mercoledì 1 luglio 2009

Martin Mosebach contro i nuovi iconoclasti.

"Il postconcilio ha frantumato la tradizione per distruggere fede e pensiero d’Occidente. Però ha fallito miseramente. Torna la Messa in latino, torna il rito, torna l’intelligenza di un grande talento posta al servizio della verità. Il noto scrittore tedesco, di cui nessun riesce a parlar male, si scaglia con gusto contro i guasti del modernismo". (Il Domenicale)


La demolizione del Sacro.


Il “reazionario gentile” che sta fra Cervantes e Jacob Burckhardt



di Leonardo Allodi

Chi è Martin Mosebach? Uno scrittore e saggista tedesco, di solida formazione giuridica, 58enne il 31 luglio, che vive e lavora tra Francoforte, Capri e la Turchia ma anche Roma, città che ama particolarmente e in cui trascorre lunghi soggiorni in una casa per artisti sulla Via Appia. Proprio all’estero sono del resto nate molte sue opere, soprattutto romanzi (ma anche sceneggiature per il cinema, opere di teatro, radio-commedie, libretti operistici, reportage, racconti), e ciò non per caso.

Nella Laudatio per il conferimento a Mosebach del più importante premio letterario tedesco, il Büchner-Preis (assegnatogli dalla Deutsche Akademie für Sprache il 25 ottobre 2007), lo scrittore iraniano Navid Kermani ha osservato che questa Abstand, una distanza che assume quasi la forma dell’esilio, è per Mosebach una condizione essenziale per “andare alle cose stesse” e ritrovare la verità del nostro tempo. Un distanziamento, cioè, che consente allo scrittore di guardare il mondo con prospettiva più ampia e descrivere quella “commedia umana” in cui sublime e meschino, re e buffone, l’amante e l’odiatore si mescolano. “Credere al romanzo” significa per Mosebach concepirlo come strumento che spalanca orizzonti: analogamente al romanzo francese o russo, che hanno coltivato la non vana pretesa di trovare una immagine della realtà «di una società, di un’epoca, di una situazione così come essa si è condensata in una città, in un quartiere, in un certo ambiente o in un certo anno». Un realismo “metafisico”, il suo, che rompe con la tradizione intimistico-protestante per cui il mondo è solo proiezione soggettiva e dove quindi lo stesso romanzo va dissolvendosi.

Ai romanzi di Mosebach non è dunque estranea nemmeno una certa poetica del grottesco, del sarcasmo, dell’umorismo e dell’ironia leggera, ma non – osserva appunto Kermani – quella dell’autoironia.

Occorre andare alle origini del romanzo moderno, risalire a Miguel de Cervantes Saavedra e al suo El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha (1605), per comprendere l’etica in cui sono annodate le pagine mosebachiane. Dice infatti bene Kermani: «Così come Cervantes con il suo Don Chisciotte, Mosebach nei suoi romanzi inserisce un lucido e antico progetto di vita e di scrittura, composto di forme, valori e rituali ben strutturati, e questo mentre egli sembra del tutto proiettato all’esterno. Ogni sua frase ha una forma assolutamente ordinata, la grammatica è sempre corretta, il ritmo ha una andatura armonica, il racconto è rigorosamente cronologico [...]». Rispetto all’oggi, gl’ideali che percorrono i suoi romanzi – tipo niente sesso prima del matrimonio – appaiono antichi almeno quanto antico appariva l’ideale cavalleresco ai tempi di Cervantes. Ma ad affascinare è anche «la melodia del ritmo, l’eleganza della sintassi che ricorda la forma di una costruzione architettonica, il dileggio sottile, l’attesa gioiosa di una metafora», segni di ordine e di capacità di confronto con la realtà. Mosebach afferma che la letteratura deve essere inesorabile nel guardare l’uomo e questo proprio per amore dell’uomo, in una prospettiva che dunque è, assieme, di ottimismo metafisico e di pessimismo antropologico.

Al 1983 risale il suo romanzo d’esordio, Das Bett, a cui sono seguiti Rupertshain (1985), Westend (1992), la raccolta di testi poetici Das Grab der Pulcinellen (1996), quindi Die Türkin (1999), Der Nebelfürst, (2001) e Das Beben (2005). In Eine Lange Nacht, del 2000, si snoda una vera e propria autobiografia, che spicca per suggestione, delicatezza, sincerità; non a caso nel volume Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico (trad. it. a mia cura, Cantagalli, Siena 2009, pp. 252, E17, 90, da cui è proposto l’estratto che compare qui accanto) riproduce un passo tratto proprio da questo romanzo. Il romanzo più recente, Der Mond und das Mädchen, è dunque del 2007.

Come ha osservato il giornalista Jens Jessen, il conferimento di un riconoscimento quale il Büchner-Preis a Mosebach non è cosa ovvia, e certo non per il merito letterario della sua opera. Sono piuttosto il profilo culturale e le tesi, a tratti provocatorie, di Mosebach a fare problema.

Per la sua “nostalgia sarcastica” e la simpatia con la quale guarda ai “perdenti della storia”, Jessen lo ha infatti definito «Der sanfte Reaktionär», “il reazionario gentile”, laddove per altri lo scrittore rappresenta un «genialer Formspieler und Zeitkritiker», un geniale giocatore di forme e un critico dei propri tempi. Del resto, secondo il sociologo della cultura Thomas Wagner, l’opera saggistica di Mosebach non perde l’occasione per screditare le idee democratiche facendosi in questo sostanzialmente simile al “fascismo tedesco”, dal momento che, proprio in Eresia dell’informe, «la sua principale obiezione al nazismo è quella di essere stato “un movimento modernistico”».

Ovviamente Wagner ignora volutamente il dibattito da tempo in corso sulle cosiddette “religioni politiche” e sulla loro eterogenesi dei fini, in particolare quello sul rapporto fra illuminismo e totalitarismo. Il dibattito risale almeno a una pensatrice al di sopra di ogni sospetto, Hannah Arendt, ma pure alla Scuola di Francoforte, e le sue tesi centrali sono state recentemente riproposte anche da un pensatore noto alla cultura filosofica e sociologica tedesca, Hermann Lübbe, autore di La politica dopo l’Illuminismo (trad. it. a cura mia e d’Ivo Germano, Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2007).

Ora, nel suo Denkrede, il ringraziamento seguito alla suddetta Laudatio, Mosebach ha effettivamente rincarato la dose: e lo ha fatto sottolineando le affinità tra un discorso segreto tenuto ai capi delle SS da Heinrich Himmler nel 1943 e un’orazione pronunciata nel 1793 dall’“arcangelo del Terrore”Louis Antonie de Saint-Just, cioè scatenando le ire di quei benpensanti che si beano del mito della della Rivoluzione Francese. Tant’è che lo storico Heinrich A. Winkler ha parlato di «abbandono dei pilastri della democrazia e dell’illuminismo» e altri corifei d’«inaccettabile punto di vista reazionario».

Insomma, la reale portata della critica culturale che Mosebach sviluppa nei confronti di quanto Charles Taylor (altro pensatore al di sopra di ogni sospetto) definisce «catena di oblii dell’essere», caratteristica dello svolgimento storico-filosofico della Modernità, viene invece colta dal giornalista Jessen. Il quale ha più opportunamente accostato il nome di Mosebach a quello del Jacob Burckhardt critico della civiltà.

Certo, per Mosebach la Modernità ha predicato l’umanità e ha organizzato l’orrore: ma, proprio come egli osserva in Eresia dell’informe, la strada vincente non è il riportare indietro, cronolatricamente, le lancette dell'orologio. Solo lo svolgimento organico del sensus communis (cioè proprio quello che è mancato alle riforme liturgiche post-conciliari) può infatti portare all’agognata, autentica renovatio.


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Quel che di lui non ha capito il "CorSera"


di Gianfranco Morra

John Henry Newman definisce la liturgia con formula luminosa: «lex orandi, lex credendi». Fede e preghiera sono una carne sola: assieme stanno, assieme cadono. E assieme sono cadute, in uno dei periodi più bui della storia della Chiesa Cattolica, quello postconciliare, quando la crisi della fede ha condotto alle più squallide contaminazioni tra Vangelo e ideologie. Il nemico contro cui questi “montoni”, come li chiamava Jacques Maritain, davano di cozzo, era la forma, massima scoperta del pensiero europeo. Quella che all’inizio del Genesi tras-forma il caos in ordine, l’idea che in Platone consente alla materia di divenire pensabile e che in Aristotele produce la compiutezza del sinolo.

In molti aspetti, il postconcilio fu distruzione di questa tradizione, cioè della forma. La deellenizzazione (contro la filosofia, riconduzione del molteplice alla forma), la deromanizzazione (contro la gerarchia, “sacro ordine”, scrive Dionigi Areopagita, che assume forma simbolica nella liturgia), il pasticcio liturgico, furono tutto meno che una ri-forma. Dato che proprio la forma della liturgia, che ne è la sostanza più forte, venne distrutta.

In Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico, Martin Mosebach dimostra che il nemico dei nuovi liturgisti è appunto la forma. Ed egli la rivendica, avvalendosi di grandi scrittori, Goethe e Rilke, Eliot e Claudel, Péguy e Chesterton, Florenskij e Gómez Dávila, perché la letteratura è, soprattutto, forma, richiamando alla mente i pochi scrittori anticonformisti italiani, che, nel pieno predominio degli antiliturgisti, osarono prendere le difesa della tradizione: Romano Amerio, Tito Casini, Elémire Zolla, Cristina Campo, Rodolfo Quadrelli.

Non solo la lingua latina, ma anche tutti quei riti e arredi liturgici, che avevano un profondo significato simbolico (descritti da Romano Guardini in opere indimenticabili quali Lo spirito della liturgia e I santi segni). Ciò a cui questi apostoli dell’informe hanno voltato le spalle è il valore artistico della liturgia, che è un “teatro sacro”. Ciò che più essi odiavano era l’immagine, dimentichi che l’arte cristiana altro non è (secondo l’Ortodossia) se non una “teologia dell’icona”. Ecco allora i riti trasformati in mix di assemblea politica, consiglio di amministrazione, gara sportiva e spettacolo tivù. Ecco il sacerdote democraticamente rivolto non più al Crocifisso, ma al popolo, gli abiti sciatti, le Nike che escono da camiciotti trasandati, gli strumenti musicali demoniaci, la babele linguistica, le traduzioni scarse e umoristiche, la predica spesso simile a un comizio buonista, la chiesa trasformata in sala di aspetto ferroviaria o palestra, il decentramento dell’ostia e la sua distribuzione come fosse un cono gelato.

Ecco le messe (mi scuso, le assemblee) inventate ad libitum, a seconda dei casi, per gratificare le diverse categorie di fedeli, come la missa pro homophilis inventata nei Paesi tedeschi. Ancora esiste per l’Oriente la liturgia di san Giovanni Crisostomo, ma non più quella di san Gregorio Magno per l’Occidente. La nuova riforma della liturgia occidentale non è stata fatta da santi, ma da galoppini e burocrati.

Difendono la nuova liturgia solo quelli che della forma non sanno che farsene. Come ha fatto sul Corriere della Sera Alberto Melloni, ultima propaggine della linea Dossetti-Alberigo, con un articoletto esemplare per insipienza e banalità. Scrive Melloni che la riforma avrebbe avvicinato il popolo ai sacri riti. È la trita argomentazione secondo cui l’aggiornamento della Chiesa ne avrebbe accresciuta la presenza nel mondo: ma il risultato, oggi a tutti evidente, è stato la crisi delle vocazioni, della morale, della liturgia.

Che fare, allora? Mosebach sa che anche gli antichi riti andavano incontro a pericoli ed è troppo acuto per riproporre un ritorno letterale all’antico. Occorre, invece, distinguere il molto che è essenziale, e che mai cambierà, da alcuni aggiustamenti richiesti dalla mutata situazione. Si pensi alla polemica sull’uso del latino, lingua non solo ufficiale, ma perenne della Chiesa. L’italiano è consentito, non obbligato. Papa Benedetto XVI lo ha detto nel motu proprio Summorum Pontificum: la messa si può dire “anche” in italiano, purché la lingua non banalizzi e distrugga le verità delle fede, di cui la liturgia è l’ergon. Purtroppo non pochi vescovi, cresciuti in seminari degradati e modernisti, provvidenzialmente vuoti, di cui spesso erano i direttori, gli hanno messo i bastoni fra le ruote, negando la messa latina ai fedeli che oggi la chiedono. Schiavi anch’essi dell’“eresia antiliturgica” propagandata dai nuovi iconoclasti.


Fonte Il Domenicale. Photo "La demolizione del Sacro. Rifrazioni in ambiente dissacrato"(CC) 2009 Mbeo, some rights reserved (attribuzione - non commerciale - condividi allo stesso modo)

7 commenti:

Uno che passava di qua ha detto...

"Certo, per Mosebach la Modernità ha predicato l’umanità e ha organizzato l’orrore: ma, proprio come egli osserva in Eresia dell’informe, la strada vincente non è il riportare indietro, cronolatricamente, le lancette dell'orologio. Solo lo svolgimento organico del sensus communis (cioè proprio quello che è mancato alle riforme liturgiche post-conciliari) può infatti portare all’agognata, autentica renovatio."

STREPITOSO.

Anonimo ha detto...

Sono proprio contento di aver studiato sui libri di Morra. Ora so che ho fatto bene. Grazie

Caterina63 ha detto...

...a quando la demolizione delle false chiese "cattoliche" kikiane?

due sono le cose:
- se vogliono definirsi cattolici o le si demoliscono, o si abbia il coraggio di dire che non hanno nulla di cattolico e che avendo eliminato il presbiterio non hanno neppure alcun legame con la Liturgia Cattolica....

ma chi lo avrà questo coraggio? Ci sono vescovi in Italia votati al martirio?

^__^

marco ha detto...

ringrazio per aver scelto una mia foto per il vostro blog. Mi farebbe piacere che fossero rispettati i diritti con cui la foto è utilizzabile, citando con un link la pagina da cui la foto è stata ripresa (http://www.flickr.com/photos/mbeo52/3674491253/ ) o l'album dell'autore (http://www.flickr.com/photos/mbeo52/).
Vi ringrazio per la gentilezza nell'ascoltarmi e per l'apprezzamento del mio lavoro.
Cordiali saluti

La Redazione ha detto...

La Creative Commons che hai esplicitato è di attribuzione - non commerciale - non derivati. Grazie a te.

Arnulfo ha detto...

Già, impossibile dimenticare "La cultura cattolica e il nichilismo contemporaneo". Grazie prof. Morra.

Guardia Svizzera ha detto...

Sembra la Chiesa della Purissima a Cagliari costruita nel'300 in stile gotico aragonese ora ridotta cosi' come nella foto....