martedì 7 luglio 2009

Riaperta al culto la Cappella Paolina. Con due novità.

.


di Sandro Magister


ROMA, 6 luglio 2009 – Le illustrazioni riprodotte qui sopra sono due particolari di due affreschi di Michelangelo, dipinti l'uno di fronte all'altro nella Cappella Paolina: la conversione di Paolo e la crocifissione di Pietro.

La Cappella Paolina non è aperta ai visitatori. Situata nei palazzi vaticani a pochi passi dalla Cappella Sistina, è luogo di preghiera riservato al papa. Sottoposta a un completo restauro, è stata riaperta al culto sabato 4 luglio da Benedetto XVI, che vi ha presieduto i vespri.

La notizia della riapertura al culto della Cappella Paolina ha avuto scarso risalto nei media, soverchiata dall'imminente pubblicazione dell'enciclica "Caritas in veritate" e dall'incontro tra il papa e Barack Obama.

Ma almeno due novità vanno rilevate.

***

La prima è che i restauri hanno implicato anche un riordino del presbiterio, in fedeltà alla tradizione liturgica.

Paolo VI, nel 1975, aveva sostituito l'altare rivolto al tabernacolo con un nuovo altare staccato dalla parete, di forma ovale, sul quale celebrare guardando i fedeli.

Aveva inoltre eliminato la balaustra in legno per la comunione e collocato al suo posto un ambone in marmo scolpito. Il pavimento era stato ricoperto da una moquette rossa. E così le pareti laterali fino all'altezza degli affreschi.

Benedetto XVI ha rimesso al suo posto il precedente altare, sia pure un poco staccato dal tabernacolo, ripristinando la celebrazione di tutti "rivolti al Signore". Ha tolto l'ambone e rimesso al suo posto la balaustra. La moquette rossa è sparita sia dalla pavimentazione che dalle pareti, restituite al loro aspetto originale.

***

La seconda novità riguarda l'interpretazione dei due affreschi di Michelangelo dedicati a san Pietro e a san Paolo, in particolare l'interpretazione dello sguardo di Pietro.

L'interpretazione tradizionale dice che Pietro – mentre sta per essere crocifisso a testa in giù – volga il capo per fissare ognuno che entra nella cappella, per ricordargli che il martirio può essere la sorte di chi segue Gesù.

A convalida di questa interpretazione si ricorda che fino al 1670 si tennero nella Cappella Paolina numerosi conclavi. Pietro fissava negli occhi i cardinali che si apprestavano ad eleggere il suo successore. E l'eletto, entrando da lì in avanti nella cappella a pregare, avrebbe incrociato ogni volta il proprio sguardo con quello del primo degli apostoli.

Anche i responsabili del restauro, nel presentare al pubblico il 30 giugno la rinnovata cappella, si sono sostanzialmente attenuti a questa tradizione interpretativa.

Ebbene, la novità è che Benedetto XVI se ne è distaccato. Nell'omelia dei vespri con i quali ha riaperto al culto la Cappella Paolina, egli ha dato dello sguardo di Pietro nell'affresco di Michelangelo un'interpretazione nuova.

Il papa ha detto che lo sguardo di Pietro, invece che al visitatore, si rivolge piuttosto al volto di Paolo, sulla parete di fronte: a Paolo che porta in sé la luce di Cristo risorto. "È come se Pietro, nell’ora della prova suprema, cercasse quella luce che ha donato la vera fede a Paolo".

Naturalmente, ha aggiunto il papa, ciò non toglie che questo dialogo di sguardi tra i due apostoli sia un grande ammaestramento per chi entra a pregare nella Cappella Paolina, e in particolare per i successori di Pietro.

Ecco qui di seguito il passaggio centrale dell'omelia di Benedetto XVI ai vespri del 4 luglio 2009 nella Cappella Paolina, dedicato ai due apostoli affrescati da Michelangelo:



"I due volti di Pietro e di Paolo stanno l’uno di fronte all’altro..."

di S.S. Benedetto XVI


[...] Lo sguardo è attratto innanzitutto dal volto dei due apostoli. È evidente, già dalla loro posizione, che questi due volti giocano un ruolo centrale nel messaggio iconografico della cappella. Ma, al di là della collocazione, essi ci attirano subito oltre l’immagine: ci interrogano e ci inducono a riflettere.

Anzitutto, soffermiamoci su Paolo: perché è rappresentato con un volto così anziano? È il volto di un uomo vecchio, mentre sappiamo – e lo sapeva bene anche Michelangelo – che la chiamata di Saulo sulla via di Damasco avvenne quando egli era circa trentenne. La scelta dell’artista ci porta già fuori dal puro realismo, ci fa andare oltre la semplice narrazione degli eventi per introdurci ad un livello più profondo. Il volto di Saulo-Paolo – che è poi quello dello stesso artista ormai vecchio, inquieto e in cerca della luce della verità – rappresenta l’essere umano bisognoso di una luce superiore. È la luce della grazia divina, indispensabile per acquistare una vista nuova, con cui percepire la realtà orientata alla "speranza che vi attende nei cieli" – come scrive l’apostolo nel saluto iniziale della lettera ai Colossesi, che abbiamo appena ascoltato (1,5).

Il volto di Saulo caduto a terra è illuminato dall’alto, dalla luce del Risorto e, pur nella sua drammaticità, la raffigurazione ispira pace e infonde sicurezza. Esprime la maturità dell’uomo interiormente illuminato da Cristo Signore, mentre attorno ruota un turbinìo di eventi in cui tutte le figure si ritrovano come in un vortice. La grazia e la pace di Dio hanno avvolto Saulo, lo hanno conquistato e trasformato interiormente. Quella stessa "grazia" e quella stessa "pace" egli annuncerà a tutte le sue comunità nei suoi viaggi apostolici, con una maturità di anziano non anagrafica, ma spirituale, donatagli dal Signore stesso.

Qui dunque, nel volto di Paolo, possiamo già percepire il cuore del messaggio spirituale di questa cappella: il prodigio cioè della grazia di Cristo, che trasforma e rinnova l’uomo mediante la luce della sua verità e del suo amore. In questo consiste la novità della conversione, della chiamata alla fede, che trova il suo compimento nel mistero della Croce.

Dal volto di Paolo passiamo così a quello di Pietro, raffigurato nel momento in cui la sua croce rovesciata viene issata ed egli si volta a fissare chi lo sta osservando. Anche questo volto ci sorprende. L’età rappresentata qui è quella giusta, ma è l’espressione a meravigliarci e interrogarci. Perché questa espressione? Non è un’immagine di dolore, e la figura di Pietro comunica un sorprendente vigore fisico. Il viso, specialmente la fronte e gli occhi, sembrano esprimere lo stato d’animo dell’uomo di fronte alla morte e al male: c’è come uno smarrimento, uno sguardo acuto, proteso, quasi a cercare qualcosa o qualcuno, nell’ora finale. E anche nei volti delle persone che gli stanno intorno risaltano gli occhi: serpeggiano sguardi inquieti, alcuni addirittura spaventati o smarriti.

Che significa tutto questo? È ciò che Gesù aveva predetto a questo suo apostolo: "Quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi"; e il Signore aveva aggiunto: "Seguimi" (Giovanni 21, 18.19). Ecco, si realizza proprio ora il culmine della sequela: il discepolo non è da più del Maestro, e adesso sperimenta tutta l’amarezza della croce, delle conseguenze del peccato che separa da Dio, tutta l’assurdità della violenza e della menzogna. Se in questa cappella si viene a meditare, non si può sfuggire alla radicalità della domanda posta dalla croce: la croce di Cristo, capo della Chiesa, e la croce di Pietro, suo vicario sulla terra.

I due volti, su cui si è soffermato il nostro sguardo, stanno l’uno di fronte all’altro. Si potrebbe anzi pensare che quello di Pietro sia rivolto proprio al volto di Paolo, il quale, a sua volta, non vede, ma porta in sé la luce di Cristo risorto. È come se Pietro, nell’ora della prova suprema, cercasse quella luce che ha donato la vera fede a Paolo.

Ecco allora che in questo senso le due icone possono diventare i due atti di un unico dramma: il dramma del mistero pasquale: croce e risurrezione, morte e vita, peccato e grazia. L’ordine cronologico tra gli avvenimenti rappresentati è forse rovesciato, ma emerge il disegno della salvezza, quel disegno che lo stesso Cristo ha realizzato in se stesso portandolo a compimento, come abbiamo poc’anzi cantato nell’inno della lettera ai Filippesi.

Per chi viene a pregare in questa cappella, e prima di tutto per il papa, Pietro e Paolo diventano maestri di fede. Con la loro testimonianza invitano ad andare in profondità, a meditare in silenzio il mistero della croce, che accompagna la Chiesa fino alla fine dei tempi, e ad accogliere la luce della fede, grazie alla quale la comunità apostolica può estendere fino ai confini della terra l’azione missionaria ed evangelizzatrice che le ha affidato Cristo risorto. Qui non si fanno solenni celebrazioni con il popolo. Qui il successore di Pietro e i suoi collaboratori meditano in silenzio e adorano il Cristo vivente, presente specialmente nel santissimo sacramento dell’Eucaristia. [...]

Il Testo integrale dell'Omelia di Benedetto XVI tenuta il 4 Luglio.


Fonte chiesa.espressoonline.it

Nessun commento: