giovedì 24 settembre 2009

Latino derelitto in Vaticano.

Con grande ritardo è uscita l'enciclica Caritas in veritate, la versione nella lingua della Chiesa. Sempre più rari i preti che lo conoscono perfettamente



di Marco Bertoncini


Soltanto la settimana scorsa la S. Sede ha reso pubblico il testo ufficiale latino dell'ultima l'enciclica papale, Caritas in veritate. Il documento apparve con la data della festa dei santi Pietro e Paolo, ma esclusivamente nella versione italiana e in altre traduzioni in lingue volgari.

Quando era imminente, a metà giugno, l'uscita dell'annunciata enciclica sociale, attesa ormai da anni e più volte rinviata, si sostenne che a rallentarne l'apparizione era la necessità di tradurla in latino. Sarà opportuno chiarire, per quanti non siano addentro agli usi della Curia romana, che di solito i documenti pontifici sono predisposti da collaboratori curiali ovvero da incaricati esterni del Papa, i quali scrivono usando normalmente la propria lingua materna. Però il testo ufficiale, l'unico cui far riferimento, è quello latino.

La versione latina arriva di solito dopo la stesura nella lingua originale, che comunemente oggi è l'italiano; ma l'attuale pontefice il suo diffusissimo libro Gesù di Nazaret lo stende in tedesco, tanto che polemiche a suo tempo sollevate contro certe affermazioni di Ratzinger si sono rivelate fuori luogo perché fondate non sul testo originale, bensì per una traduzione errata.

In ogni modo il Gesù è un testo che appartiene a Joseph Ratzinger, scritto da lui come dottore privato, non a papa Benedetto XVI. L'enciclica Caritas in veritate, invece, è un documento ufficiale del pontefice: quindi, l'unico testo che fa fede e cui occorre far riferimento è quello latino. Non solo: la firma apposta dal papa lo rende unico autore del documento, e soltanto fra decenni gli ar-chivi vaticani ci diranno quanto gli appartenga e quanto, invece, sia stato scritto da altri.

A una superficiale analisi, diremmo che troppe siano state le mani e che il risultato finale contenga un po' tutto e il contrario di tutto, tanto che ciascun commentatore, di qualsivoglia orientamento, ha potuto pescare fra le tante, le eccessive, pagine, del documento per ricavarvi una posizione, una frase, una testimonianza da condividere.

Oggi si può, alla fine, compulsare il testo latino, sul siti internet della S. Sede. Va rilevato che questo sito (www.vatican.va) si presenta in molteplici edizioni, anche se con diversa dose di testi offerti alla consultazione: tedesca, inglese, cinese, italiana, francese, portoghese, spagnola e pure latina. In quest'ultimo settore sono presentati Documenta latina dei pontefici, testi biblici, conciliari, curiali, il catechismo e infine il Codice di diritto canonico (ma non quello dei Canoni delle chiese orientali). In latino, con i testi riprodotti nella lingua in cui vennero pronunciati, è la Gazzetta Ufficiale della S. Sede, ossia il mensile Acta Apostolicae Sedis (mentre in italiano è il relativo Supplemento Leggi Scv, che riporta i provvedimenti che interessano la Città del Vaticano in quanto Stato sovrano).

Il ritardo nella divulgazione del testo ufficiale non torna ad onore degli uffici vaticani. Aveva a suo tempo notato don Enzo Mazzi: «Le lingue volgari hanno avuto la meglio nella pubblicazione ufficiale della nuova enciclica di Benedetto XVI. La lingua imperiale può aspettare. Non era questa l'intenzione iniziale. (_) Devono essere state le tante critiche giunte da ogni parte del mondo a far cambiare idea al Papa e ai suoi consiglieri. La scelta di privilegiare le lingue vive è specialmente per noi gente della strada di buon auspicio».

Il populismo di queste affermazioni trova riscontro nell'indicazione dell'autore come appartenente alla “Comunità l'Isolotto”, sigla storica del dissenso cattolico che non pochi apostroferebbero come cattocomunismo, e nella sede in cui il pezzo è apparso, cioè l'Unità. Tuttavia don Mazzi ha ragione, dalla sua visuale, a gongolare: la Santa Sede si è dimostrata incapace di produrre tempestivamente il testo ufficiale dell'enciclica, ha insomma confermato la paurosa voragine in cui la conoscenza del latino è precipitata oltretevere. Tanto per chiarire: Giovanni XXIII emanò nel 1962 la costituzione apostolica Veterum sapientia, che era un peana alla lingua universale ed immutabile, tesoro incomparabile e chiave della tradizione della chiesa cattolica. Contrariamente a quello che si crede, il con-cilio Vaticano II si limitò a introdurre le lingue volgari accanto a quella latina, prescrivendo fra l'altro lo studio del latino nei seminari.

Ha dell'incredibile riflettere sulla dicotomia creatasi negli anni Sessanta fra i provvedimenti ufficiali della Chiesa e la concreta realtà, che emarginò sempre più la conoscenza del latino come lingua di specialisti. Paolo Vi cercò di mettere un argine, istituendo la specifica fondazione Latinitas, che fra l'altro procura di indicare come volgere in latino parole odierne. Sarà opportuno ricordare che l'intero concilio si svolse in latino: unici a protestare furono alcuni padri conciliari di chiese orientali, ai quali la lingua latina era estranea. Sarà altrettanto opportuno rimarcare che fino al concilio nelle università pontificie molte lezioni venivano svolte in latino.

Il disastro postconciliare ha ridotto l'uso del latino, ne ha limitato fortemente la stessa conoscenza, ha reso perfino difficile trovare persone che sappiano scrivere in corretto latino, com'è dimostrato dall'increscioso ritardo col quale l'ultima enciclica è apparsa. Una conferma viene dai cosiddetti circuli minores dei sinodi: la suddivisione in gruppi linguistici ha visto la progressiva riduzione e sparizione finale del circolo latino a favore degli altri, indicati come Anglicus (tre), Gallicus (tre), Germanicus (uno), Hispanicus (tre) e Italicus (due), nell'ultimo sinodo.

Giovanni Paolo II, nel constatare che in un'assemblea si era costituito un solo circolo latino (come s'è detto, sparito nelle successive assemblee), si lasciò scappare un'esclamazione: «Paupera lingua latina!» povera lingua latina. Un attento collaboratore della rivista Latinitas, pubblicata in latino dalla prima all'ultima riga (compresa la pubblicità delle Feriae Latinae) rilevò, sommessamente, che forse sarebbe stato più corretto se il Papa si fosse espresso usando miser (nel senso di infelice, meschino) in luogo di pauper (l'opposto di ricco) e l'accusativo esclamativo, vale a dire: «Miseram linguam latinam!». Insomma, la conoscenza del latino scema perfino ai vertici curiali.

Fonte Italia Oggi

***

Leggi l'interessante commento di Padre Scalese su Querculanus

3 commenti:

bedwere ha detto...

Placetne vobis lingua Latina ut lingua Ecclesiae catholicae viva? Diligitisne summum Ponticem nostrum Benedictum ac Magisterium ejus sequimini? Conaminine habere intimam unionem cum Deo?
Sodales fite Familiae Sancti Hieronymi!
Semel in anno convenimus in unum ut oremus, acroases audiamus, et loquamur Latine.

Hic est situs noster:

http://www.hieronymus.us

Si plus scire velitis, mittatis mihi epistulam electronicam.


Si mendas feci, veniam peto! :-)

Anonimo ha detto...

Se i preti non conoscono più il latino è colpa dei vescovi e del Vaticano che se ne sono infischiati per anni.

Anonimo ha detto...

Che palle 'sto latino ma fatela finita necrofili con queste cretinate; il latino è morto e sepolto la messa è bella nella propria lingua, la messa è il sacrificio di Nostro Signore che muore per noi, non il teatrino macabro dei tradizionalisti ricoperti di cianfrusaglie, e dunque deve essere compresa e celebrata da tutti non solo dal prete!