venerdì 22 maggio 2009

NAS/ Un percorso di fede nell'architettura sacra.

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di LC

100 anni fa, il Cardinal Ferrari consacrava la chiesa di S. Maria delle Grazie al Naviglio, a Milano. Nel contesto dei festeggiamenti per il centenario della chiesa, il 10 maggio scorso, ho avuto modo di condurre il pubblico, tra cui molti parrocchiani, in un percorso di lettura della chiesa: arte, architettura, arredi, ogni elemento parla della fede cristiana.

Questo momento fa parte dell’iniziativa più ampia “I Centenari” che l’Associazione Cardinal Ferrari, storica associazione di Milano con cui collaboro, sta portando avanti per fare memoria di questo grande vescovo della diocesi ambrosiana. Iniziativa avviata l’anno scorso, questa è circa la decima chiesa in cui l’associazione interviene. Il Cardinal Ferrari, dal 1894 al 1921, ha consacrato 280 chiese.

Metto qui di seguito il canovaccio del percorso fatto il 10 maggio 2009; percorso che ovviamente cambia per ogni chiesa e che, in ogni caso, non supera mai i 30 minuti.


S Maria delle Grazia al Naviglio

Facciata Maria Grazie Naviglio


Chiesa di S. Maria delle Grazie al Naviglio – Milano

Cento anni fa, è stata costruita questa chiesa. Ed è stata edificata in un modo che non fosse solo funzionale, che non servisse solo a delle necessità pratiche (un tetto per ripararsi dalla pioggia, degli spazi dove sedersi e dove deambulare, delle porte per tener fuori il freddo, ecc.), ma è stata edificata in modo che parlasse della fede cristiana. In modo che fosse annuncio.

Infatti, le forme architettoniche di una chiesa, e tutti i suoi particolari, come i quadri, le vetrate, gli arredi liturgici, sono lì perché accompagnano colui che entra, da solo o con la comunità, e indicano un percorso che conduce all’incontro con Dio. L’edificio non parla di se stesso, ma rispecchia la comunità che vi si raccoglie nel suo andare incontro al Signore.

Se guardiamo anche alla parola “chiesa” indica l’edificio fatto di pietra, ma indica anche (e soprattutto) la comunità di fedeli. E nella lettera di Pietro (2,5) è scritto “Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Le pietre dell’edificio, quelle che reggono la struttura, si rapportano ad altre pietre, alle pietre vive, alle persone della comunità di fedeli

Ora, qual è questo percorso che la chiesa come edificio indica alla chiesa come comunità? Ne delineo uno in quattro brevi tappe.

1° momento: entriamo in chiesa, varchiamo la soglia della chiesa

Passando attraverso la porta della Chiesa, entrando in Chiesa, i fedeli costituiscono anche fisicamente una comunità. Una comunità che si unisce nel nome di Cristo. Il segno di croce fatto all’ingresso ricorda anche questo.

interno S Maria Grazie Naviglio

L’aula, qui strutturata con le tre la navate separate dalle colonne di granito rosa di Baveno, esprime un’unirsi, una comunione, ma anche, allo stesso tempo, nella sua lunghezza, un cammino. Abbiamo, quindi, il costituirsi di una unità e l’indicazione di un cammino. E la direzione è data ed esplicitata dall’abside, in particolare dal Crocifisso, qui sottolineato anche dal mosaico fatto con tessere di oro, che diffonde una luce quasi senza tempo.

Quindi anche solo il risalire la chiesa nella sua lunghezza esprime, diventa immagine di un essere in cammino verso il Signore.

Ma la chiesa ci dice molto di più. Ci richiama al fatto che il nostro percorso non rimane isolato ma fa parte di un cammino molto più ampio che si inserisce dentro la storia della salvezza. Storia della salvezza che qui vediamo resa presente dalle vetrate.

vetrate S Maria Grazie Naviglio

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Se iniziamo a guardare dal fondo vediamo ricapitolata tutta la storia, dalla creazione di Adamo ed Eva (Ish e Isha, uomo e donna) e poi Abramo, Mosé, Davide, Rut, Ester, i profeti e altri ancora.

Risalendo la chiesa (che è come risalire la storia) incontriamo poi le vetrate con gli apostoli: man mano che ci si avvicina all’altare, dove c’è il pane e nel vino, dove c’è l’eucaristia, dove si rende presente Cristo, qui abbiamo gli apostoli, i testimoni diretti della vicinanza di Dio tra gli uomini.

Le due vetrate in fondo all’abside fanno riferimento a coloro che continuano oggi a essere testimoni, e si riferiscono specificamente a questa chiesa, a questa comunità: c’è Maria a cui è dedicata questa chiesa, c’è il vicolo delle lavandaie qui sui Navigli, c’è la facciata della chiesa, ci sono persone che ricordano persone e fatti concreti di questa comunità parrocchiale.

2° momento: siamo giunti di fronte al presbiterio

Questo cammino, che abbiamo riconosciuto anche nella struttura della chiesa, non è affidato solo alla comunità, non è solo la persona e la comunità che vanno verso Dio ma è Dio, per primo, che viene incontro.

E qui la chiesa ci mostra come Dio viene incontro.

Al centro, sull’altare, abbiamo subito la sintesi: Dio Padre, lo Spirito Santo (in forma colomba) e Gesù, il Figlio, in croce.

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Abbiamo la SS. Trinità: Dio uno e trino che esprime una perfetta comunione. Lo Spirito Santo posto in mezzo esprime proprio l’agire di questa comunione.

Qui siamo posti davanti al mistero più grande, ma un mistero che non ci esclude, è un mistero che si fa avanti, fino a farsi visibile. Certo rimane ancora profondissimo, inesauribile. Ma allo stesso tempo siamo chiamati a partecipare di questo mistero.

Infatti questo altare è come se ci ricordasse l’affermazione di Gesù “chi vede me vede il Padre”. Il figlio è immagine visibile, è icona del Padre.

Il mistero di Dio si rivela nel Crocifisso, si rivela nell’amore che si dona totalmente.

Dicevamo… Dio viene incontro al cammino dell’uomo. E qui nella chiesa molti elementi ci fanno vedere più in specifico, ci fanno capire più in profondità come questo avviene.

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Innanzi tutto c’è l’ambone, luogo della parola di Dio. Infatti Dio è venuto incontro all’uomo parlandogli: le sacre Scritture riportano proprio quel processo di avvicinamento di Dio all’uomo, quel andargli incontro, quelle parole che lo hanno educato nel tempo, un po’ alla volta, ad avere confidenza con lui.

Qui vediamo due pulpiti, questi anche oggi continuano a sottolineare l’importanza della parola. E ci si avvicina si vede che nel legno sono scolpite scene del Nuovo Testamento e dell’Antico Testamento. Proprio per sottolineare le relazioni feconde del percorso storico, come il Nuovo Testamento illumini l’Antico Testamento, e come l’antico renda comprensibile il nuovo.

E poi c’è l’altare, simbolo di Cristo stesso. Perché Dio non si è limitato a parlare, ma si è fatto uomo lui stesso.

Dio non è rimasto nascosto, ma ha come piegato il cielo per venire incontro all’uomo e alla donna. E non ha solo parlato ma ha agito, ha iniziato una alleanza, una storia della salvezza, ha agito liberando il suo popolo, e si è consegnato a chi lo ascoltava, anzi si è talmente consegnato da farsi lui stesso uomo: il verbo si fece carne. Si è consegnato in tutto, fino a morire.

Gesù è il Verbo incarnato. Scrive un teologo, de Lubac: “Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico”.

3° momento: la libertà davanti all’eterno

Abbiamo visto che Dio viene incontro come Parola e cibo di vita eterna, unite nella persona di Cristo.

Cristo ha condiviso tutto con l’uomo: ha vissuto, ha insegnato, ha pregato, è morto, e con la risurrezione ha testimoniato a quale pienezza di vita è chiamato tutto il creato. Ha testimoniato a nostro favore affinché sofferenza e morte non avessero l’ultima parola.

A questo punto ci troviamo davanti a un’altra, una nuova soglia, non più una soglia di mattoni, ma una soglia che è dentro il nostro cuore, cuore che è chiamato a rispondere in piena libertà a Dio che gli viene incontro nella persona di Gesù. Siamo chiamati a una trasformazione, è il “cuore di pietra che è chiamato a diventare un cuore di carne”.

Trasformazione che non è per niente scontata, che implica attesa e fatica. Ma che sappiamo anche contenere l’esperienza del centuplo ora e fa pregustare la pienezza del Regno dei Cieli.

Come questa chiesa ci parla di questa trasformazione a cui siamo chiamati?

Abbiamo visto che da un lato c’è il cammino dell’umanità verso Dio, dall’altro c’è Dio che viene incontro all’umanità. Qui tra navata e presbiterio è come il luogo di incontro di questo due dinamiche. E tra navata e presbiterio la chiesa si alza: è come se la volta del cielo si aprisse.

Alzando lo sguardo vediamo la forma ottagonale, abbiamo la cupola che appoggia sul tiburio. Abbiamo 8 lati.

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Il numero 8 richiama l’8 ottavo giorno; il numero otto indica il giorno del Signore.

Se il sette è legato ai sette giorni della creazione e quindi alla Legge dell’Antico Testamento, l’otto si riferisce al Nuovo Testamento, al completamento e all’inveramento della legge antica, alla nuova creazione resa possibile dalla venuta e dalla resurrezione di Gesù Cristo. Sette è gia perfetto; otto è la sovrabbondanza della perfezione con Cristo, la sovrabbondanza della grazia.

L’ottagono contraddistingue spesso anche i battisteri proprio perché il battesimo segna l’inizio, ricrea l’uomo nuovo, introduce alla vita nuova, alla rinascita in Cristo. L’ottagono quindi fa riferimento a una trasformazione. A conferma di questo, se guarderete sopra al fonte battesimale vedrete ripetersi anche lì la forma dell’ottagono.

Ora, la cupola ottagonale è come se dicesse che la volta del cielo si apre e si apre per far discendere la pace. All’uomo trasformato in Cristo sia apre la pace, caparra di vita eterna.

E’ una breve preghiera tratta dal Messale che sintetizza tutto in modo mirabile:

Dio dei viventi, suscita in noi

il desiderio di una vera conversione,

perché rinnovati dal tuo Santo Spirito

sappiamo attuare in ogni rapporto umano

la giustizia, la mitezza e la pace,

che l’incarnazione del tuo Verbo

ha fatto germogliare.

4° momento: usciamo dalla chiesa

Tutto questo percorso che abbiamo compiuto può sembrare difficile, astratto, lontano, riservato a pochi. Invece anche questa chiesa, ci dice il contrario.

I santi che possiamo vedere ai lati della chiesa, sulle vetrate, nelle statue sui dipinti, ma anche quelli a cui ognuno può essere legato sono esempi che testimoniano la storia di persone concrete che hanno accolto la parola si sono nutriti di essa, si sono lasciati ricreare dallo Spirito Santo e hanno incarnato la parola nella loro vita a servizio di tutti.

Ecco quindi che prima di uscire possiamo avere come un conforto e un aiuto nel compiere in noi questo percorso che abbiamo fatto.

Come questo avvenga lo ha ricordato anche papa Benedetto XVI a un’udienza di questa estate (20 agosto 2008):

[...] Giorno dopo giorno la Chiesa ci offre la possibilità di camminare in compagnia dei santi.

La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati.

La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali, e non necessariamente è un grande santo colui che possiede carismi straordinari.

Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi “normali” sono i santi abitualmente voluti da Dio. Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo.


Fonte Del Visibile.

1 commento:

thyryp ha detto...

Mi fa piacere che ricordiate il card. Ferrari, perseguitato dagli antimodernisti e invece santo vescovo.
Povera diocesi attuale campionessa degli sbattezzi.

Condivido l'intervento dell'anonimo che scrive: "Ma siamo sicuri che sia ancora Martini a scrivere? O forse qualche penna del suo entourage che si nasconde dietro di lui? Senza voler giustificare tutte le porcherie che ha scritto quando era compos sui".

Chi è che scrive idiozie gabellandole per dette e scritte da un povero vecchio già vescovo?

Sono gli stessi che hanno rovinato la diocesi di Montini e Colombo e hanno usato il cardinale Martini come loro megafono.
Sono gli stessi che dentro la diocesi perseguitano il gruppo della rivista Teologia (Angelini, Cozzi, Bozzolo ...), che sta sopportando in silenzio , mentre nella curia milanese tutti gongolano nel loro sedevacantismo.