giovedì 29 ottobre 2009

Angolo sinistro: liturgia preconciliare e politica del latino.

Un articolo con le discutibili opinioni di chi pensa di sapere, le solite affermazioni scontate di chi non riesce a capire, il terrore soffuso dei "passi indietro di papa Benedetto": ecco la lettura politica della riforma benedettiana fatta da un certo cosiddetto "cattolicesimo democratico".


Testa politica.


di Massimo Faggioli


Questa settimana sono iniziati i colloqui dottrinali tra la S. Sede e i lefebvriani, incentrati sull’interpretazione da dare al concilio Vaticano II (1959-1965), mentre la settimana scorsa era stato diffuso un sondaggio che affermava la volontà della maggioranza del campione interpellato di ritornare alla liturgia preconciliare in latino.

Tempi duri per quanti credevano, almeno fino a pochi anni fa, che le acquisizioni teologiche della chiesa conciliare fossero entrate definitivamente a far parte del corpo del cattolicesimo contemporaneo.

Lungi dall’essere una questione puramente teologica e interna alla chiesa, il dibattito sulla liturgia e sul concilio Vaticano II in generale ha un contenuto “politico” (nel senso alto del termine) che i politici e il Partito Democratico in particolare dovrebbero tenere in considerazione. Se i padri del Vaticano II non avevano in mente obbiettivi politici quando dibattevano i documenti che “aggiornavano” la chiesa cattolica, ogni passo indietro compiuto dalla chiesa di Benedetto XVI rispetto alle acquisizioni del concilio lancia anche un messaggio politico.

Il caso della riforma liturgica merita qualche considerazione: non solo perché è il campo nel quale la “riforma della riforma” operata dal concilio sembra essere più avanzata, ma anche perché la riforma liturgica fu la prima delle riforme conciliari, in qualche modo programmatica rispetto al resto del Vaticano II.

In primo luogo, la riforma liturgica esprimeva una volontà di rapprochement, di riavvicinamento: non un puro accomodamento ai tempi moderni, ma un avvicinamento alle diverse dimensioni della vita umana e la promozione di un’effettiva comunione all’interno della chiesa cattolica. La struttura dialogica della messa conciliare esprimeva la fondamentale unità della chiesa come popolo di Dio e l’abbandono di una concezione di chiesa tipica della christianitas medievale.

In secondo luogo, la riforma liturgica annunciava il fine ecumenico del concilio, il desiderio di unità con le altre chiese cristiane, espresso in modo chiaro fin dall’incipit della costituzione di riforma della liturgia.

In terzo luogo, una profonda rivalutazione del contenuto teologico del rapporto tra chiesa ed ebrei, anche a partire da una riforma liturgica che desse spazio alla lettura dell’Antico Testamento come fondamento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Infine, la riforma liturgica era l’anima di una chiesa che si vedeva immersa nella storia e non giudice al di sopra di essa: la nuova liturgia era anche lo “stile” di una chiesa convinta che la nuova concezione di chiesa fosse necessaria anche per una nuova concezione dei rapporti tra cattolicesimo e mondo moderno.

Il dibattito sulla liturgia conciliare e sul concilio Vaticano II in generale lancia dei messaggi politici al mondo contemporaneo. È evidente che i mutamenti epocali del Vaticano II non hanno una ripercussione che è solo ed esclusivamente interna alla chiesa. In realtà essi hanno un effetto diretto anche sulla contemporaneità della chiesa: tanto sul giudizio politico-culturale quanto sulla sostanza dell’essere della chiesa nel mondo contemporaneo. Tutti questi elementi appartengono alle discontinuità culturali del Vaticano II, coincidono con quanto è rigettato dalla cultura dell’anticoncilio dello scisma lefebvriano, e corrispondono al “nucleo costituzionale” del Vaticano II.

Ora, riconoscere il rapporto tra l’interpretazione del Vaticano II e la “politica” dei suoi interpreti (interpreti politici, che sono sia ecclesiastici sia laici) significa prima di tutto riconoscere l’impossibilità di tornare indietro rispetto ad alcuni elementi essenziali di quella cultura politico-costituzionale del Vaticano II. Ciò non significa ripresentare una nuova “età costantiniana”, né abbandonarsi alle sirene della “religione civile”. Né si tratta di rovesciare il Diktum del giurista tedesco Böckenförde, arrivando cioè a descrivere una chiesa che vive di presupposti giuridici costituzionali che non è in grado di garantire. Né si tratta di inseguire una priorità temporale – tra cristianesimo e cultura politica occidentale - nell’acquisizione di alcuni principi “giuridici” fondamentali; né, tantomeno, di consegnare il cristianesimo in dote ai cantori del neo-conservatorismo liberista. Si tratta piuttosto di accorgersi di come funziona oggi il rapporto tra cattolicesimo e società contemporanea attorno e grazie al concilio, e specialmente attorno al suo “nucleo costituzionale” di discontinuità, e di come questo rapporto sia uno spettatore influente nel dibattito attuale sull’interpretazione del Vaticano II. Per questo il dibattito teologico sul concilio Vaticano II nella chiesa di Benedetto XVI tocca direttamente il cattolicesimo democratico e la sua cultura come parte importante e non residuale dello scenario politico.

Fonte © Copyright Europa, 26 ottobre 2009. Si ringrazia Papa Ratzinger Blog.

17 commenti:

Caterina63 ha detto...

Al sig. Faggioli è necessario chiarire cosa significhi o cosa si voglia dire tornare indietro...

Benedetto XVI di fatto sta TAGLIANDO i molti abusi compiuti da dopo il Concilio, per alcuni questo è un tornare indietro perchè attribuiscono, erroneamente, le loro innovazioni liturgiche al Concilio...^__^
in verità è un ritornare proprio al vero Concilio nel quale non è mai stato chiesto di trasformare la Messa in un banchetto danzante...nè venne chiesto l'abolizione della Messa di sempre...^__^

Si tratta sempre di un RITORNARE ma dipende appunto da cosa questi signori, compreso il Faggioli, intendono...
anche il Figliol prodigo ritornò indietro SUI SUOI PASSI...

Dice ancora il Faggioli:

In secondo luogo, la riforma liturgica annunciava il fine ecumenico del concilio, il desiderio di unità con le altre chiese cristiane, espresso in modo chiaro fin dall’incipit della costituzione di riforma della liturgia.

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questa è una bufala enorme, non almeno in questi termini...
la risposta la da magistralmente Giovanni Paolo II nella Ecclesia de Eucharestia...

Altro errore di fondo è questo incastrare LA LITURGIA nel dibattito POLITICO dei cattolici "democratici" (? e che vuol dire? adulti?)...la Liturgia è una cosa, il dibattito politico è ben altra cosa...
è invece fuori dubbio che avendo rimosso la sacralità liturgica il discorso politico ha preso il sopravvento nella vita della Chiesa assumendo un sorta di Clero politicizzato anzichè CONSACRATO...

Se per cattolicesimo democratico dobbiamo intendere un messaggio questo non può che essere che Protestante quando Lutero laicizzando la sua visione di Chiesa diede origine al CRISTIANESIMO LIBERALE...

Non a caso disse Benedetto XV queste parole:

«Questa è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo»(28); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicesimo; a ciascuno basti dire così: «Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome»; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina.

"AD BEATISSIMI APOSTOLORUM" di Papa Benedetto XV
www.vatican.va/holy_father/benedict_xv/encyclicals/documents/hf_ben-xv_enc_01111914_ad-beatissimi-apostolorum...


Ha ragione il cardinale Biffi dal suo libro Memorie di un cardinale italiano: fu un errore che il Concilio non condannò ufficialmente il comunismo...

***
è infatti da questo comunismo italiano che sorsero i cattolici di sinistra ieri comunisti, oggi democratici: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio...

Anonimo ha detto...

Il solito sociologismo d'accatto che produce cinofallismo!
Su un punto bisogna riflettere. L'ecumenismo è spirituale e non sociologico/giuridico. Non ci può essere un legalismo religioso. Si scadrebbe nel peggior fariseismo. La Liturgia è il terreno dell'ecumene. Ma la liturgia non può non essere sacrificale ed umilmente vicina a Cristo. Per essere vicini a Cristo ci vuole Silenzio ed ascolto in una parola ubbidienza. Quell'ubbidienza che fonda la carità/amore che porta alla correzione fraterna. Quella Carità che è stata esercitata sommamente da Benedetto XVI a Ratisbona. Il fratello si corregge! Ma il cattolico democratico ( già questo è riduzionismo. Cattolico è sostantivo non aggettivo) sceglie il terreno del legalismo sociologico portando di fatto la Chiesa fuori dal silenzio e dall'ascolto per immetterla nel fratuono non-verbale del mondo.
Matteo Dellanoce

Anonimo ha detto...

I cattolici democratici....... immagine di una liturgia fatiscente e come per l'ideologia comunista , imposero scelte e riforme liturgiche mai nella mente dei padri conciliari...... forse nella mente di lercaro, baggio e Bugnini con Dossetti.

mic ha detto...

sceglie il terreno del legalismo sociologico portando di fatto la Chiesa fuori dal silenzio e dall'ascolto per immetterla nel frastuono non-verbale del mondo.

vero, Matteo! "non-verbale", proprio nel senso: da cui è assente il Verbo... non a caso si parla tanto di solidarietà e si è espunto il Sacrificio di Cristo. Si propugna quindi un umanitarismo avulso dall'Incarnazione (e quindi anche dall'intera Opera di Redenzione del Signore) e nessuno capisce più qual è la differenza, che è nell'ordine ontologico, tra "solidarietà" e "dono di sé in Cristo"

Anonimo ha detto...

...discorsi che possono riempire la bocca e le orecchie di molti, ma oramai sono puzzolenti di muffa e di stantìo.
Mi limito a un'osservazione, dato che condivido tutte quelle sopra esposte (molto divertente fra l'altro l'espressione di cinofallismo che ben si addice al tenore dell'articolo commentato):
l'ecumenismo, quello vero, l'unità, unica possibile, è stata recente conquista non certo delle "aperture" vaticanosecondine quanto della Tradizione e della cristianità (anche medievale).
Per il resto queste meraviglie postconciliari che l'Autore duole di vedere in pericolo, io non riesco proprio a vederle, a meno che non si rovesci la bottiglia: chiamando le disgrazie benedizioni....
AndreasHofer

Caterina63 ha detto...

STUPENDA RIFLESSIONE di padre Giovanni Scalese dal suo blog Senza Peli sulla lingua, che vi invito a meditare....

http://querculanus.blogspot.com/2009/10/ecumenismo-ideologico.html

^__^

Imerio ha detto...

Nella proposizione finale di questo articolo, a mio avviso, viene esposta l'effettiva ragione dell'intero scritto: il desiderio di preservare la legittimità di una lettura esegetica di "discontinuità" del Vaticano II, al fine di poter offrire una giustificazione morale ad un "cattolicesimo democratico" il quale, sulla falsa riga del cosiddetto "umanesimo integrale" di Maritain, ha rigettato la Dottrina sociale della Chiesa, in favore della considerazione delle istanze del comunismo come "inveramento del messaggio cristiano" (cfr. anche Amerio, Stat Veritas, Torino, 2009, p. 97).

In una tale ottica secolarizzata, ovviamente, tutto quanto possa presentare una qualche attinenza con un piano trascendentale non viene tenuto in alcuna considerazione, ma ciò non dovrebbe giungere certo a stupirci, giacché l'intrinseca essenza del "cattolicesimo adulto" è proprio questa .

Cordialmente.

Anonimo ha detto...

Premetto francamente di non conoscere Massimo Faggioli, per cui mi scuso in anticipo se non faccio precedere il suo nome dal titolo (premessa indispensabile di fronte a tipi come lui: ne sanno sempre una in più di te e addirittura del papa). Mi sento obbligato a fare una tale premessa perchè stare di fronte ad uno che scrive quanto segue c'è da rimanere davvero sconcertati:"Se i padri del Vaticano II non avevano in mente obbiettivi politici quando dibattevano i documenti che “aggiornavano” la chiesa cattolica, ogni passo indietro compiuto dalla chiesa di Benedetto XVI rispetto alle acquisizioni del concilio lancia anche un messaggio politico". Mi sembra il ritornello che la polizia ripete davanti al delinquente appena acciuffato: "ogni cosa che dirai potrà essere usata contro di te".
Per la verità è un bene che tali persone escano allo scoperto perchè in tal caso uno che si trova di fronte untipo come il Faggioli dice: bè è uno che vota partito democratico e quindi il suo punto di vista non mi obbliga più di tatnto come cattolico, lasciandomi nella più totale libertà. Ma non si può pretendere che dietro la formula "cattolicesimo decocratico" uno possa pretendere di rappresentare il Cattolicesimo. daltronde già in passato Papa Paolo VI, all'indomani del concilio aveva espresso non poche perplessità sulle conseguenze di un certo tipo di interpretazione del concilio denominato "spirito del concilio". Il pontefice ipotizzava che seppur i cossiddetti adulti nella fede fossero diventati la maggiorparte "non avrebbero mai espresso l'autentico pensiero della chiesa". In fondo chi ha un pò di dimestichezza con l'esperienza della fede nella storia sa che Dio non guarda alle masse ma sempre ad un "resto" che gli sia fedele. L'augurio che faccio a Massimo Faggioli e mi faccio, è che il buon Dio possa trovarci fedeli fino alla fine. Non a caso, cito a senso, in quello stesso discorso Paolo VI concludeva con una frase di Gesù: "ma quando il figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora la fede?".
è questa la vera premura di Bendetto XVI, così come di ogni autentico cristiano, altre interpretazioni sono solo politica in vista di elezioni

Daniele ha detto...

La cosa interessante è che l'articolo critica una tendenza, anzi una serie di tendenze, ma non propone alcuna concreta soluzione alternativa. Tutto si risolve in un non meglio precisato "nodo di discontibuità" che si troverebbe al fondo del Concilio Vaticano II. In che cosa consista tale nodo e quali implicazioni a livello pratico abbia, rimane un mistero. È l'eterno dilemma nel quale si dibattono i cattolici progressisti: conciliare il mantenimento di un'identità con l'adeguamento sostanziale alle istanze del mondo moderno. Che è come dire la quadratura del cerchio.

Luca B. ha detto...

UN CARDINALE SPIEGA LA FORZA DELLA CHIESA CONCILIARE: LA GRAZIA ABITA ANCHE NELLA COCA-COLA E NEI PANINI:
“Proprio qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. Lei l’avevo incontrata l’anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perché non aveva i soldi per far venire i padrini da lontano, o per pagare la festa, perché doveva sempre lavorare… Le ho proposto di vederci, per parlare di questa cosa. Ci siamo sentiti per telefono, è venuta a trovarmi, mi diceva che non riusciva mai a trovare tutti i padrini e a radunarli insieme… Alla fine le ho detto: facciamo tutto con due padrini soli, in rappresentanza degli altri. Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un piccolo rinfresco. Una coca cola e dei panini. Lei mi ha detto: padre, non posso crederlo, lei mi fa sentire importante… Le ho risposto: ma signora, che c’entro io?, è Gesù che a lei la fa importante.” (monsignor Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires).

Questo vero e proprio fatto di Vangelo accade mentre in Vaticano si baloccano con capitali questioni teologiche come comunione in ginocchio, sulla lingua e messa in latino stile “lusparpè lucciattè” (come la mia cara nonna pronunciava il latino del “Requiem aeternam”).

Sognino i lefebvriani, sognino pure. Indietro non si torna.

mic ha detto...

infatti non si torna indietro, si torna alle origini, quelle vere!

Cosa c'entra la carità lodevole del vescovo con le questioni teologiche. Credete che quel vescovo non faccia teologia o che i teologi non abbiano carità e siano solo immersi nelle loro diquisizioni?
La teologia è per vivere, non vivere per la teologia

Daniele ha detto...

Considerare frutto della Chiesa conciliare un episodio che prima del Concilio era all'ordine del giorno significa avvicinarsi pericolosamente alla schizofrenia.

Luca B. ha detto...

Mons. Bergoglio racconta un fatto molto interessante, secondo me. Interessante perché spiega meglio di tanta dottrina come funzionano i sacramenti.

Se essi sono i segni tangibili della Grazia, ebbene la Grazia in quel di Buenos Aires ha ritenuto sufficiente abitare in una coca-cola, dei panini e nella relazione tra un pastore la sua pecorella ed il loro Messia. E sono abbastanza certo che lì, in quel momento, di Grazia ce ne fosse a profusione.

Di quella Chiesa Universale io sono gioioso di fare parte. Delle chiese delle trine e del latinorum non saprei.

Cordialità,

http://www.30giorni.it/it/articolo_stampa.asp?id=21468

bedwere ha detto...

Quanta confusione hai in testa, Luca B.! Sacramenti e sacramentali per te sono un tutt'uno, a quanto pare. Ma ancora piu` di confusione, hai una gran spocchia.

Luca B. ha detto...

UN GESUITA COL VISTO PAPALE CI PORTA TRA GLI SBADIGLI ED I GESTI A MACCHINETTA DI UNA MESSA TRIDENTINA:
“Immaginiamo di entrare, durante la celebrazione della messa, in una chiesa, non importa se di città o di campagna, in una domenica qualunque, poniamo, a metà degli anni Cinquanta, o Quaranta, o anche Trenta. Notiamo subito che i fedeli hanno preso posto tutti nella navata, che una barriera, spesso munita di cancelli quasi sempre chiusi, separa dallo spazio riservato al sacerdote. Oltre quella barriera, denominata “balaustra”, nell’area che chiamano “presbiterio”, durante i riti i laici non possono andare, soprattutto le donne. Fanno eccezione gli appartenenti a quel clero in miniatura che sono i chierichetti.
I fedeli risultano rigorosamente divisi in gruppi, per età e per sesso. Ognuno di questi, rispettando una prassi collaudata, si vede assegnato un settore preciso. Nei primi banchi si notano i più piccoli: da una parte i bambini, dall’altra le bambine. Alle loro spalle stanno i più grandi: ragazzi di qua e ragazze di là. Più indietro prendono posto le donne, numerose. Tutti restano quasi sempre in ginocchio; si siedono soltanto per ascoltare la predica. Pure la comunione, distribuita alla balaustra sia prima sia dopo la messa — sia, ma non sempre, durante la messa —, è ricevuta in ginocchio.
“E gli uomini, dove sono gli uomini?”, ci domandiamo. Alziamo lo sguardo e li vediamo in fondo alla chiesa, appoggiati alla porta o come incollati alle pareti. Gli uomini infatti sono abituati a scrutare l’altare da lontano. La sede del celebrante non la vedono neppure, perché nessuno ha mai detto loro che è importante; e poi, anche se c’è, di fatto il sacerdote non vi si siede mai. Comunque gli uomini non sono numerosi. Li abbiamo visti entrare alla spicciolata, perlopiù in ritardo. Sono là, sul limitare della loro chiesa, un po’ annoiati, in piedi, pronti a uscire, pronti a ubbidire al sacerdote non appena avrà detto Ite, missa est. Ite vuol dire “Andate”: questo latino lo capiscono bene.
II sacerdote, davanti all’altare, volgendo le spalle ai fedeli, “dice” messa, in latino, perlopiù con un tono di voce così sommesso che non giunge neppure agli orecchi del chierichetto di turno, inginocchiato a poca distanza. I gesti del celebrante sono calcolati, misurati. Quando dice Dominus vobiscum, allarga le braccia e subito le richiude; quando benedice, a volte sembra che fenda l’aria, con la mano di taglio e con angolazioni da goniometro.
La messa è governata da una normativa precisa, che ogni sacerdote conosce a perfezione. Tutti celebrano allo stesso modo. Non c’è spazio per qualche adattamento. I sacerdoti neppure si sognano di poter apportare una modifica sia pur minima a quanto è stabilito. Si sono formati tutti sugli stessi manuali di rubriche, quelli cioè che contengono le regole della celebrazione. Nessuno ha studiato liturgia, perché la liturgia non è una scienza. Ai futuri sacerdoti si ripete che la liturgia è un’arte pratica, da imparare bene da qualcuno che la sa, per poi fare esattamente come fa lui. Infatti i chierici dell’ultimo anno, nei quindici giorni che precedono l’ordinazione sacerdotale, seguono un piccolo apprendistato, che alcuni chiamano corso di liturgia, nel quale imparano appunto a “dire” messa. Il sacerdote che stiamo osservando è talmente abituato a fare, che fa tutto lui: legge le letture, ovviamente in latino, spesso limitandosi a muovere le labbra; canta con voce sicura, perché le melodie le conosce bene; poi traccia tanti segni di croce. […]

(articolo di padre Giraudo, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, su La Civiltà Cattolica, quaderno 3684/2003; Civiltà Cattolica è, lo ricordo, l’unica pubblicazione ad essere vistata dalla Santa Sede.)

bedwere ha detto...

Visto papale? Giovanni Paolo II, pur non essendo tradizionalista, aveva molto piu` rispetto di te e di certi falsi discepoli di s. Ignazio per la Messa di sempre e le sue "magnifiche preghiere".

Anonimo ha detto...

Magnifiche preghiere? Ma non stava scritto --Non chiunque mi dice: "Signore, Signore" .... --??