venerdì 19 giugno 2009

Il prete del post-concilio: un malinconico canto del cigno.

Sull'OR appare un articolo dedicato all'apertura dell'Anno sacerdotale e alla santità di tanti presbiteri fedeli agli insegnamenti del Vaticano II. Un pensiero felice, che si concede anche delle brillanti intuizioni: "La Parola è intesa nella propria lingua, ma la comprensione non è così ovvia". Eppure nel complesso rimane una colossale occasione mancata per celebrare l'ermeneutica della continuità benedettiana. Perchè si tenta forzosamente di scavare il solco di un prima e di un dopo che, se c'è stato ,non ha avuto gli esiti così scontati come si crede. Si parla di "Parola di Dio, che ritorna dall'esilio" e di "liturgia che diventa culmen et fons" quasi prima non lo fosse; di ridimensionamento delle "devozioni popolari" come la ricetta per il grande male, e di " assemblee rinnovate con grande cura" che però inspiegabilmente "si assottigliano, anche se le chiese vengono riscaldate, l'impianto d'altoparlanti migliorato, l'edificio restaurato, talvolta anche con eccellente gusto". Oggi inizia l'Anno Sacerdotale di tutti i preti: anche di quel clero stagno e popolare, così cammilesco e sgradito da essere stato per anni confinato sui bricchi delle montagne. Uomini di Dio semplici e genuini come il Curato d'Ars, che affrontano i cambiamenti del mondo al pari del ghiaccio sulle scale d'inverno o del vento d'autunno che sfronda gli alberi e riempie le grondaie. Santi, forse un pò più rustici dei teologi di città, che però non si'illusero allora, e non disperano delusi tra le briciole adesso, e nella piccola Chiesa col tetto che perde, continuano a bearsi della loro vicinanza con l'Eterno. Heri, hodie et in saecula.


Preti nella nebbia.



Il prete del post-concilio


di Piergiordano Cabra *

Quando si parla di santità sacerdotale il pensiero va spontaneamente alle grandi figure del passato, preferibilmente dell'Ottocento, illustrato da eminenti personalità di preti che si sono imposti al loro tempo, suscitando ammirazione e stupore per il loro modo di porsi e d'incidere nella società. Difficilmente il pensiero va al prete degli anni del postconcilio, tanto scossi da terremoti culturali e sociali, oltre che caratterizzati da un processo di ridefinizione della figura del prete, non privo d'incertezze teologiche e operative. Eppure la seconda metà del secolo scorso può essere caratterizzata da una "nuvola di testimoni" che sono vissuti nella tensione tra vecchio e nuovo, tra lealtà alla Chiesa e amore delle necessità del proprio gregge, tra attese e realizzazioni, tra risultati promessi e delusioni pratiche.

Vorremmo qui rendere onore a questi "santi anonimi" senza riconoscimenti e senza aureola, d'una santità che si potrebbe chiamare della difficile e costosa fedeltà creativa, dell'inserimento del profeta sul sacerdote. Quella che segue può essere la storia di uno dei tanti preti che in questi decenni hanno portato il peso del loro ministero, con una incrollabile fedeltà a Cristo e la speranza di non restarne delusi.

Il Vaticano II aveva aperto il cuore a grandi speranze. Si prevedeva una fiorente primavera, segno della rinnovata giovinezza della Chiesa, scossa da una nuova Pentecoste. Il clima di entusiasmo creato dal concilio era tale che si attendeva un balzo in avanti della Chiesa nel cuore degli uomini e nella società. Con grande sorpresa le chiese, invece di riempirsi, cominciarono a svuotarsi e alla fugace primavera sopraggiunse il tardo autunno, foriero di venti freddi e inospitali.

E qui comincia il calvario del prete solo con la sua gente. Gente che guarda sempre meno a lui, attratta da altri interessi, sommersa in un mare d'informazioni che intaccano la sua parola. Cominciano i dibattiti sul Vaticano II, con la domanda spesso presente, anche se non sempre detta: di chi è la colpa? Di chi ne frena l'applicazione o di chi ha osato troppo?

C'è chi si schiera da una parte e chi dall'altra. Il prete santo prima esita, valutando e soffrendo e poi fa le sue scelte, tenendo fermo il dettato evangelico del "non giudicare per non essere giudicati" e del primato della carità che gl'impedisce di demonizzare chi non la pensa come lui. E, soprattutto, fa un atto di fede nello Spirito Santo che "ha parlato per mezzo del Concilio", sapendo che il buon seme darà frutto a suo tempo, dove e come il Padrone della messe vorrà. È la santità del lavorare non tanto per ottenere risultati, ma per essere fedeli al proprio compito.

Il gruppo di fedelissimi, che prima si riunivano con lui per ascoltare la sua parola e le direttive, ha preso coscienza della propria dignità di battezzati ed è incoraggiato a essere parte viva del popolo di Dio. Si formano i vari consigli pastorali ove i laici prendono la parola e partecipano, a volte con poca, altre con troppa convinzione. Dal parlare all'ascoltare il passo non è facile, anche perché talvolta c'è la contestazione, ci sono giudizi sommari sulla Chiesa, ci sono rivendicazioni d'autonomia insolite e da valutare.

Il santo prete non abolisce o snobba il tutto, aspettando solo che la bufera passi per rialzare la testa, ma medita sulla Chiesa come comunione e decide di continuare ad ascoltare, ma anche a parlare, con pazienza e con coraggio, sapendo che la sua comunità si costruisce con il contributo di tutti, rendendosi conto che deve molto imparare, come pure che ha qualche cosa da insegnare. Comincia qui una particolare devozione allo Spirito Santo, Spirito del discernimento, devozione che caratterizza la spiritualità del santo prete. Con la fiducia nello Spirito, si dedica a costruire la sua comunità come fraternità.

Nella costruzione della comunità la prima attenzione è data alla Parola di Dio, che "ritorna dall'esilio", e alla liturgia che diventa culmen et fons della sua azione pastorale. Grande è stato l'entusiasmo per l'introduzione delle lingue correnti nella liturgia e nella proclamazione della Parola. Ma dopo le prime incuriosite e attente assemblee, a poco a poco cala l'interesse. La Parola è intesa nella propria lingua, ma la comprensione non è così ovvia.

Il santo prete sa che deve lavorare in profondità e si dedica ad acquisire competenza circa la liturgia e l'esegesi. Si mette ad approfondire e a formare il suo popolo. Propone anche canti nuovi, applica le riforme, spiega il meglio possibile la Parola, ridimensiona devozioni popolari cercando di sintonizzarle sullo spirito della liturgia. Ma col passare del tempo vede che alcuni non capiscono e i giovani non s'interessano.

Le assemblee rinnovate con grande cura si assottigliano, anche se le chiese vengono riscaldate, l'impianto d'altoparlanti migliorato, l'edificio restaurato, talvolta anche con eccellente gusto. Il santo prete condivide il disagio con i suoi confratelli, ma li esorta a non cadere nel pessimismo. Continua la sua opera di formazione, a partire dalla Parola di Dio, meditata nella preghiera e annunciata. Capisce che la Parola ha il potere di edificare lui personalmente e la sua comunità e a essa dedica la parte più tranquilla del suo tempo, dove può "contemplare" i fatti di ogni giorno alla luce della Parola. È convinto che la celebrazione dell'Eucaristia è il cuore della sua vita e della sua comunità e, anche se deve correre in più luoghi moltiplicando le celebrazioni, vigila per non lasciarsi travolgere dalla routine.

C'è stato anche un periodo in cui la politica ha assunto un vestito messianico: "Tutto è politica", si diceva nelle cattedre e nelle piazze. "La politica è la forma più alta della carità", aveva affermato Paolo VI. Alcuni confratelli abbracciavano con entusiasmo la politica per risolvere tanti problemi, a partire da quello dei poveri. In questo trionfo della politica il nostro santo prete si sentiva piuttosto a disagio: la riforma delle strutture, pur necessaria, non pareva talvolta sostitutiva della riforma del cuore richiesta dal Signore?

I partiti eccedevano nelle loro richieste di fare della Chiesa una base elettorale? E chi serviva meglio i poveri? E lui, povero prete, non rischiava d'essere coinvolto nelle tenzoni politiche, perdendo la credibilità e l'affetto di parte del suo gregge, oltre che la difficile mitezza evangelica? E come sottrarsi alla tentazione d'appoggiare un rispettabile candidato per riaverne dei vantaggi?

Siccome ogni soluzione - anche quella di non interessarsi di politica - era considerata politica, il santo prete pensa che fosse meglio tenere un profilo basso, intervenendo il minimo richiesto, concentrandosi sul Vangelo e predicando sull'esigenze di conversione nei confronti dei poveri. E proprio nel momento in cui si parla molto della "scelta dei poveri" e vede alcuni che si servono dei poveri, decide in cuor suo di non chiudere mai la porta ai poveri, di denunciare le situazioni di sfruttamento che lui vede, anche a costo di vedere ridotte le offerte, e soprattutto, di fare una scelta di vita sobria, essenziale, senza concedersi di più di quello che la condizione medio-bassa della sua gente poteva permettersi. Con qualche eccezione: i libri, costosi ma necessari e qualche viaggio, distensivo e utile, specie nelle missioni, per rendersi conto del mondo che cambia e delle nuove prospettive per il Vangelo.

Tuttavia, mentre s'accorge che s'affermano nuovi modelli di comportamento e nuovi modi di pensare, per lo più in rottura col passato, ecco scoppiare delle bombe dirompenti quali l'introduzione del divorzio e la liberalizzazione dell'aborto. E proprio quando alcuni teologi apparivano propensi a chiudere il purgatorio, il santo prete constata che il purgatorio esiste, specie quando si siede in confessionale, dove deve mediare tra la dura norma e la fragilità del praticante, tra la fedeltà alla dottrina della Chiesa e una diversa sensibilità del penitente, tra la misericordia di Dio pronta a perdonare e chi esige invece la legittimazione dei propri comportamenti.

Il santo prete si trova lacerato interiormente constatando il fossato che s'allarga tra la legge e la realtà, ma persevera invocando lo Spirito di discernimento per le situazioni inedite, prendendo coscienza che suo compito non è abbassare le esigenze dell'essere cristiano, ma di aiutare a trovare vie nuove per esserlo nel nostro tempo.

E poi ci sono i momenti della solitudine, che pesa come un macigno, che logora interiormente. Momenti in cui si sente solo con se stesso, bisognoso di affetto e di stima, solo con il Signore che tace e gli altri che non comprendono, con il suo celibato apparentemente così poco stimato, ferito dalle debolezze di alcuni confratelli, prontamente sbandierate dai media, che gettano un corrosivo sospetto su tutto il clero. È il suo Getsemani, accanto a Gesù abbandonato.

Si sentirà sollevato quando Papa Benedetto XVI rilancerà il purgatorio, nella consapevolezza d'averlo anticipato in parte nelle ore, a tratti belle, a tratti difficili, del confessionale. Ma anche nelle ore lunghe e oscure della sua solitudine, sulle quali aleggiava scoramento e depressione, ma dalle quali esce provato e purificato.

La sua dedizione pastorale ha costruito una comunità di credenti, capaci di resistere all'erosione del secolarismo, che investe la maggioranza, che condiziona la mentalità generale. Secolarismo per lui non è un neutro concetto sociologico, ma sono famiglie che si disgregano, libertà di costumi, desiderio d'apparire, ricerca del denaro facile, pratica irrilevanza della predicazione della Chiesa in molti settori.

La valanga sembra inarrestabile. Gli sembra persino che il cristianesimo non sia in grado di reggere agli assalti sempre più insistenti sferrati da molte parti. A volte pensa d'essere di fronte al mistero del male che si manifesta con tutte le sue capacità di seduzione e di inganno. Quasi ne ha paura perché si sente talvolta disarmato di fronte al dispiegamento di forze al servizio di un piano oscuro. Ma poi, nel contatto orante con la Parola, trova che il suo Signore per primo ha lottato contro il potere delle tenebre, ha aperto gli occhi ai suoi discepoli invitandoli alla vigilanza, promettendo anche lo Spirito, che infonde il coraggio nella lotta e forza nelle tribolazioni.

Il santo prete sente che deve perseverare nella preghiera, anche quando è arida e vuota, perché sa che qui riceve la forza dello Spirito assieme alla sua consolazione. Non si legge negli Atti degli Apostoli che i discepoli erano "pieni di gioia e di Spirito Santo" proprio in mezzo alle difficoltà?
Così coltiva la sua perseveranza, riscoprendo pagine dell'antica ascetica, pensando ai molti che guardano alla sua fedeltà come punto di riferimento alla sempre più difficile loro fedeltà. Per questo non s'amareggia né amareggia con lamentose filippiche: sa che il mondo è saldamente nelle mani di Dio, che sta preparando qualche cosa di nuovo. A lui, suo umile servo, tocca annunciare la lieta novella che Dio non abbandona il suo popolo.

Dette così le cose, appaiono facili, persino edificanti. Ma quante ne ha tentate il nostro santo prete, quante delusioni, quante tristi sorprese. Tuttavia, ha imparato a lamentarsi più col Signore che con i fedeli, ha acuito lo sguardo sul nuovo che sta germinando, guarda ad altri luoghi dove il Vangelo avanza, apre il suo cuore ai poveri del Terzo mondo, guarda con simpatia le iniziative riuscite, anche se non promosse da lui. Gioisce nel vedere il bene fatto dai movimenti, sebbene non si senta di aderirvi.

Non dubita delle sue responsabilità di pastore e non deflette dall'annunciare la verità tutta intera, ma lo fa con carità e delicatezza verso le persone, senza farsi forte della verità che ha in mano, brandendola come un'arma, consapevole che la prima verità è la carità che non colpevolizza, ma invita a ritornare al Dio della pace.

Si rende conto, con l'andare degli anni, che è più evangelico annunciare la bellezza e la grandezza dell'amore di Dio, che mortificare l'uomo fragile. Lo aiutano in questo i santi pastori che, innamorati dell'Amore, a questo Amore hanno saputo condurre persone sperdute nelle vie del mondo.

Egli si sente piccolo e grande, servo e solo servo, ma del Signore del tutto a cui tutto fa ritorno. Piccolo e grande, annunciatore di un mondo che non muore. Piccolo e grande, come Maria, che è diventata per lui, col passare degli anni, "vita, dolcezza e speranza". Rivedendo la sua vita, egli constata che il Signore gli ha cambiato l'ideale di santità, attraverso imprevisti mutamenti nelle scienze, nella cultura, nella società, mutamenti che hanno prodotto il cambio delle domande della gente e, di conseguenza, il suo posizionamento. Non sa se vi ha risposto, ma sa di averle prese sul serio. Ha constatato che anche la gente gli ha insegnato molte cose, specie quelli che chiacchieravano di meno e volevano essere più discepoli che maestri.

È contento di aver guardato ai superiori con rispetto e sovente anche con amore, tenendo sotto controllo la tentazione della contestazione o della piaggeria. Comprende le loro difficoltà, anche se in cuor suo li vorrebbe più creativi. Non gli dispiace di non avere fatto carriera. Sorride di fronte al carrierismo, una forma di compensazione tipica anche tra gli apostoli. È lieto d'aver coltivato l'amicizia con i suoi confratelli e l'allegria con gli amici. E li raccomanda allo Spirito che rinnova la faccia della terra, perché rinnovino il futuro.

Guardando alla società, che procede per la sua strada, è ammirato per la sua straordinaria capacità di gestire la complessità, grazie alla crescita delle competenze e dell'organizzazione. Ma si rende conto che l'uomo diventa sempre più fragile: senza un fondamento e una meta riuscirà a evitare d'essere schiacciato dall'opera delle sue mani?

Trepida per il futuro dei giovani. Ma ripete loro: "Non abbiate paura di Cristo". Vede con chiarezza e infinita gratitudine che "tutto è grazia", anche l'essere stato conservato nel santo servizio e prega per chi ha iniziato con lui e non ha continuato. S'accorge che ormai ogni sua riflessione e preghiera è triangolare: Dio, lui, la sua gente. Dio e la gente sono stati la sua vita. Un trio ormai indissolubile, anche oltre il tempo. Si attende solo che Dio lo accolga con la sua gente, per vivere sempre assieme.


* Consultore della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica


Fonte Vatican.va

18 commenti:

Caterina63 ha detto...

....da ieri che ho letto l'articolo on-line dall'OR, stamani sono andata a comprare il giornale per leggere meglio e meditare perchè a prima lettura e già dal titolo, il mio sesto senso (sensum fidei per dirla con l'aquinate) i conti non mi tornavano....ma oggi, Festa del Cuore di Gesù mi ero ripromessa di evitare a me stessa malumori....

L'articolo mi ha messo subito a disagio...la prima domanda inquietante è stata: perchè quel titolo?
è forse un invito a dei modelli in risposta alle ordinazioni della FSSPX in questi giorni in prima pagina?
Si vuole difendere la CREATIVITA' della formazione di NUOVI sacerdoti nati da una NUOVA Chiesa?
Perchè anche volendo scacciare ogni malizia, il senso di NUOVO ritorna prepotente nell'articolo anche se non lo dice apertamente....

Il Sacerdote del post-concilio (termine per altro che NON piace allo stesso Pontefice) assumerebbe così la visione di una NUOVA CHIESA diversa da quella del passato...non ci vuole malizia per giungere a queste conclusioni ^__^
ti ci conduce il testo per mano dove si legge anche:

"Alcuni confratelli abbracciavano con entusiasmo la politica per risolvere tanti problemi, a partire da quello dei poveri. In questo trionfo della politica il nostro santo prete si sentiva piuttosto a disagio: la riforma delle strutture, pur necessaria, non pareva talvolta sostitutiva della riforma del cuore richiesta dal Signore?"

No, scusate...ma prima del Concilio il sacerdote NON si occupava dei poveri?
E chi ha fondato gli Ospedali, chi si è preso cura DEGLI ORFANI E DELLE VEDOVE? chi ha aperto Collegi ed Istituti? chi ha aperto e fondato Missioni?
Il prete di prima era forse solo e chiuso nella sua canonica?
Ma stiamo scherzando?!!

Il prete del "post-concilio" sarebbe così il vero samaritano, peccato però che in molti casi egli NON creda più nella Presenza Reale, compie abusi nella Messa, NON sta più a fare l'Adorazione Eucaristica, non prega più il Rosario...NON STA PIU' NEL CONFESSIONALE...e se ci sta assolve i penitenti senza pentimento e distribuisce la Comunione a chi ha abortito e non si è pentito e ai divorziati e conviventi...tutto naturalmente per: NON GIUDICARE E NON SARETE GIUDICATI come dice nell'articolo...
confondendo però a cosa si riferisse il Cristo...
non certo alla giustificazione del peccato senza più pentimento e conversione...

Inoltre l'articolo appare davvero stonare con la stessa Lettera del Pontefice ai Sacerdoti dalla quale il modello che offre è il Santo Curato D'Ars...l'opposto del modello del sacerdote post-concilio e senza, naturalmente, fare di tutt'erba un fascio perchè è fuori dubbio che sacerdoti santi li abbiamo anche oggi, ma non perchè c'è stato un Concilio CREANDO UN NUOVO MODELLO, semplicemente in virtù di un santo impegno mantenuto da molti di loro...

Cristo è IERI, OGGI E SEMPRE, così il Sacerdote che nel Cristo ha il suo Modello unico ed immutabile...
Che alcune cose poi cambino è ovvio, il sacerdote non viene da un altro mondo, ma è figlio della società che vive con tutti i pregi e i difetti del momento, ma è proprio LA SANA TRADIZIONE E IL MODELLO UNICO che fa del Sacerdote ciò che deve essere e non ciò che deve diventare PER PIACERE AL MONDO...
^__^

L'OR da che parte sta? perchè non si limita ad aiutare il Sacerdote a riscoprire LA SUA VERA IDENTITA' attraverso il Magistero della Chiesa? da quando in qua le OPINIONI personali, senza citazioni magisteriali, possono diventare un testo "magisteriale" solo perchè a firmarlo è una Congregazione?

Fraternamente CaterinaLD

Areki ha detto...

Brava Caterina! Se non ci fosse una Caterina... bisognerebbe inventarsela!

xyz ha detto...

Benedetto XVI nell’omelia dei Vespri ad apertura dell’Anno sacerdotale:
“Come dimenticare che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in “ladri delle pecore” (Gv 10,1ss), o PERCHÉ LE DEVIANO CON LE LORO PRIVATE DOTTRINE, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare”.
A qualcuno saranno fischiate le orecchie …

inopportuno ha detto...

Il prete post-conciliare no è un mostro come lo dipingete; è uno che si è fatto un mazzo così di fronte al mondo che è cambiato davvero.
I canti erano brutti; forse, ma qui ha ragione Melloni: meglio un brutto che ti fa stare vicino a Dio che un bello che ti allontana.
E poi: bello era? Buono era? Le ninfette che ispirano tanti vip odierni canterebbero forse “al tuo pie’ Maria diletta, vengan tutti i figli tuoi, cara Madre il dono accetta dell’amante nostro cor” (l’unica cosa che capirebbero al volo è il “dono dell’amante”) e neppure canterebbero “o Madre datemi un’alma pura, del ciel mostratemi la via sicura”; come “mira il tuo popolo, bella Signora” lo penserebbero rivolto alla De Filippi in Costanzo …
La Parola e il Pasto: riscoperta meritoria del Concilio; no protestantesimo ma fedeltà alle cose così come sono, prima delle superfetazioni teologiche (l’uno e l’altro sono direttamente e solidarmente implicati nel mistero pasquale).
La scelta per i poveri: con chi bisognerebbe stare:
con Marcinkus?
con gli affamatori, gli speculatori e i videocrati?
che preti sarebbero stati se avessero annunciato Mammona?

lollarda ha detto...

Il prete post-conciliare è semplicemnte un uomo che si è reso conto di una cosa: che Gesù non ha mai istituito un clero così come si è andato costituendo nei primi tre secoli dell’era cristiana.
Infaatti quando, in Mt. 6,5-6 afferma che “quando pregate non siate come gli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per farsi notare dagli uomini… Ma tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera e, serratone l’uscio, prega il Padre tuo che sta nel segreto…” non fa altro che
rivelare il superamento stesso del sacerdozio
come istituzione sacra legata a un luogo di culto; per Gesù non c’è più bisogno della figura del sacerdote, intesa come mediatore tra l’uomo comune e Dio e la preghiera, il momento più alto della comunicazione tra l’uomo e il suo Creatore, può essere diretta e non più mediata dall’intercessione del sacerdote, preposto all’amministrazione del culto: niente è stato più radicale di ciò nel suo annuncio.
Il prete postconciliare ha tentato di tradurre in modo non dirompente questa consapevolezza.

spanuf ha detto...

Ci fermiamo sempre molto sulle parole (“Questo è il mio corpo…”, “Questo è il mio sangue…”) e poco su cosa il Signore vuole dai suoi discepoli. Gesù parla di comunione tra i suoi amici. Insegna ad essere un corpo solo e di distinguersi nella capacità di perdonarsi e sostenersi.
Quando pensiamo al Corpo di Gesù non possiamo pensare solo al tabernacolo: il segno sacramentale della presenza di Gesù non si esaurisce li, ma si realizza nel Corpo che è la comunità dei cristiani e anche di tutti gli uomini.
tante volte la nostra preoccupazione riguardo la Messa è tutta sul Pane e sul Vino consacrati, mentre poca attenzione viene data al Corpo di Gesù che è la comunità che sta celebrando. Nella nostra mentalità si è molto radicata una concezione di Messa come fatto personale, quasi magico, con Dio che possiamo “toccare” nella particola che riceviamo alla comunione.
Il Corpo prima di tutto è la comunità che celebra Gesù. Come venero il Pane consacrato, così devo venerare la sorella e il fratello che ho vicino, o anche chi non ho vicini fisicamente, ma che come me fanno parte della stessa fede e della stessa umanità, anche se sono dall’altra parte della terra: quando Gesù ha fatto l’eucaristia ha curato di formare una comunità unita.
Se un non-cristiano entra nelle nostre messe coglie il senso di unità e il desiderio di comunione reciproca? o penserebbe che la messa sia solo una devozione dei singoli che si trovano li insieme per caso?

La messa non è un fast-food individuale e veloce, ma una Santa Cena di famiglia, dove attorno all’unica mensa sacrificale si celebra la comunione con Dio e tra di noi.
Davvero troppe volte le nostre comunità sono lacerate da invidie, gelosie, manie di protagonismo… e dimenticano che il servizio porta all’unità a cui Gesù ci insegna a tendere!
Che il pane ed il vino, ci insegnino l’amore per la verità perchè ogni nostra comunità possa crescere come segno di unione e testimonianza nel mondo!

don concilio ha detto...

Sembra che non ci si ricordi nulla di quello che avveniva nella società preconciliare, della crisi che già era in corso nella Chiesa, una crisi chiara e ineludibile, ma ora c’è il Concilio Vaticano II come vittima sacrificale, a cui attribuire tutte le colpe di disfunzioni che in realtà hanno origini preconciliari.
Ad esempio la pedofilia dei preti o la doppia morale che segnava tanta parte di mondo cattolico o clericale, l’epoca in cui la donna stava a casa ad accudire i figli, aspettava il marito cattolico, che (talvolta…) prima di rientrare era passato in qualche bordello (per tanti giovani cattolici) la “casa chiusa” era il rito di passaggio alla maturità. Oppure l’appoggio alle guerre di Stato o alla pena di morte, o agli stigmi sociali? Quanti milioni di morti nell’Europa dalle radici cattoliche, grazie alla violenza di uomini cristiani nel secolo XX?
Eppure molti avevano parlato invano.
Rosmini, nel XIX secolo, scriveva il libro: “Le cinque piaghe della santa Chiesa“.
Nel 1901, il cardinale Capecelatro, nella lettera pastorale per la Quaresima, diceva: “una mescolanza di vita pagana con qualche esterna pratica di religione”(…) “No, non è questo il Cattolicismo vero, non è questa la religione, che Gesù Cristo ci ha data, morendo con infinita carità su la Croce per noi; ma è, se m’è lecito così esprimermi, una religione tutta umana, un corrompimento della religione vera, e una mescolanza di paganesimo e di superstizione”.
Nel 1947, l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Suhard nella lettera pastorale per la Quaresima 1947, “Essor ou déclin de l’Eglise” con chiarezza guardava in faccia la realtà.
Nel 1958, l’ arcivescovo di Milano, Montini, affermava: “dobbiamo riconoscere che grandissima parte dei nostri fedeli sono infedeli; che il numero dei lontani supera quello dei vicini e che il nostro raggio pastorale, in molte parti, va restringendosi.”(Prolusione alla VIII Settimana di aggiornamento pastorale, 1958).

Il solo scopo delle polemiche tradizionalistiche è di perseguire una politica clericale contro la lettura dei segni e la comprensione di quei segni che sono seguiti al Fatto del Concilio Vaticano II, che ha segnato in modo definitivo la perdita progressiva di un sacro fatto di orpelli e ornamenti volti solo a celebrare un potere sulle coscienze delle persone e i conseguenti privilegi ancora duri a morire.
Il “relativismo”e il “secolarismo” sono figli di una normale azione/reazione al tanto formalismo religioso/morale e “doppia morale” in cui annegava tutta la società nel mondo occidentale.
I seminari non sono scaduti dopo il Concilio: cosa accadeva prima del Concilio nei seminari? cosa si insegnava nei seminari? A cosa preparava la formazione nei seminari? A incarnare la Parola di Dio nei tempi che venivano? A usare il Vangelo come luce per districarsi nelle enormi contraddizioni umane?

La Redazione ha detto...

Aprrezzando il tenore e il llivello di questi interventi una precisazione si rende necessaria: nel nostro commento all'articolo di don Cabra non intendevamo certo misconoscere il lavoro del sacerdote che ha vissuto il suo ministero nelle difficoltà degli ultimi 40 anni, anzi. Era in questione la celebrazione dell'articolo di una figura del cosiddetto "post-concilio" messa quasi in contrapposizione con quella del "pre-concilio". Una dicotomia sociologica, come d'altronde è questa, l'ammettiamo, ma non certo teologica. Una sola cosa è ci è chiara in questa discussione: nella Chiesa non c'è stata una mitica età dell'oro prima del Concilio così non c'è stata una sola, enorme decadenza nel post-concilio: il Concilio Vaticano II non solo non dev'essere vittima sacrificale ma non deve essere continuamente considerata come lo spartiacque della Chiesa.

La Redazione ha detto...

"Il prete post-conciliare è semplicemnte un uomo che si è reso conto di una cosa: che Gesù non ha mai istituito un clero così come si è andato costituendo nei primi tre secoli dell’era cristiana." (Lollarda)

Contrapporre la chiesa di Gesù Cristo a quella di San Paolo e poi magari a quella di Costantino dopo il IV secolo è un esercizio fine a se stesso che non tiene conto che la Chiesa è dello Spirito Santo, ed è Lui a garantire che la Volontà Divina si applichi nella Sua Sposa.

Caterina63 ha detto...

inopportuno ha detto...
Il prete post-conciliare no è un mostro come lo dipingete; è uno che si è fatto un mazzo così di fronte al mondo che è cambiato davvero.


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come al solito....girovaghi nei Blog senza leggere quel che è stato scrito ma alimentando inutili polemiche: chi ha dipinto il prete di oggi come un mostro?
dal canto mio leggi attentamente il finale del mio intervento...e semmai l'articolo fa il contrario: dipinge come degli alieni il sacerdote prima del Concilio come se il Concilio fosse stata una sorta di bacchetta magica...
ma per piacere...cerchiamo di collegare il cervello alla tastiera (ossia leggere meglio) prima di accusare gli altri...

eh!

Caterina63 ha detto...

lollarda ha detto...
Il prete post-conciliare è semplicemnte un uomo che si è reso conto di una cosa: che Gesù non ha mai istituito un clero così come si è andato costituendo nei primi tre secoli dell’era cristiana.

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due sono le cose:
- o sei protestante che viene qui a provocare inutilmente vista la cultura dottrinale inesistente a tal proposito;
- oppure stai accusando il Santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney proposto a MODELLO del sacerdote di IERI, OGGI E SEMPRE con il Papa che tale l'ha riconosciuto sottolinenando la figura del Clero e indicendo l'Anno Sacerdotale...

delle due una...non si scappa...

se non ti aggrada ciò leggere un pò di encicliche citate dal Pontefice fa bene e aiutare a non navigare nell'ignoranza...

La Redazione ha detto...

"Il Corpo prima di tutto è la comunità che celebra Gesù. Come venero il Pane consacrato, così devo venerare la sorella e il fratello che ho vicino, o anche chi non ho vicini fisicamente, ma che come me fanno parte della stessa fede e della stessa umanità, anche se sono dall’altra parte della terra: quando Gesù ha fatto l’eucaristia ha curato di formare una comunità unita."

Ci sembrano affermazioni incaute: l'Eucarestia come vera e reale Presenza si adora nella Verità; quella di Cristo nei Fratelli è una presenza solo significata che si venera nella Carità.

Con questo non si esclude, anzi si ribadisce, che il termine del Sacramento Eucaristico sia proprio l'opera di comunione e di unità che i fedeli devono tradurre nella Comunità ecclesiale. Ma questo è uno sforzo possibile in virtù della Grazia del Sacramento, e pertanto vi è una priorità della contemplazione sull'azione. Prima individualmente si diventa come Cristo, poi si agisce comunitariamente come come Cristo. Agere sequitur esse.

Caterina63 ha detto...

don concilio ha detto...
Sembra che non ci si ricordi nulla di quello che avveniva nella società preconciliare, della crisi che già era in corso nella Chiesa, una crisi chiara e ineludibile, ma ora c’è il Concilio Vaticano II come vittima sacrificale, a cui attribuire tutte le colpe di disfunzioni che in realtà hanno origini preconciliari.

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veramente è esattamente il contrario....l'articolo santifica i sacerdoti di oggi ignorando i sacerdoti del passato...
ha sbagliato il Papa a non dare come modello per l'Anno Sacerdotale un don Vitaliano o un don Galli, preferendo un modello SANTO ED ETERNO DELLA CHIESA nel santo Curato d'Ars?
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Chi ha fondato gli ospedali e gli orfanatrofi?
Chi ha fondato le opere caritative? non furono quei sacerdoti DI SEMPRE DELLA CHIESA UNA E SANTA E CATTOLICA?
Perchè cercare a tutti i costi UN NUOVO MODELLO DI PRETE DEL POSTCONCILIO?

Non so se lei è un "don" davvero, la caratteristica dei contestatori è quella di rimanere sempre nell'anonimato o di scegliersi nik provocatori...^__^
ma NESSUNO HA ACCUSATO QUI IL CONCILIO....questo modo di interagire, accusando di voler contestare il Concilio è di una disonestà senza limiti che fa perdere sempre il cuore vero del problema e mette in cattiva luce la stessa Riforma di Benedetto XVI...

Quale interesse si cela dietro questo atteggiamento che vuole continuare a dividere la Chiesa prima e dopo del Concilio quando il Pontefice con il Santo Curato d'Ars sta cercando la continuità della Chiesa e del Sacerdozio Ordinato?

Caterina63 ha detto...

spanuf ha detto...


La messa non è un fast-food individuale e veloce, ma una Santa Cena di famiglia

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ma per piacere!!!!
san Paolo ammonisce: CHI HA FAME MANGI A CASA SUA!!!
la Santa Cena è la messa (nel termine e nella dottrina) definita dal Protestantesimo, se la Chiesa l'ha sempre definita SANTA MESSA un motivo ci sarà non crede?

lei dice:

"Il Corpo prima di tutto è la comunità che celebra Gesù. Come venero il Pane consacrato, così devo venerare la sorella e il fratello che ho vicino, o anche chi non ho vicini fisicamente..."

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è ambiguo e pericoloso...
c'è un Corpo che è l'assemblea e c'è IL CORPO che è la Presenza reale di Gesù nell'Eucarestia le due cose sono associabili ma BEN DISTINTE...il mio amare il Prossimo è una cosa, amare l'Eucarestia è un altro tipo di rapporto, certamente entrambi devono fondersi nella pratica ma non devono estinguersi...

Il Corpo NON è dunque "PRIMA DI TUTTO! la comunità, ma è nella Comunità che mi confronto con questo CORPO CHE LUI UNISCE...non è la comunità che ci unisce ma l'Eucarestia acquisita attraverso le Norme della Chiesa...
Altrimenti non ci sarebbe nessuna differenza frequentare una comunità cattolica o una comunità protestante...dal momento che essi fanno leva sulle parole del Cristo: dove sono unite due persone nel mio nome, io sono li....
ebbè!!

Il Pane Consacrato è ADORATO non semplicemente venerato...e di fatti noi NON adoriamo nello stesso modo il prossimo nè un santo...la differenza è talmente enorme che ha dato origine al protestantesimo...

Se non erro di recente il Papa stesso ha spiegato questi particolari, appena trovo il passo lo citerò qui...

spanu f ha detto...

E' meglio leggere Xavier Leon Doufur "Condividere il pane eucaristico".

Anonimo ha detto...

Quel libro è praticamente l'esposizione furbescamente curiale di quanto dicono con improntitudine Inopportuno, Lollarda, DonConcilio e SpanuF.

Caterina63 ha detto...

....bè dipende da come lo si vuole interpretare...^__^
l'esposizione FURBASCAMENTE, appunto, esposta da questi interlocutori è una strumentalizzazione di fatto della Riforma indetta dal Concilio con la volontà decisa di creare una nuova Chiesa con NUOVI MODELLI DI SACERDOTI, nuovi modelli di Liturgia....NUOVA FORMA DI EUCARESTIA....il testo di Xavier non arriva a questo, ma molti ce l'hanno fatto arrivare...
Come a dire che, alla fine dei giochi, proprio quelli che intervengono perchè si definiscono "don concilio" o difensori di esso, in realtà lo imbastardiscono loro stessi...

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Irriverente ha detto...

Inopportuno ha detto:

canti erano brutti; forse, ma qui ha ragione Melloni: meglio un brutto che ti fa stare vicino a Dio che un bello che ti allontana.
E poi: bello era? Buono era? Le ninfette che ispirano tanti vip odierni canterebbero forse “al tuo pie’ Maria diletta, vengan tutti i figli tuoi, cara Madre il dono accetta dell’amante nostro cor” (l’unica cosa che capirebbero al volo è il “dono dell’amante”) e neppure canterebbero “o Madre datemi un’alma pura, del ciel mostratemi la via sicura”; come “mira il tuo popolo, bella Signora” lo penserebbero rivolto alla De Filippi in Costanzo …

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Meglio un bello che sia bello, e dite a Melloni di non confondere certi canti devozionali con tutta la grande tradizione musicale della Chiesa che il Concilio ha mandato alle ortiche.
Bisognerebbe sapere di cosa si sta parlando, prima di "pontificare"