune passione ci accomuna. Fra dieci giorni sarà in libreria un mio volume (L’Anno liturgico è Cristo stesso presente nella sua Chiesa”), pubblicato dall’Editrice Vaticano. Le invito a leggerlo. Vedrà che sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono.

D’ora in poi, se ha qualcosa da dire, lo può fare anche nel mio blog. Il mio blog non censura mai un qualsiasi intervento.

Matias Augé


3 commenti:

Caterina63 ha detto...

.....su Fides et Forma il dibattito è avanzato...

https://www.blogger.com/comment.g?blogID=7949835961630507324&postID=1266484253944890744&page=1

^__^

Anonimo ha detto...

Ancora ultimament nei suoi messaggi la B.V.M. a Med. dice di guardare la Croce. Come è stato ampiamente dimostrato il versus populum non è mai esistito. Le basiliche romane erano semplicemente orientate.Il versus populum nasce da un equivoco clericale. si è semplicemente voltato l'altare di 360° L' errore antecedente di celebrare la liturg. della Parola e quella Eucar.in unica direzione si è mantenuta nel N.O.M.. Poi non si tiene conto che in tante vite dei santi, proprio perché celebravano il S. Sacrificio della Messa, avevavano momenti di grande commozione, fino alle lacrime, e grazie a Dio x loro la celebrazione era versus absidem!

Anonimo ha detto...

Tanti discorsi servono relativamente a poco. Se provassi a proporre al mio parroco di celebrare la messa all'altare antico, la risposta sicuramente sarebbe: "eh,ma così l'assemblea non partecipa!"
Finchè c'è questa mentalità, non si otterrà nulla.