sabato 8 agosto 2009

Vita e forma.

di LC

Nella messa tridentina ogni gesto è preciso e solenne. Non c’è improvvisazione ma, semmai, solo impreparazione nel rispettare una forma. Una forma che non è fine a se stessa ma che conduce ad aderire al mistero celebrato, esplicitandone la ricchezza di senso.

La forma precisa e codificata nel minimo dettaglio della liturgia ne costituisce la forza. Perché ne garantisce l’identità e la sua trasmissione. Allo stesso tempo la liturgia non è mai stata immutabile. Non le appartiene l’immutabilità. Al pari di un organismo vivente che ha ricevuto vita dalla vita, se la liturgia si chiude in una struttura codificata, emula di una pretesa perennità, muore. La forza della forma si capovolge in debolezza.

La liturgia è azione di Dio con la Chiesa. E’ vita. Non solo, è vita che si vede ricreata, rivivificata. Come lo Spirito aleggiava sulle acque vivificandole, così dalla Croce il dono dello Spirito ha rinnovato il creato. Donando lo Spirito, che è amore, ed è libertà, l’uomo è chiamato a partecipare della salvezza, e a portarne l’azione. Per agire nella storia, Dio si affida agli uomini, chiedendo la loro conversione. La liturgia non prescinde dalla storia, appartiene al già e non ancora.

La messa nella forma pio-giovannea ha corso il rischio, come tutte le forme, di cristallizzarsi. Cito due esempi estremi: il “celebrare alla parete”, secondo la denuncia di Ratzinger in La festa della fede, e le pie donne che partecipavano alla messa recitando il rosario.

La messa secondo la forma postconciliare corre il rischio opposto, con la spontaneità arbitraria preferita al rigore del gesto e la libertà capovoltà in miscomprensione babelica. Denunciare complotti massonici alla fine è semplicistico, e alla fine poco utile. Lo può essere per regolare i conti con la storia, ma non per giovare alla liturgia. Ci si ritroverebbe solo a dire che il Novus ordo è “celebrazione luterana”, o amenità del genere.

Credo che gli uomini che celebrano la liturgia corrano un rischio, qualunque sia la forma del rito. Con il vecchio rito si rischia di rimanere irrelati, sconnessi nel rapporto con la natura e la cultura. Con il nuovo rito, di essere talmente relazionati alla natura e alla cultura da mostrare sudditanza nei loro confronti.

In questa direzione, trovo confortante quanto scrive Cavalleri su Avvenire (riportato anche su wxre dove ci sono dei commenti da leggere).


Fonte Del Visibile

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Mirum exemplum di prosa serpentesca.

Si descrivono due supposti difetti delle due forme del rito semplicemente per confondere le idee. Dato che il NO e' quello in vigore come "forma ordinaria" ed imposta, la risposta subdolamente indotta sembra essere cerchiamo di "riscoprire" o migliorare quest'ultimo.

Si sa che la "celebrazione alla parete" e' in realta' rivolta ad orientem e ad deum. Anche per la recita del Rosario, nulla esclude che le pie donne (e perche' solo donne?) comprendano comunque e partecipino al Mistero eucaristico che non e' poi disgiunto dai misteri del S. Rosario su cui si meditano.

Piu' problematica la postura del sacerte del NO, che ricorda quella del gran maestro di una loggia massonica, con evidente inversione di prncipi e di valori.

Il rito deve essere irrelato, perche' deve unire a Dio e al mistero della nostra salvezza e non alla natura e alla cultura che ce ne allontanano.

Anche il riferimento di Cavalleri alle novazioni di Giovanni Paolo II al S. Rosario inducono ad alcune riflessioni.
Il S. Rosario e' per tradizione una preghiera e meditazione su uno dei due misteri principali della Fede cattolica: Incarnazione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesu' Cristo. Non su altro. Non perche' non si sapesse che ci sarebbe potuto essere qualcos'altro su cui meditare. Ma si era scelto di proporre questo alla meditazione per un evidente scelta dottrinale e pastorale. Il cambiamento ha delle conseguenze che andrebbero ulteriormente specificate.

Francesco

delvisibile ha detto...

Grazie a Rinascimento Sacro che ritiene utile il mio post, nel bene o nel male, per allargare la riflessione.


Francesco, qualche aggiunta per punti alla mia prosa serpentesca (che ci si veda un tentativo di raggiro mi rammarica profondamente).

- Nulla di subdolo, lo dico proprio esplicitamente: il Novus Ordo va riscoperto e, grazie a Dio, c’è chi l’ha fatto fin dall’inizio.

- La celebrazione “alla parete” è rivolta a oriente. Sappiamo tutti il profondo significato di questo orientamento. Il fatto è che la reiterazione formale non garantisce dalla miscomprensione che rischia di ridurlo a un celebrare “alla parete”. Non lo dico io, lo denuncia Ratzinger in “La festa della fede”. E’, in breve, un invito a rileggerlo.

- Sulle “pie donne”. Come dicevo, è un esempio, ma sintomatico. Il fatto che, per fortuna non sempre, una meditazione devozionale come il rosario impegnasse i fedeli durante la celebrazione della SS. Messa a me pare segnale di un problema, non un’opportunità. Altrimenti per cosa difendere la bellezza del messale di san Pio V: per recitare nel frattempo il rosario?

- Che la posizione del sacerdote possa anche nel Novus Ordo ritrovare una posizione rivolta ad oriente, in particolare in alcuni momenti della celebrazione, mi pare saggio e auspicabile. Vedere nella posizione del sacerdote rivolto al popolo il maestro granmassone mi pare un grosso fraintendimento. Ricorda, nel metodo, quelle vecchie accuse del comparativismo ottocentesco rivolte proprio al cristianesimo, quelle che vedevano nel sacrificio di Gesù la ripetizione di quello di Dioniso. Le somiglianze nell’umano ci sono, e probabilmente non solo con il granmaestro. Quello che però interessa e che fonda il valore, è la differenza specifica. Se permetti, anche la più sciatta celebrazione postconciliare rimane ben distinta dalla riunione di una loggia.

- Il rito deve essere irrelato, non sono d’accordo, è un non senso. Cosa porti di te davanti al Signore? Non certo solo natura e cultura, ma anche natura e cultura. Da sole natura e cultura ci allontanano, certo, ma la persona non è disincarnata. Attenzione. Forzare affermando questa “irrelazione” rischia di essere gnosi pura, è, in ultima analisi, negare l’incarnazione di Cristo. E’ come negare la presenza delle immagini in chiesa. Affermare il rito irrelato porta, per una sorta di coincidentia oppositorum, a trovarsi in compagnia di quelli che vogliono fare a meno della chiese perché sono già in “spirito e verità”. E’ semplicemente la negazione della storia, del tempo della Chiesa, del già e non ancora.

Anonimo ha detto...

"C'era bisogno della riforma liturgica"
Ho fatto ripetere questa frase, che racchiude anche tutto un concetto ecclesiale fatto di devozione e di amore verso Cristo e la Sua unica Chiesa, ad un anziano laico poco prima di morire.
Lui che aveva donato tutta la sua vita alla Chiesa sentì molto forte, fin dagli anni della sua adolescenza, la problematica di avvicinare i giovani e la gente "normale" alla liturgia attivamente partecipata, come diceva San Pio X.
Il suo amore per la Liturgia aveva infimmato il suo cuore.
Conosceva la Liturgia : come si fa ad amare qualcuno se non lo si conosce ?
Dopo la riforma bugniniana il suo animo si era affievolito e partecipava alle Messe sempre più "nascosto" nelle navate laterali.
Dedicoo il mio ricordo e la mia preghiera di oggi a questo apostolo della Liturgia e della lingua parlata nella Liturgia : uno dei tanti precursori dell'actuosa partecipatio martirizzati da coloro che, per diversi motivi, vollero distruggere l'antica forma romana.
Non sarò facile ricostruirla.
Non si ricostruisce l'antica forma basandosi sull'ignoranza dei fedeli oppure dal volerli tenere all'oscuro di quello che avviene sull'altare.
Non si illudano i ferrei ed insensibili "affamatori" del popolo ( coloro che non vogliono che il popolo partecipi attivamente all'azione liturgica) non sarà quello il modo con cui la Provvidenza rimetterà l'antica forma romana in auge presso il popolo santo di Dio !
Ricordiamoci che lo stesso Mons.Lefebvre, uno dei Padri Conciliari firmatari della Sacrosantum Conciulium, adottò il Messale del '65 e favorì sempre, da buon uomo di chiesa, la partecipazione attiva e consapevole dei fedeli.
Abbiate la pazienza di rileggervi quanto ho scritto dopo il Triduo pasquale su R S .
Buona giornata
http://www.rinascimentosacro.com/2009/04/e-fu-sera-e-fu-mattina-terzo-giorno.html

Andrea Carradori

Anonimo ha detto...

aro delvisibile,

ringrazio per la corte risposta.

La confusione con la parete denota solo la perdita di "orientamento" del senso e della percezione del sacro, che non e' certo aiutata dal NO. Quanto al parallelo con la gran loggia, mi sembra sia chiaro che non voglio dire che il rito moderno si ispiri a tale ideologia, ma semplicemente che mi sembra eccessivamente antropocentrico.
La potenza mistica del Rito di S. Pio V e' nella contemplazione e nel silenzio e nella mirabile sacralita' e perfezione dottrinale del testo, che comunque viene pronunziato secrete. Sono i fedeli che lo devono conoscere perche' ne hanno davanti le parole, perche' le conocono o comunque perche' il senso della celbrazione e' stampato nella loro anima.

Francesco

Andreas Hofer ha detto...

Quanto alla celebrazione "alla parete", vorrei sottolineare che lo stesso (allora) card. Ratzinger, ne l'"Introduzione allo spirito della liturgia" dice ben altro.
Io rispetto ed amo la forma ordinaria del rito, se ben celebrata (cioè senza balletti, tamburelli e complessini rock, per intenderci - e senza creatività pietose da parte del celebrante - anzi, scusate, del "presidente dell'assemblea" ...) e se posso vi partecipo tutti i giorni feriali. La domenica però partecipo al rito nella forma straordinaria autorizzato dal mio Arcivescovo. Nel confronto, scusate la tautologia, non c'è proprio paragone. E' inutile negarlo: i segni di protestantizzazione sono evidenti nella gran parte delle celebrazioni ordinarie ... E questa non è questione di "attualizzazione" della liturgia che non può rimanere immutata nei secoli. No, qui qualcuno si è messo a tavolino ed è riuscito a far penetrare qualcosa che è estraneo alla nostra Tradizione ... non sto negando la validità del rito ordinario di Paolo VI-Bugnini, ma non posso dimenticare che lo stesso pontefice disse che il fumo di Satana era entrato nel sacro recinto. Se il rito si presta ad essere celebrato male, sarà opportuno prendere le opportune misure, o no? Certamente il rito nella forma extraordinaria non corre nè correrà mai questo pericolo. Se qualcuno ha potuto pensare che si celebrasse alla parete anziché "ad orientem" - questo però è innegabile - è perché qualcun altro lo ha insegnato, in base ad una teologia sbagliata che si è insinuata diabolicamente in molta parte della gerarchia cattolica. Pur ribadendo assoluta fedeltà alla Chiesa, non possiamo foderarci gli occhi di mortadella e negare l'evidenza!

Anonimo ha detto...

Scusate il tono, ma a me sembra che i nostri amici di rinascimento sacro si stiano man mano allontanando dalla messa tridentina.
Cosa vi sta succedendo? Addirittura si accetta un post dove si dice che la messa tridentina si celebra verso la parete, ma noi sappiamo bene che la messa è orientata verso il tabernacolo e cioè verso Gesù.

lycopodium ha detto...

L'anonimo delle 15,11 dovrebbe avere la bontà di leggere con attenzione quest passo di un certo Ratzinger:
"Celebrare rivolti al Santissimo non è stato mai il senso della pregressa posizione del rito (che difficilmente si può caratterizzare con un «rivolgersi all'altare»). Sarebbe inoltre contro ogni logica teologica, poiché nelle offerte eucaristiche il Signore si fa presente durante la Messa nello stesso modo come lo è nel tabernacolo nelle offerte provenienti dalla Messa. L'Eucarestia verrebbe allora celebrata di Ostia in Ostia, ciò che evidentemente non ha senso. La direzione interiore della Eucarestia può essere sempre e soltanto la stessa, cioè dal Cristo nello Spirito Santo verso il Padre; il problema è solamente come ciò si esprima meglio nell'azione liturgica. Il contenuto positivo dell'antico senso della celebrazione non era dunque l'orientamento al tabernacolo. Esso risiedeva in un duplice elemento. Ciò che noi oggi chiamiamo «rimozione del sacerdote dal popolo» era stando al suo significato originario (come ha ripetutamente sottolineato J.A. Jungmann) un rivolgersi conforme del sacerdote e del popolo 1 verso il comune atto di adorazione trinitaria, com'era stato ad esempio introdotto liturgicamente da Agostino, in corrispondenza alla predica contenuta nella preghiera «Conversi ad Dominum». Questo rivolgersi conforme esteriore aveva come punto di riferimento comune l'Oriente, cioè si fondava su di un coinvolgimento del significato simbolico del cosmo nella celebrazione".
Eviterebbe così di fraintendere il senso e l'orientamento liturgico di ogni liturgia che possa dirsi cattolica, orientamento che è riassunto benissimo dal "Per Ipsum"!

Anonimo ha detto...

non capisco cosa voglia dire che col rito antico c'è il rischio di essere sconnessi nel rapporto con la natura e la cultura.Mentre col nuovo rito si è talmente relazionati alla natura e alla cultura!

filiberto