martedì 29 settembre 2009

La liturgia spiegata a un amico.

by LC

Liturgia è celebrare. Non è quindi solo un vedere, un assistere, un adempiere. Celebrare ha a che fare con la festa. L’immagine più propria è quella delle nozze, dove le parole, nel mentre le si pronuncia, si fanno carico di quanto dicono, si fanno vincolo, attesa, promessa, riconoscenza, gioia.

Celebrare è l’unione della parola con ciò che dice. C’è una parola che lo esprime bene, ed è l’Amen: l’adesione piena, il dire che è allo stesso tempo già essere.

La liturgia celebra la salvezza della storia. Dio dal principio si è legato al destino dell’uomo e della donna. Anche quando questi hanno rinnegato quel legame, il legame non è venuto meno; Dio non si è nascosto, non li ha abbandonati, ma ha continuato ad accompagnarli nella storia. Ha parlato loro sul cuore. Ha consegnato loro il proprio amore viscerale, fino a consegnare se stesso alla storia, all’umanità della carne, all’umanità della morte (Gv 3,16). Sulla croce le parole di cura di Dio hanno compiuto il proprio Amen, si sono fatte carico fino in fondo del loro significato di amore per l’umanità.

Quando Marshall McLuhan disse che il medium è il messaggio pensava al Verbo che si è fatto carne. Pensava all’Amen del Logos sulla croce.

Ed ecco lo scandalo e la follia: la pietra scartata è diventata testata d’angolo, ovvero il sacrificio non è distruzione, ma creazione, donazione, è nuova vita. Cristo infatti è il Vivente: io sono l’alfa e l’omega, dice il Signore Dio, colui che è, che era, che viene (Ap 1,8).

Questo è importante: non dice che verrà, ma che viene. Noi siamo nell’adventus Dei. Nella liturgia, la sposa è la Chiesa che dice il proprio sì, il proprio Amen a questa venuta che sta già avvenendo. E’ un andare incontro allo sposo che implica spostamento, conversione, oblazione.


L’offertorio è proprio questa processione, questo cammino del popolo di Dio che porta pane e vino, frutti del creato e del lavoro, e la propria stessa vita a essere ricreati.
La salvezza della storia passa attraverso il farsi corpo e sangue di Cristo.

La chiesa di pietra riflette le pietre vive. L’aula è il cammino del popolo di Dio lungo la storia. L’abside è l’adventus Dei. L’ambone è la parola che si consegna e l’altare è Cristo che si consegna. La cupola è il cielo che si apre nell’incontro di Dio con il suo popolo.

Ecco perché le chiese sono dipinte, con la creazione, con le storie dell’Antico Testamento, con i profeti, con gli episodi del Vangelo, con il giudizio finale; ecco perché la massima cura del disegno o dello scalpello è riservata anche alle figure altissime che l’occhio neanche distingue: nella liturgia tutta la storia, anche quella minuta, è chiamata a raccolta, tutta la storia partecipa della salvezza lì celebrata.

Fonte Del Visibile

10 commenti:

mic ha detto...

L’offertorio è proprio questa processione, questo cammino del popolo di Dio che porta pane e vino, frutti del creato e del lavoro, e la propria stessa vita a essere ricreati.

ptima di questo non è l'"Hostia" Pura, Santa Immacolata, presentata e preparata per il Padre?

delvisibile ha detto...

Mic, non capisco bene a cosa fai riferimento, ma ti sarei riconoscente se tu potessi approfondirlo.
In ogni caso, l'Ostia non rientra forse nel "frutto del creato e del lavoro"? Qui mi preme di sottolineare come il reditus al Padre passi attraverso la Parola che non rimane messaggio e insegnamento, ma che si fa carne e oblazione.

bedwere ha detto...

Condivido la diffidenza di Mic. Sa troppo di conciliarese. Nessuna menzione del tabernacolo.

delvisibile ha detto...

bedwere, se è per quello non ho menzionato tante altre cose. Non so però che cosa sia il "conciliarese": ti sarei grato se tu mi dicessi dove qui lo riscontri; e in che misura la non menzione del tabernacolo in queste righe possa compromettere quanto scritto.

mic ha detto...

l'offertorio del NO, come "processione che reca i frutti della terra" è lontano anni luce dalla preparazione presentazione, del Pane e del Vino, che sono GIA' l'Hostia, pura snta immacolata, cioè il Corpo e il Sangue di nostro Signore, non ancora Presenti, ma comunque con escalation di solennità e sacralità, presentati al Padre con invocazionni e accenti sublimi, nei quali è l'Offerta Somma di Sé fatta dal Signore per la nostra salvezza. Ed è in questa Offerta, che si inserisce la nostra... altro che "processione"! che sa di insano argheologismo liturgico (Pio XII, Mediator Dei)

Daniele ha detto...

Il problema non sta nel rito della processione né nell'offerta di cose diverse dal pane e dal vino per il Sacrificio. Si tratta in effetti di cerimonie molto antiche, che la consuetudine ammetteva prima della riforma liturgia in alcuni luoghi e di cui restano significative tracce nel rito tradizionale delle sacre ordinazioni, in cui gli ordinandi recano all'altare e offrono al celebrante una candela accesa o altri oggetti.

Il problema, a mio avviso, sta nel fatto che, a livello liturgico, si ha l'impressione di una dislocazione teologica dell'offerta, il cui oggetto espresso non è più nostro Signore Gesù Cristo ("Suscipe... hanc immaculatam hostiam" - "Offerimus... calicem salutaris"), ma le creature del pane e del vino, "frutto della terra e del lavoro dell'uomo". È vero che poco dopo si specifica la loro finalità sacramentale, ma ciò non basta a togliere l'ambiguità sull'oggetto dell'offerta, ambiguità del tutto assente nell'offertorio romano tradizionale e nelle altre formule offertoriali delle liturgie storiche.

Poiché l'offertorio non è che un'anticipazione dell'oblazione sacramentale che si compirà con la consacrazione, eliminare qualunque esplicito riferimento alla vera natura dell'oggetto dell'offerta è sommamente inappropriato.

mic ha detto...

Caro Daniele,
hai sapientemente esplicitato quel che io avevo solo accennato.
Grazie

bedwere ha detto...

Delvisibile, hai parlato di abside, di altare, di cupola, di aula, di ambone e hai lasciato da parte il tabernacolo. Assumo la buona fede, ma non posso che notare una mentalita` che tende ad enfatizzare "noi" a scapito di "Lui".
Ecco che scherzosamente l'ho chiamata
conciliarese, anche se era diffusa da ben prima del Concilio.

vera traditio ha detto...

Sempre assumendo la totale buona fede di Delvisibile, sarebbe opportuno suggerirgli questo:
http://catholicapedia.net/Documents/cahier-saint-charlemagne/documents/C143_Phazael_Sacrifice-de-Cain_52p.pdf

delvisibile ha detto...

Mi scuso per il ritardo con cui ritorno su questo post e ringrazio per gli approfondimenti e i link segnalati. Sono d'accordo nel fatto che l'offertorio sia parte cruciale della messa, e a volte incautamente bistrattato. Per quanto riguarda il post, non vedo quegli archeologismi nella processione dell'offertorio ma segno visibile di quel ampio movimento di "reditus" al Padre che la liturgia celebra. Il post questo voleva segnalare. Poi che la condizione di possibilità di tutto questo stia nella natura sacrificale della messa non ci piove.

Il riferimento all'ostia e alla sua anticipazione nell'offertorio, ben sintetizzato da Daniele, è tema che riprenderò al più presto. Anche per rispondere al pdf segnalato, che mi pare attui una lettura parziale e fuorviante del nuovo rito. Ma questo, ovviamente, spetta a me mostrarlo.

Per quanto riguarda il tabernacolo direi che, per rimanere dentro il movimento che la liturgia (perenne) attua, è bene non menzionarlo. L’assemblea mostra di non essere sterilmente autoreferenziale non tanto nel rivolgersi verso il tabernacolo ma verso oriente e, in ogni caso, verso il crocifisso.