giovedì 3 settembre 2009

NAS/ La cattedrale di luce a confronto con la cattedrale di materia. I due esempi di Oackland e Houston.

L'acuto autore del blog Del Visibile ha recentemente pubblicato una serie di suoi interventi sul panorama delle chiese di nuova costruzione, che riportiamo integralmente. In particolare si parla dell'esempio della cattedrale di Calatrava a Oackland, una soluzione che in un articolo di Nikos Salìngaros viene messa a confronto con quella più tradizionale adottata per la co-cattedrale di Houston, con interessanti conclusioni.


A una prima ricognizione, il panorama generale delle chiese costruite dopo il Concilio vaticano II è sconsolante: da un lato, abbiamo opere che reiterano stancamente antichi e nobili modelli e, dall’altro, opere solitamente avvitate attorno alla soggettività dell’architetto che declina per l’occasione la sua personalissima idea di “sacro”.

Ma fermarsi a questo scenario non basta.

Io sono stufo di inseguire, lamentandomi, o tempora o mores!, le chiese brutte. Allo stesso modo, non mi esalta vedere rispolverare idee recuperate in sacrestia. Inutile ripetere quello che fa Langone e accoliti. Il fatto è che quando le posizioni si cristallizzano in uno scenario di opposti, ne esce una stasi che uccide ogni corpo vivo.

Il lavoro, e quindi un risorgere, mi pare sia altrove. Trovare chiese non solo contemporanee, ma nuove. Nuove perché gravide di tutta la storia che le ha generate (non solo quindi della storia degli ultimi cinquant’anni). E belle di una bellezza forte delle proprie ferite. Ecco il compito. Non per mediare, non per stilare compromessi, non per tiepidezza, ma per trovare testimonianze di un’ermeneutica della continuità. (LC - Del Visibile)


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Christ the Light Cathedral, Oackland.


Ars naturaliter christiana

di LC

La cattedrale di Oakland, Christ the light. Ha una forma riconoscibile, da lontano richiama la tenda (non quella di abramo, non quella del deserto, ma quella degli indiani d’America). Più da vicino emerge la continua intersezione di cerchi, ovvero la forma base del pesce, simbolo antico, ixthus, (l’acronimo che in greco ricorda Iesus Kristos Theou Uios Soter – Gesù Cristo salvatore figlio di Dio). Archi e vetro si alzano a sesto acuto richiamando modelli gotici (e la mitria vescovile); di stile gotico è anche il grande Cristo raffigurato nella parte absidale e reso possibile dalla luce che attraversa innumerevoli fori realizzati nell’alluminio: Christ the light, appunto. L’altare è un altare sobrio e solenne, l’ambone posto sul lato sinistro con un grande crocifisso, la cattedra del Vescovo è laterale in posizione chiastica con l’ambone. Un grande fonte battesimale è posto centralmente in fondo alla chiesa, fuori dall’aula, in una posizione un po’ troppo esposta al passaggio, ma emana una forza che supplisce bene.



Legno, vetro, cemento. Siamo abituati a vedere questi materiali combinati in soluzioni aniconiche. Qui la grande immagine di Cristo smentisce quella pretesa “purista”. Certo, l’immagine qui risulta accostata e non integrata, ma perlomeno il problema, se non pienamente risolto, almeno è stato posto.

L’aspetto che mi lascia un po’ perplesso è la forma che racchiude la cattedrale e che esternamente appare tronca: ricorda la torre di Babele o le piramidi con tutto il cascame di simbologia poco ortodosso che si è riversato su queste forme. In ogni caso, mi pare che le ambiguità qui riescano comunque a dissolversi.

Insomma, possiamo considerare quest’opera una chiesa fatta bene? Possiamo metterla tra quelle che perlomeno iniziano a mediare, magari un po’ ingenuamente, la tradizione con il nuovo?

Meglio poi ricordare che la forma del pesce ha vinto contro l’occhio-conchiglia, che era il progetto concorrente (preferito in un primo tempo, ma poi scartato) di Santiago Calatrava. Ecco alcune immagini del suo progetto:


Mi pare che a Oakland sia andata bene.


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Proseguiamo quanto iniziato nel post precedente con un intervento di Nikos Salìngaros che mette a confronto due chiese contemporanee: la cattedrale Christ the light di Oakland e la co-cathedral of the Sacred Heart di Houston. (LC)


Oakland


Houston


Due Cattedrali, due stili

di Nikos Salìngaros

Sono due Cattedrali di recente edificazione, simili per grandiosità dimensionale ma con architetture contrastanti. La contrapposizione tra i due approcci stilistici offre l’opportunità per dibattere il tema “tradizione o modernismo”, quale approccio architettonico è più adatto per lo spazio di culto?


Nell’introdurmi in questo dibattito, considero anzitutto le ovvie caratteristiche stilistiche ma l’osservazione degli aspetti meno evidenti mi porta subito a superare la prima impressione. Così la questione si problematizza e, credo, diviene ben più fruttuosa di quanto non sia una critica fondata superficialmente sullo stile, e il dibattito tocca temi rilevanti per la progettazione delle chiese oggi. Premetto una osservazione cautelativa: non ho visitato i due edifici, per quanto sia questo l’unico modo per avere un’impressione completa di una struttura, per cui la mia critica rimane limitata.


La cattedrale di Houston, di Ziegler-Cooper Architects, ha uno stile evidentemente tradizionale, e segue una tendenza che si riscontra in molte chiese postbelliche dagli ingressi alti, aperti, verticali. Per l’antica pratica della fede è molto bello usare, anzi, ri-usare, tipologie tradizionali. Chi preferisce la tradizione nell’architettura delle chiese (e nella Chiesa stessa) non ha bisogno di altre spiegazioni. L’uomo da millenni si sente legato a Dio dalle pratiche rituali e le migliori soluzioni architettoniche sono quelle che attraversano questo lasso di tempo. Un progettista intelligente e sensibile le può porre abilmente in contesti contemporanei, come mostra questo ottimo esempio. I metodi validati dall’esperienza permettono di ottenere edifici ancorati alla tradizione e capaci di confortare il fedele attraverso immagini tradizionali.


La Cattedrale di Oakland, di Skidmore Owings & Merrill Architects è un’innovazione postmodernista, manifesta nuove forme e tipologie. Offre una delle molteplici possibili risposte alla domanda “come possiamo portare avanti la tipologia ecclesiastica tradizionale usando metodi nuovi?” A prima vista è un’innovazione di evidente successo, genera spaziosità, luminosità, una sensazione di apertura, appare una gradevole alternativa alla progettazione neo-tradizionale. I materiali sono senza dubbio innovativi e hanno un ruolo importante nel porre il fedele in uno certo stato d’animo al suo interno. Poiché la Chiesa è spinta sia dai fedeli, sia dalla gerarchia, a mostrarsi al passo coi tempi, questa committenza è vista come un passo avanti nel far proprie le forme dell’architettura contemporanea.


Fin qui la questione si limita a un paragone superficiale: edificio tradizionale a fronte di edificio innovativo. Entrambi sembra possano funzionare bene e, se non fossero così distanti, potrebbero offrire al praticante la possibilità di scegliere l’ambiente più consono al suo sentire. Ma in realtà le cose non sono così semplici. Osserviamo i dettagli e l’ambiente interno.


La cattedrale di Houston, vista da vicino, mostra un aspetto sorprendentemente non tradizionale. Sembra derivato dalla Secessione viennese: materiali ricchi, ma anche piani svuotati e volumi astratti. Di gran lunga un edificio non tradizionale. Qualcosa che nessuno dei miei amici impegnati nel progettare chiese tradizionali avrebbe mai fatto: infatti si sarebbero attenuti alla tradizione in tutti i dettagli (con risultati, devo dire, eccellenti). Qui invece i progettisti hanno ottenuto un risultato armonico spingendo, fino al limite del possibile, verso il modernismo le tipologie tradizionali e l’ornamentazione. Ricorda la Secessione viennese e l’Art Dèco: quel glorioso fiorire di architettura innovativa che si è manifestato prima che gli architetti eliminassero ogni vestigio della tradizione (e la maggior parte delle regole compositive che hanno un effetto positivo sull’essere umano). Questo mi porta a ritrattare l’impressione iniziale: la cattedrale di Houston è un edificio chiaramente innovativo. L’innovazione è usata per offrire un’impressione positiva: per questo l’edificio appare accogliente; sembra tradizionale anche se in realtà non lo è. Il risultato mi impressiona e deve avvertire i critici di non lasciarsi trascinare in un giudizio affrettato.


Un edificio “moderno” in ogni senso della parola. Noto, tuttavia, che rischia di essere “freddo” là dove va verso l’astrazione. Che cosa dunque avrebbe potuto migliorare la Cattedrale di Houston? La risposta è ovvia. I miei amici avrebbero realizzato quei piccoli dettagli derivanti dall’ornamentazione tradizionale, fin negli aspetti più minuti, per quanto misurati. L’occhio ha bisogno di strutture ordinate su scala appena maggiore di quella della ricca granularità dei materiali naturali, e questo qui manca, in alcuni punti. Poiché si è posta una limitazione nel livello più piccolo del linguaggio formale, e la gerarchia si perde quando si arriva al dettaglio.


L’ornamentazione armoniosa ottenuta grazie alle molteplici simmetrie nutre i sensi e ci dà una sensazione di sollievo. Come esseri umani, sempre antropomorfizziamo i nostri dèi e ci aspettiamo che essi condividano il nostro piacere più elevato. Per questo, il nostro amore verso Dio ci spinge ad adornare il luogo ove pratichiamo la fede, e a farlo in modo totalmente altruistico. Desideriamo creare un ambiente ove si manifesti il massimo piacere trascendente, partendo dal quale l’esperienza fisica ci accompagna alla comprensione.


Guardando ora alla Cattedrale di Oakland, notiamo che dà libero spazio a una struttura molto interessante di lame lignee che si eleva verso il cielo definendo un ampio spazio interno, aperto e pieno di luce. È il tipo di approccio progettuale che agli architetti innovativi piace percorrere quando non sono costretti a realizzare un volume di tipo tradizionale. Ma se pongo alcune domande fondamentali per il design, mi sembra che le risposte siano difettive. Perché le lame lignee sono orizzontali e non verticali? Non desideriamo noi collegarci verticalmente all’universo, trascendere la materialità dell’edificio in modo tale che le nostre anime possano elevarsi? Strano: forse le assicelle hanno la funzione di schermare i fedeli dal sole diretto; non so. I progettisti hanno lavorato molto sui pannelli orientabili della copertura, ma tutta questa tecnologia era veramente necessaria? Anzitutto, perché non fare un semplice tetto? Qui è la tecnologia che diventa il centro dell’attenzione.


L’ingresso è purtroppo basso, orizzontale e molto arretrato. Nel complesso non invitante, poiché bisogna attraversare un volume superiore in cemento che appare difficile quanto pesante.


Poi ci sono le asimmetrie: strane, per non dire ostili. Perché alcuni componenti si protendono all’interno della chiesa? Qual è la ragione che giustifica l’ampia vetratura della parete e della copertura? Perché le pareti di base in cemento sono ricurve e in che modo si è definita questa specifica curvatura? Perché vi sono aspetti incoerenti nelle dimensioni e negli orientamenti delle porte che interrompono la parete di cemento? Mi spiace, ma non trovo risposte ovvie a tali domande; e se le risposte non discendono dalla geometria stessa, non credo a nessuna spiegazione inventata dagli architetti. Non potrebbe essere che qui stiano giocando con immagini di modernità e di postmodernità? In questo caso, tutti questi giochi distrarrebbero dallo scopo originario dell’edificio, che è di ricondurre a Dio. C’è un’ipotesi di risposta che mi infastidisce, per quanto non possa esserne sicuro: l’uso brutalista del calcestruzzo. Credo che questo materiale sia fondamentalmente empio. Grigio, triste e sordo sul piano acustico, è il contrario di quel che dovrebbe essere una superficie accogliente in un edificio di culto. Per millenni le pareti delle chiese sono state finite con materiali che comunicano un senso di amore per il Creatore. In questo materiale ostile non vedo amore, malgrado il tentativo compiuto da Le Corbusier.


Mi spiace, ma mi sembra che vi siano ragioni sufficienti per sospettare che la Cattedrale di Oakland non sia così innovativa come sembrava sulle prime. Dico questo perché gli architetti sono ricorsi a tipologie tratte dal linguaggio modernista, quello che ha eliminato il linguaggio della Secessione viennese e dell’Art Dèco negli anni Venti. Il cemento brutalista è la rivelazione finale. All’esterno, l’edificio non si differenzia dalle altre torri di cristallo e acciaio: è uno dei tanti esempi di conformismo architettonico. Forse non sembra un edificio di uffici perché è tondeggiante invece che rettangolare, potrebbe apparire invece come un teatro o un palazzo sportivo. La barre metalliche che fuoriescono sulla copertura sono puramente decorative e non aggiungono uno iota di spiritualità alla struttura. Non danno leggerezza o direzionalità verticale come avviene invece con i pinnacoli del gotico. Inoltre c’è l’incongruenza postmodernista dell’incontro tra diversi materiali e ci sono gli elementi decostruttivisti nelle aperture di sghembo nella base in cemento. L’armonia è allontanata dall’obliquità delle pareti, dalla mancanza di allineamenti nelle porte, dall’assenza di corrispondenze tra gli elementi; l’impressione generale è di assenza di coerenza. Si tratta di un approccio architettonico che è considerato “alla moda”, ma questo non lo rende appropriato. Lo si ritrova nei musei di arte contemporanea, dove gli oggetti d’arte stessi spesso sono semplicemente tanto distorti e incoerenti quanto l’edificio che li ospita.


Le lame lignee nella fascia bassa danno un che di naturale allo spazio interno, ma la quantità di cemento è tale che questo elemento naturale e positivo resta soffocato. Ancor più importante, le geometrie delle forme generate dalle stecche di legno appaiono tutt’altro che razionali: qual è la ragione per queste pareti ricurve e semitrasparenti? Tutto appare arbitrario, tutto frutto di “design”. C’è chi ama tutto questo, ma a me sembra semplicemente privo di armonia.


Quindi la mia impressione iniziale resta capovolta. La Cattedrale di Houston è una struttura innovativa, che compie pienamente il suo scopo. Nella Cattedrale di Oakland trovo invece immaginazione e mode architettoniche usate in modo gratuito, malgrado le evidenti buone intenzioni. Non ho pregato in alcuna delle due chiese e così non so se i fedeli a Oakland sentono che l’architettura li privi di qualcosa nel partecipare alle Messe. Solo loro potranno esprimersi in merito. Può anche darsi che non ci facciano caso, per via della sensazione generata dall’apertura e dalla luminosità. Ma che accade in un giorno di pioggia? O in un momento di crisi? In tali circostanze, una chiesa modesta ma armoniosa, aiuta sia l’individuo, sia la comunità, a trovare sollievo e sicurezza. La gioiosità va bene se i tempi sono favorevoli, ma aiuta in ogni circostanza? E lo stesso non è vero per la Chiesa stessa?


Ancora più importante, nella Cattedrale di Houston trovo una fondamentale umiltà, il che è un notevole successo per un edificio così grande e imponente; e credo che questa modestia sia più vicina alla dottrina della Chiesa delle origini. Nella cattedrale di Oakland, tuttavia, trovo perlopiù “affermazioni” architettoniche che competono tra loro. Sono d’accordo che tale fenomeno sia rappresentativo dei nostri giorni e che una chiesa “dei nostri giorni” possa esprimere proprio questo clamore nelle sue strutture. Tuttavia non mi sembra che questo sia giusto o adatto per ospitare le verità eterne della religione.


Il problema, credo, va al di là dell’architettura di chiesa, per riferirsi all’essenza del linguaggio architettonico. In una società tradizionale si evolve una forma di linguaggio adattativo. Può essere usato e riusato, modificato e sviluppato per nuove situazioni specifiche, si può evolvere in linguaggi dalle forme più innovative senza perdere la propria capacità espressiva, come avvenne col passaggio Beaux-Art verso l’Art Dèco. Le forme tradizionali del linguaggio hanno questa caratteristica: si possono adattare agli usi contemporanei e proprio questo dimostra la cattedrale di Houston. Invece il rifiuto modernista di tutte le forme tradizionali, ha allo stesso tempo imposto una negazione di tutte le forme espressive. Questo ha portato a una restrizione della tavolozza degli elementi di design, che non sanno adattarsi né unirsi a altre forme: è quindi un sostituto piuttosto limitativo che dà luogo a un linguaggio privo di capacità combinatorie e inadatto a coinvolgere. Per questo, cercare di utilizzare immagini moderniste e decostruttiviste allo scopo di ottenere una connessione che unisca all’edificio e all’universo è destinato a portare risultati insoddisfacenti.


Costruire una chiesa usando un linguaggio formale architettonico che non crea connessioni, è il frutto di una specifica filosofia del design. Le lame lignee della Cattedrale di Oakland sono come quelle usate negli aeroporti e nei centri commerciali per definire ambienti piacevoli ma neutrali. Non sono un atto d’amore verso il Creatore paragonabile con l’afflato che ci cattura quando ci avviciniamo o entriamo in una cattedrale medievale. Direi che invece dell’intenso piacere fisico, da tale chiesa si ottiene una ben diversa soddisfazione intellettuale. Ma questo è ottenuto al prezzo di rendere tutto il resto privo di intensità

Fonte Chiesa Oggi n. 87/2009 (C) Di Baio Editore, all rights reserved.


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L’analisi in questo articolo di Salìngaros è salutare: rovescia ogni giudizio affrettato e presenta la cattedrale di Houston come innovativa e quella di Oakland come reiterante moduli propri del modernismo e del decostruttivismo, insomma roba già vista e rivista. Basilare nella sua argomentazione mi pare il riferimento alla differenza dei linguaggi architettonici presupposti. Il linguaggio della tradizione è adattativo e le sue forme possono innovarsi in nuove formule espressive. Il linguaggio modernista, invece, rifiuta ogni cambiamento, chiuso in forme pure quanto inerti e statiche.

Partendo da quanto evidenziato dallo stesso Salingaros, mi pare che si possa procedere con alcune ulteriori considerazioni.

Houston parte da un linguaggio tradizionale per sottoporlo a una forte astrazione, crea “piani svuotati e volumi astratti”. L’edificio chiesa rimane riconoscibile grazie al permanere dello scheletro tradizionale. Emerge certamente un innovare nella tradizione, ma il progetto è subordinato a una dinamica che trova nell’astrazione e nell’armamentario della modernità il criterio base per operare. Armamentario che viene utilizzato con equilibrio, con moderazione. Ma questa moderazione alla fine rimane volontaria, soggettiva. Mi chiedo se ci sia qualche motivo per cui il principio affermato non possa procedere verso un’astrazione più esasperata.
Io penso che l’innovazione dipenda dai problemi affrontati. E su questo piano Houston non ha un problema o, perlomeno, fa come se non ci fosse: dà per scontati la tradizione iconografica cristiana e il linguaggio moderno.

La dinamica tracciata dal progetto di Oakland appare inversa: parte da un linguaggio moderno e astratto, utilizza elementi asettici propri dei non luoghi, assume tutto quanto oggi passa per essere architettura, combina senza remore suggestioni diverse, dall’ogiva gotica alle traversine aeroportuali, fino a inserirsi nella “tradizione postmoderna”.
Il punto interessante è proprio qui: nel tentativo di amalgama di stimoli diversi inserire la grande immagine di Cristo. Anche i diversi crocifissi della chiesa non hanno paura di mostrare il corpo. E questo, oggigiorno, non è cosa da poco.
Certo, ad esempio, la grande immagine di Cristo è monocromatica, come il razionalismo esige. Quella di Houston invece è ancora sgargiante di colori. Ma la lettura deve essere considerata in senso dinamico: mentre a Houston la grande vetrata con il Cristo dai colori sgargianti resiste ma non è dato a sapersi fino a quando potrà resistere e in base a cosa resiste, a Oakland il grande Cristo è stato immesso nuovamente. Innumerevoli chiese sparse in giro per il mondo hanno categoricamente rifiutato l’immagine e l’immagine del corpo in croce. Qui invece è di nuovo presente. A Houston l’immagine c’è ancora, a Oakland è ritornata. A Oakland l’immagine ha posto un problema, fosse anche solo con la sua rinnovata presenza.

L’ho già detto. La soluzione della cattedrale Christ the light può apparire ingenua e ferma ad un mero accostamento, ad una cumulazione tipica del postmoderno. Ma se a Houston è il razionalismo che determina il risultato, ad Oakland è l’immagine, anzi, è lo statuto teologico dell’immagine a porre i termini del problema al linguaggio architettonico.

Su questo in particolare inviterei a riflettere. La tradizione cristiana non è mai rimasta ferma. Ma ha sempre rifiutato anche le palingenesi. Il pensiero moderno quello sì ha preteso la palingenesi. Il cristianesimo invece è chiamato a rinnovare tutte le cose. Non teme le ferite, anche quelle moderne, se trasfigurate. Mi sto quindi chiedendo se anche la storia moderna, anche quella più pura che si chiude nelle sue geometrie irrelate, possa essere assunta e… trasfigurata.

Fonte Del Visibile

1 commento:

Guardia Svizzera ha detto...

Orrevolissima cattedrale . Ma si sa in California il sole picchia....