martedì 5 maggio 2009

Reggio Emilia: fiat, sed nihil sine episcopo. E così parte la sperimentazione.

Nella Diocesi emiliana che vide uno dei primi e più bei esempi di entusiasmo giovanile per il Summorum Pontificum, quando il ciclo di Conferenze di Correggio lo scorso anno coinvolse serenamente un'intera vicaria di Parrocchie, anche il suo Vescovo si esprime pubblicamente. Nella lettera parla di "esperienza diversa", ma certamente della medesima Chiesa, e chiede che sia "nihil sine episcopo" poichè "ogni vescovo è il moderatore della liturgia nella propria diocesi " (SC 22). Ineccepibile monito, fatto salvo il diritto. Finchè, cioè, egli sarà "una cum Petro", perchè "per queste persone avere l’amore e la tolleranza di permettere di vivere con questa liturgia, sembra un’esigenza normale della fede e della pastorale di un Vescovo della nostra Chiesa" (Benedetto XVI). Nihil sine episcopo, sed una cum Petro.



ADRIANO CAPRIOLI
per Grazia di Dio e della Sede Apostolica
Vescovo di Reggio Emilia e Guastalla


APPLICAZIONE IN DIOCESI
DEL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM

Avvio per la sperimentazione




Finalità

È noto che il principale intento di Benedetto XVI, con il Motu Proprio Summorum Pontificum sulla “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970” (del 7 luglio 2007), è quello di giungere alla riconciliazione interna alla vita della Chiesa Cattolica, in coerenza con la scelta del suo stesso nome “Benedetto”. Riferendosi infatti al predecessore degli inizi del Novecento, il Papa Benedetto XV, grande artefice di pace, l’attuale Sommo Pontefice ha detto di volere vivere un pontificato di riconciliazione e di pace nella Chiesa e nel mondo.

Al tempo stesso, l’intento è quello di evitare che venga messa in dubbio e intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e la promozione del rinnovamento, liturgico compreso, avviato dal Concilio stesso, che non a caso aveva iniziato con la Costituzione Sacrosanctum Concilium (= SC) proprio in tema di liturgia, “culmine e fonte di tutta l’azione della Chiesa” (SC 10).

Destinatari

Direttamente destinatari del Motu Proprio sono anzitutto coloro che sono rimasti profondamente e stabilmente legati alla forma precedente — ora straordinaria — dell’unico Rito Romano.

Come si esprimeva lo stesso Santo Padre, sabato 13 settembre 2008, nell’intervista concessa ai giornalisti sul volo diretto a Parigi — in risposta alla domanda su “che cosa dire a coloro che in Francia temono che il Motu Proprio segni un ritorno indietro rispetto alle grandi intuizioni del Concilio Vaticano II e in che modo rassicurarli”:
"è una paura infondata perché questo Motu Proprio è semplicemente un atto di tolleranza, ai fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia. È un gruppo ridotto poiché presuppone una formazione in latino, una formazione in una certa cultura. Ma per queste persone avere l’amore e la tolleranza di permettere di vivere con questa liturgia, sembra un’esigenza normale della fede e della pastorale di un Vescovo della nostra Chiesa. Non c’è alcuna opposizione tra la liturgia rinnovata del Concilio Vaticano II e questa liturgia”.

Indirettamente, secondo il Card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione e primate di Francia, il Motu Proprio di Benedetto XVI è rivolto anche alle comunità cristiane che, celebrando la Messa e la liturgia secondo la Riforma liturgica del Vaticano II, vengono confermate nell’uso del Messale promulgato da Paolo VI come “forma ordinaria”, senza indulgere nelle celebrazioni a quegli arbitrii, che purtroppo non sono mancati e che oscurano la ricchezza spirituale e la profondità teologica del Messale (attualmente in editio typica III e in fase di traduzione presso la Conferenza Episcopale Italiana).

È quanto i Vescovi italiani raccomandano negli Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, al n. 49 (le sottolineature sono mie):
"Nonostante i tantissimi benefici apportati dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana. Si constata qua e là una certa stanchezza e anche la tentazione di tornare a vecchi formalismi o di avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare. Pare, talvolta, che l’evento sacramentale non venga colto. Di qui l’urgenza di esplicitare la rilevanza della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso l’edificazione del Regno… Serve una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”.

Condizioni

“Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa”: così si esprime il Motu Proprio art. 5 § 1.

Formazione liturgica

È lo stesso Papa Benedetto XVI che nella Lettera ai Vescovi di accompagnamento della pubblicazione del Motu Proprio raccomanda:
“L’uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altra non si trovano tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità dei fedeli”.

Adattamento dei testi

Spiega ancora il Papa nella Lettera ai Vescovi:
“Nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi”. Analogamente si potrebbe e si dovrebbe prendere in considerazione l’adattamento di altre parti del Messale del 1962, quali il Lezionario e la sua proclamazione in lingua italiana (cf. art. 6 del Motu Proprio), dato che alla vigilia del Concilio e — come spiega ancora il Papa ai Vescovi — “al momento dell’introduzione del nuovo Messale, non è sembrato necessario emanare norme proprie per l’uso possibile del Messale anteriore”.


Partecipazione attiva

Si tratta di un criterio che deve essere mantenuto anche per l’eventuale celebrazione secondo la sua “forma extra ordinaria”, tanto più che anche le modifiche al Messale detto di “Pio V”, introdotte nell’edizione del 1962, erano orientate proprio a favorire la partecipazione attiva dei fedeli.

A proposito di tale partecipazione attiva, dal momento che ogni tanto si sostiene che la si potrebbe intendere come “attiva” anche se fosse puramente interiore — il che in linea di principio non si può negare —, va sottolineato però che la riforma conciliare intese esplicitamente favorire e propiziare come partecipazione anche quella “sensibilmente” attiva, com’è del resto nella natura della liturgia.

Così, parlando dell’Eucaristia, il Concilio osserva che
la Chiesa volge attente premure affinché i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (SC 48)

Il compito dei ministri

“I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti”, recita il Motu Proprio all’art. 5 § 4. Sembra opportuna una certa attenzione anche per quanto riguarda il ministro chiamato a presiedere l’eventuale celebrazione secondo la “forma extra ordinaria”. Non ci si improvvisa celebranti secondo un rito che non si conosce e che, per di più, comporta un’esperienza di Chiesa diversa da quella per la quale si è stati formati, e nella quale si vive globalmente il proprio ministero.

Il compito del Vescovo diocesano

“In conclusione, cari confratelli — scrive il Papa — mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni vescovo infatti è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cf. SC 22). Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio”.

A questo scopo vale un principio che dovrebbe essere accolto con disponibilità dai presbiteri: “Nihil sine episcopo”. Anche se il Motu Proprio ne lascia la possibilità, non si prendano decisioni in questa materia — almeno per quanto attiene alla sfera liturgica pubblica — senza avere prima consultato il proprio Vescovo e con la piena disponibilità a stare a ciò che il Vescovo deciderà nel quadro del bene di tutta la Chiesa particolare.

Disposizioni pratiche

Dopo aver consultato a questo scopo diversi fedeli e in particolare avendo sentito i Vicari Foranei, dispongo che nella nostra Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla si proceda in questo modo:

1) sia celebrata l’Eucaristia con il rito straordinario secondo il Messale Romano del 1962, la prima domenica del mese alle ore 16.00, nella chiesa parrocchiale di Mancasale;

2) incarico come presidente celebrante il rev. Mons. Carlo Pasotti, Canonico Penitenziere della Cattedrale e parroco della Parrocchia di S. Silvestro in Mancasale;

3) la celebrazione dovrà essere animata da un gruppo che garantisca il servizio liturgico, il canto, la sussidiazione;

4) si potrà utilizzare la lingua italiana per le letture, come previsto, e si dovranno tenere gli stessi giorni di precetto dell’attuale ordinamento generale della liturgia; se i giorni sacri sono trasferiti alla domenica ciò deve essere seguito anche nelle celebrazioni con rito straordinario (come stabilito dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei nel 2008);

5) la celebrazione nei primi tempi dovrà essere preceduta da una breve catechesi che introduca i fedeli al rito, ottenga la loro fruttuosa e attiva partecipazione, li istruisca riguardo al valore del Concilio Vaticano II, provveda che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria delle parrocchie sotto la guida del Vescovo, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa;

6) la celebrazione del Rito straordinario inizierà la prima domenica di giugno 2009, Festa della SS. Trinità.

Affido alla intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e di San Giuseppe, suo Sposo, queste disposizioni perché siano accolte dai fedeli “con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi”, nella fiduciosa attesa che è “Dio a suscitare in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (cf. Filippesi 2,12-13).

Reggio Emilia, 19 marzo 2009, Solennità di S. Giuseppe, patrono universale della Chiesa.

+ Adriano, Vescovo


***

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Fonte Giornale di Reggio, 30 Aprile 2009. Grazie a R.B. per la collaborazione.

14 commenti:

Anonimo ha detto...

Positivo: la S. Messa.
Per il resto tanta voglia d'indulto, di porre limiti all'infinito Amore di Dio, di chiedere a certi fedeli cose che non ci si sogna di chiedere a chi è considerato "normale" o ordinario.
Coraggio: la straordinarietà costa sacrifici!
A.H.

Ildefonso ha detto...

Ma... mi sembra di vedere in effetti la volontà di limitare e minimizzare la questione. E poi alcune di queste disposizioni mi sembrano assurde. Cosa vuol dire che prima della Messa i fedeli debbono essere istruiti riguardo al valore del Concilio Vaticano II? Ma cosa c'entra questo? E perchè allora i fedeli non vengono istruiti sul valore anche di tutti gli altri concilii?

Anonimo ha detto...

Questo vescovo applica (e male) l'indulto del 1984. Dico male perchè non è stato neppure generoso, concedendo una sola domenica al mese. Altro è un sacerdote novello del rito, che inizia gradualmente, altro è un vescovo, che dovrebbe applicare le norme del motuproprio secondo la richiesta fatta dai fedeli.

Ildefonso ha detto...

Non mi pare affatto corretta l'interpretazione restrittiva per i sacerdoti "Nihil sine episcopo"... in questo modo di fatto si restringe quella libertà che il Santo Padre ha voluto dare ai sacerdoti e soprattutto ai parroci circa la possibilità di stabilire nelle parrocchie anche una celebrazione domenicale nella forma straordinaria. Insomma queste disposizioni episcopali sono inutili e lesive della giurisdizione universale del Santo Padre e della libertà dei sacerdoti e dei fedeli di aderirvi. Consiglio ai fedeli di fotocopiare il tutto e di trasmettere alla Commissione Ecclesia Dei....
Un sacerdote Parroco.

ste ha detto...

Se questo vescovo ritiene necessario istruire i fedeli della forma straordinaria sul valore del Concilio Vaticano II vuol dire che è prevenuto in partenza nei loro confronti. Se crede che il rito straordinario presenti dei rischi di incompatibilità col Concilio, e soprattutto se ragiona in termini (sbagliati) di divisione tra Chiesa pre- e post- conciliare (e lo dimostra quando parla di "un’esperienza di Chiesa diversa da quella per la quale si è stati formati, e nella quale si vive globalmente il proprio ministero") allora è proprio lui che favorisce la rottura!
Dovrebbe essere lui e tanti suoi confratelli ad essere istruito sul Vaticano II e sulla sua corretta ricezione! Basterebbe leggere il discorso di Papa Benedetto XVI del 22/12/2005; alla base della cattiva digestione del motuproprio c'è proprio la persistenza di una ricezione ideologica del Concilio, fatta propria da tanti vescovi, dai media, e diffusa capillarmente nel mondo cattolico.

Stefano

Anonimo ha detto...

E' tutto formalmente corretto finchè non vi sia prova contraria. Finchè il Vescovo rispetterà il diritto universale del SP è giusto e conveniente anche confrontarsi con lui che è il Padre della Diocesi. Ciò non può essere un obbligo canonico ma una pura convenienza, dettata dal fatto che non si può prescindere dal Vescovo in liturgia, come dice il Papa stesso. Qualora, e solo allora, si negasse espressamente il diritto, per qualunque pretestuosa ragione, si avocherebbe all'Autorità superiore. Sempre che alla PCED abbiano possibilità di far qualcosa. Nel frattempo non ci si fasci la testa prima di averla rotta. La Messa c'è, di vescovi entusiasti pochi: dimostriamo che il dialogo non si ferma davanti a queste letture minimaliste.

Un Parroco che celebra la forma straordinaria

Anonimo ha detto...

Mah! "Amici sì, ma non perdendo!" dice ancora mia nonna. Non condivido quest'ultimo intervento. D'altro canto non voglio stimmatizzare il fatto che almeno una S. Messa verrà celebrata settimanalmente.
Però a esser tradita da questo intervento del Vescovo è propro la la ratio del motu proprio SP: tutti possono chiedere il venerabile rito antico, tutti i sacerdoti lo possono celebrare e le condizioni sono già chiare nel testo normativo; questo è lex specialis rispetto alla giurisdizione dei Vescovi che presiedono al regolare svolgersi di ogni cosa della propria diocesi. Lex specialis derogat generali e soprattutto la norma secondaria che il Vescovo in questione ha emanato non è meramente applicativa di quella superiore ma per certi aspetti ne è contraria.
Credo che questo marpione (detto con licenza e rispetto) stia depotenziando il motu proprio SP addomesticandoselo ad un blando indulto.
E poi è umiliante e stimmatizzante per i fedeli che si vogliano accostare alla forma straordinaria (in genere molto istruiti o per lo meno consapevoli) sottostare a indottrinamenti preventivi; lo vadano a fare a chi frequenta il novus ordo e gli spieghino cos'è il venerabile rito, semmai (ma forse sarebbe bene spiegare ai fedeli sempre più ignoranti cosa sia la Messa in generale). Ed ancora che cosa vuol dire istruire circa il Vaticano II? c'è un "catechismo" che si riferisca a questo evento della Chiesa? E' chiaro che si vuol controllare, frenare, vessare, schiacciare i laici: questo è molto clericale e -se vogliamo- proprio anticonciliare!
A.H.

daniele g. ha detto...

Lì parla di messa mensile, non settimanale... Per concedere ciò che è un diritto c'è bisogno di imbrattare così tanta carta? Non bastava una nomina?

ste ha detto...

Vorrei aggiungere che in tutti i vari tentativi di "addomesticare" il motuproprio (e quello di Reggio Emilia è certamente ben lontano dal palese "indulto pisano" di Mons. A.Plotti, felicemente emerito) l'aspetto più odioso è il clima di sospetto "anticonciliare" verso i fedeli che frequentano la forma straordinaria. Se proprio vogliamo essere coerenti facciamoli questi esametti sulla Sacrosantum Concilium anche a chi frequenta la forma ordinaria (soprattutto a catechisti e "animatori"). Ne vedremo delle belle...

Stefano

arcicantore ha detto...

L'ennesimo colpo di mano del solito vescovo locale per gestire il "problema" Messa Tridentina:
concedendola come Messa dell'Indulto, facendo mille e mille "distinguo" riguardo al Vaticano II, al Novus Ordo Missae, ecc. ecc.

I vescovi temono questa Messa, cosi' si premurano di varare norme per limitare, o peggio, contraddire le intenzioni del Pontefice, che non ha posto condizioni, postille e quant'altro nel suo MP.

Attendiamo che questi papaveri se ne vadano in pensione, la Chiesa ne trarra' giovamento.

Ildefonso ha detto...

Pare che ci siano due Ildefonsi...

Anonimo ha detto...

Tutto bello e positivo, ma dopo il motu proprio non serve più il permesso del vescovo...e poi era necessario tutto questo pizzone per autorizzare la celebrazione di una messa?poi sempre confuso come al solito...sarà una volta al mese o alla settimana?ben venga la messa in rito straordinario anche a reggio emilia ma finiamola con sti permessi.

Andreas Hofer ha detto...

Un decreto vergognoso - ed è dir poco - che male interpreta il Motu Proprio papale e con la chiara volontà di nuocere ai fedeli richiedenti in pienoi diritto il rito antico, ai quali il vescovo non dispensa carità, ma malsopportazione. Eccellenza, si sottometta al Papa, prima di chiedere assurde condizioni ai suoi fedeli!!

Anonimo ha detto...

Forse pensa di essere di Rito Ambrosiano! :&