domenica 14 giugno 2009

Mosebach: «I nuovi iconoclasti hanno distrutto la fede»

Come avevamo anticipato in esclusiva venti giorni fa il primo libro della nuova collana benedettiana "Strumenti per la Riforma" edita da Cantagalli e curata dal nostro collaboratore don Alessandro Galeotti, è finalmente in libreria con Eresia dell'Informe di Mosebach. Un testo forte, che non risparmia nessuno, ma utile a proseguire il confronto liturgico contemporaneo senza falsi pudori.




di Maria Antonietta Calabrò

Proprio nella società dell’immagine la Chiesa ha subito l’attacco di nuovi iconoclasti, che attraverso lo svilimento della liturgia hanno assestato negli ultimi 35 anni un colpo gravissimo alla fede cattolica, determinando «una catastrofe storica e religiosa».

Le tinte usate da Martin Mosebach sono addirittura caravaggesche, la vis polemica non risparmia nessuno.

L’appassionata apologia della bellezza della grande tradizione liturgica della Chiesa viene svolta non da un teologo, non da un canonista, ma da uno dei più importanti scrittori e letterati tedeschi. Cioè, proveniente da una nazione dove più forti sono stati gli stravolgimenti postconciliari. Nazione che ha pure dato i natali all' attuale pontefice, Benedetto XVI, il quale sottolinea sempre più spesso (ad esempio nell’omelia del Corpus Domini) il rischio di secolarizzazione nella Chiesa e che bisogna «rispettare la liturgia».
E che la Chiesa non è un’Ong.

«Il kitsch linguistico, musicale, in pittura e in architettura ha inondato completamente l'immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa», scrive Mosebach nel saggio di cui sta per uscire la traduzione italiana. Titolo e sottotitolo non lasciano dubbi. Descrivono L’eresia dell’informe, alludono chiaramente ad un «nemico» mefistofelico dell’antica liturgia romana «che propriamente si dovrebbe chiamare gregoriana», ma viene piuttosto definita tridentina, quasi a sottolinearne negativamente la relazione con la Controriforma.

La pubblicazione riaccenderà sicuramente il dibattito sulla chiusura dello scisma dei lefebvriani, sulla restaurazione della tradizione e anche sul riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese orientali che, a partire da quella ortodossa, secondo Mosebach, hanno saputo «preservare» la tradizione plurimillenaria della liturgia più e meglio della Chiesa latina.

«La Messa di San Gregorio Magno, l’antica liturgia latina, si trova oggi riservata a 'frange stravaganti' della Chiesa romana, mentre la liturgia divina di San Giovanni Crisostomo vive in tutto il suo splendore al centro della Chiesa ortodossa».

Al livello del «senso comune», dello scrittore che descrive i comportamenti, Mosebach si mette sulla scia del grande teologo svizzero von Balthasar la cui opera principale è «Gloria, per un’estetica teologica» e il primo volume è intitolato proprio «La percezione della forma». Forma e contenuto non possono essere scissi, afferma Mosebach, diabolicamente (diaballein, separare) separati.

Così come l’uomo è anima e anche corpo. Per questo la forma che la liturgia ha assunto nei secoli, con processo lento e quasi involontario, non è indipendente dal contenuto salvifico della Messa. «Solo santi come Ambrogio o Agostino o Tommaso d’Aquino — scrive Mosebach — avrebbero potuto aggiungere qualcosa alla Messa, non uomini chiusi in un ufficio, nemmeno abitando nella Città del Vaticano».

Così «il modernizzatore e progressista Paolo VI» s’è fatto «tiranno della Chiesa » secondo l’accezione della parola data nell’antichità quando «l’interruzione della tradizione da parte del sovrano era definita atto di tirannia».

L’unico paragone storico adatto per descrivere questa guerra alla «bellezza della liturgia», questo volto visibile del Mistero, secondo Mosebach è l’iconoclastia bizantina, tra il l’VIII e il IX secolo, la cosiddetta guerra delle icone. Però la iconoclastia liturgica della nostra epoca ha questo di diverso: «Ai miei occhi, sorge per ischemia e infiacchimento religiosi». Nella sua essenza costituisce un oblio: «Ciò che vale per l’arte, in misura ancora superiore deve riguardare la preghiera pubblica della Chiesa: il brutto non può che derivare dal non vero e, nell’ambito della religione, questo significa la presenza del satanico».

L’intellettuale tedesco dà questa impietosa definizione: «Il modello della nuova liturgia è il tavolo presidenziale di una riunione di partito o di una associazione con microfono e fogli, a sinistra sta un vaso ikebana con piante esotiche bizzarre di colore arancio con vecchie radici, a destra si trovano due luci da televisione posate su candelieri fatti a mano. Con dignità e raccoglimento, i membri del consiglio di amministrazione guardano il pubblico, come i chierici durante una concelebrazione. Una tale assemblea, regolata da un democratico ordine del giorno, è il fenotipo della nuova liturgia, e questo non è altro che una conseguenza inevitabile del fatto che chi non vuole il mistero sovratemporale, questi inevitabilmente approderà alla realtà politica e sociale».

Una terza via non è data, spiega l’Autore. Naturalmente ogni tanto si giunge a rotture: «Vi sono chierici che non trovano semplice fissare il volto che conviene alla consacrazione. Qual è l’espressione del volto che si addice alla consacrazione?».

Cosicché il successo della celebrazione è data dalla «performance» del prete. E sull’altare, al posto del Crocefisso, c’è il microfono per la predica, di vari tipi: «untuosa o saccente, intellettuale o rimbombante, intimistica o sobria».

E non mancano le light night candles. Una citazione di Goethe, un dialogo di Faust che esprime il giudizio senz’appello dell’Autore: «Ho spesso sentito questo vanto / un commediante potrebbe insegnare ad un prete. / Certo se il prete è un commediante / talvolta questo è quello che può diventare».

Sull’altro fronte, quello dei fedeli, c’è la tanto spesso invocata loro «partecipazione attiva» alla Messa. Ma cosa ci fu di attivo nella Lavanda dei piedi — si chiede — visto che addirittura san Pietro vi si voleva sottrarre? Per i fedeli è anche indifferente stare in piedi o seduti. Quasi mai in ginocchio. Mentre è «attraverso i segni dell’adorazione, che ho potuto vedere fin dalla mia prima giovinezza — afferma Mosebach — l’Ostia è divenuta per me ciò che essa, secondo la tradizione della Chiesa esige di essere: un Essere vivente».


Fonte Corriere della sera, 13 giugno 2009.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Finalmente quest'opera accanto ad altre contribuirà a fare chiarezza su quella infelice cosa che è stata la "riforma liturgica" sessantottina del "Consilium". A mio parere viene messo il dito nella piaga, sono daccordo nol pensiero di questo coraggioso autore e correrò in libreria ad acquistare questo testo.
Sono un sacerdote nato durante il concilio.

inopportuno ha detto...

Dice M.M.: «l’interruzione della tradizione da parte del sovrano era definita atto di tirannia» e attribuisce l'atto al papa Paolo VI.
Ammettendo che il termine tirannia sia usato come termine tecnico e in modo completamente a-valutativo, il Nostro no si è accorto di aver fatto autorete: la stessa cosa, sempre come termine tecnico e a-valutativo, si potrebbbe dire anche dell'atto che ha riportato in vigore un rito già leggittimamente abrogato, come ha dimostrato Andrea Grillo in un articolo che avete riportato anche voi di Rinascimento Sacro.
Allora: c'è qualcosa che no torna in questa polemica.
Vorrei capire.
Pace e bene

Caterina63 ha detto...

Memore degli scritti di Tito Casini nella sua brillante "La Tunica stracciata" e Il Fumo di Satana, alludendo alle parole di Paolo VI che vi invito a leggere qui:
http://www.latunicastracciata.net/

non me la sento di demonizzare Paolo VI....ma Mosebach ha fatto BINGO!
ha c'entrato il cuore del problema...ha traccciato in poche righe il capolavoro di un DRAMMA che non tende a diminuire..."i nuovi ICONOCLASTI" elogiati da molti vescovi, stanno distruggendo le Chiese per crearne di nuove (leggasi anche un noto Cammino!)che nulla hanno a che vedere con la Tradizione Cattolica...
come si può ritornare alla Sacra Liturgia se a breve NON AVREMO PIU' CHIESE CATTOLICHE ma ritrovi per assemblee che di sacro e di sacramentale non hanno più nulla?

Ci aiuti questo Anno Sacerdotale che sta per aprirsi, aiuti i sacerdoti ma anche i Vescovi a volgere lo sguardo verso il Crocefisso e ad impegnarsi così per la sacralità liturgica....perchè non c'è bisogno di ritornare INDIETRO, se saremo ciò che dovremo essere, ossia VERAMENTE CATTOLICI, la Tradizione Liturgica si riaffermerà da sè, ritornerà per vie naturali, a questo aspira Benedetto XVI, ma pochi lo acoltano, pochi gli obbediscono...

Fraternamente CaterinaLD

Anonimo ha detto...

Ad Innoportuno: in effetti mirare tout court a Paolo VI non è una mossa saggia anche perchè alla luce del nuovo libro di Tornielli le cose andrebbero riconsiderate in una luce diversa. Ma egli, volente o nelente, e l'emblema di un cambio epocale in cui è parso agire da "dictator" ovvero uomo plenipotenziario. Se così lo è Benedetto XVI non vi vedo nulla di male, essendo anch'Egli Papa che vuol riassestare l'asse della Chiesa, ma si ricordi che il SP è una possibilità offerta, la Riforma fu un'imposizione sofferta.

Paolo Diacono ha detto...

Vi invito a leggervi questo importante libro che ho acquistato poche ore fa, dando già una scorsa ho potuto leggere cose molto profonde ed illuminanti che mi hanno confermato ancora di più nel mio amore verso la liturgia tradizionale.