giovedì 7 maggio 2009

Gaudet Mater Ecclesia: il vero senso del Vaticano II.

L'ermeneutica della continuità, cioè l'interpretazione attualizzata - che cresce organicamente dal tronco della tradizione - di ciò che la chiesa crede, celebra e vive, era già tutta nelle parole del discorso Gaudet Mater Ecclesia (11 ottobre 1962).



A chi dice che il Concilio Vaticano II è "solo un concilio pastorale", utilizzando questa formula per sminuirlo rispetto a un preteso concilio "dogmatico", e a chi, all'opposto, è convinto che il Concilio abbia provocato "rivoluzioni copernicane" nella dottrina della Chiesa, ripropongo il giusto mezzo, esposto all'apertura del Sacrosanto Concilio da Papa Giovanni XXII: L'ermeneutica della continuità, cioè l'interpretazione attualizzata - che cresce organicamente dal tronco della tradizione - di ciò che la chiesa crede, celebra e vive, era già tutta nelle parole del discorso Gaudet Mater Ecclesia (11 ottobre 1962).

Il concilio "pastorale" ha come fine quello di esporre "la dottrina della Chiesa" per il mondo modenro. E' pastorale perchè non affronta nuovi dogmi e non censura eresie, ma si attiene a ciò che sempre, dovunque e da tutti è tenuto, senza aggiungere, nè sottrrarre alcunchè dal patrimonio della fede della Chiesa. Ma è un Concilio che desidera riesprimere l'intero patrimonio, guardando a tutta la ricchezza di esso, non solo quella degli ultimi 400 anni. Ci sono tanti "gioielli" splendidi e un po' trascurati negli ultimi seconli nel tesoro della dottrina ecclesiale (per es., per limitarci alla Chiesa: la collegialità episcopale intesa come sinodalità, la mariologia ecclesiotipica patristica, l'impulso al riconoscimento ecumenico degli elementi di verità e santificazione posseduti anche da altri cristiani non cattolici...).

La Tradizione che si ferma e si fossilizza muore e diventa la peggior nemica della teologia che intende esporre in ogni tempo, con la ragione e in modo adatto alla cultura conteporanea, la divina e immutabile Rivelazione. Tradizionalismo e fideismo, che prescindono dall'uso retto ed ecclesiale della ragione teologica, sono già stati condannati dalla Chiesa, al tempo di Pio IX. A proposito della tendenza opposta, il Modernismo, che tanti continuano a dire, come dicono del diavolo, che "non esiste e non è mai esistito", non aggiungiamo parole. Rileggiamo dunque con attenzione questi passaggi programmatici del discorso di Papa Giovanni all'apertura del Concilio Vaticano II. (AR)

Fonte Cantuale antonianum.

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GAUDET MATER ECCLESIA
Discorso tenuto in occasione dell'apertura del Sacrosanto Concilio Vaticano II
dal Beato Giovanni XXIII, papa.

11 ottobre 1962

Venerabili fratelli,

La santa madre chiesa gioisce, poiché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il concilio ecumenico Vaticano II qui, presso il sepolcro di san Pietro, solennemente si inizia con la protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua divina maternità.

I concili ecumenici nella chiesa

La successione dei vari concili, celebrati nella storia - sia i venti concili ecumenici, sia gli innumerevoli provinciali e regionali, pur essi importanti - attestano chiaramente la vitalità della chiesa cattolica, e segnano come i punti luminosi della sua storia.

Il gesto del più recente e umile successore di san Pietro, che vi parla, di indire questa solennissima assise, si è proposto di affermare, ancora una volta, la continuità del magistero ecclesiastico, per presentarlo in forma eccezionale, a tutti gli uomini del nostro tempo, tenendo conto delle deviazioni, delle esigenze, delle opportunità dell’età contemporanea.

È ben naturale che, iniziando l’universale concilio, Noi amiamo guardare al passato, per coglierne come le voci, la cui eco incoraggiante vogliamo riascoltare nel ricordo e nei meriti dei più antichi, così come dei meno lontani pontefici, Nostri predecessori: voci solenni e venerande, attraverso l’oriente e l’occidente, dal secolo IV al medioevo, e di là all’epoca moderna, che hanno trasmesso da quei concili la loro testimonianza; voci acclamanti in perennità di fervore al trionfo della divina e umana istituzione: la chiesa di Cristo, che da lui prende nome, grazia e significazione.

Accanto ai motivi di spirituale esultazione, è pur vero che sopra questa storia si distende per oltre diciannove secoli anche una nube di tristezze e di prove. Non per nulla il vecchio Simeone disse a Maria, madre di Gesù, quella profezia, che è stata e rimane vera: "Questo infante sarà posto a rovina e risurrezione per molti, e sarà segno di contraddizione" (Lc 2,34). E Gesù stesso, fatto adulto, fissò ben chiaramente il successivo volgersi del mondo nei riguardi della sua persona lungo i secoli, con quelle misteriose parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Lc 10,16); e con quelle altre, citate dallo stesso evangelista: "Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie meco, disperde" (Lc 11,23).

Il grande problema, posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni, resta immutato. Il Cristo sempre splendente al centro della storia e della vita: gli uomini o sono con lui e con la chiesa sua e allora godono della luce, della bontà, dell’ordine e della pace; oppure sono senza di lui, o contro di lui, e deliberatamente restano fuori della sua chiesa, divengono motivo di confusione, causando asprezza di umani rapporti e persistenti pericoli di guerre fratricide.

I concili ecumenici, ogni qual volta si radunano, sono celebrazione solenne dell’unione di Cristo e della sua chiesa, e perciò portano a universale irradiazione di verità, retta direzione di vita individuale, domestica e sociale; a irrobustimento di spirituali energie, in perenne elevazione verso i beni veraci ed eterni.

Stanno innanzi a noi, nella successione di varie epoche dei primi venti secoli della storia cristiana, le testimonianze di tale magistero straordinario della chiesa, raccolte in parecchi e imponenti volumi: patrimonio sacro degli archivi ecclesiastici, qui in Roma, come nelle più celebri biblioteche del mondo intero.

Origine e causa del concilio ecumenico Vaticano II

Per quanto riguarda l’iniziativa del grande avvenimento che qui ci aduna, basti a semplice titolo di documentazione storica riaffermare la Nostra umile ma personale testimonianza del primo e improvviso fiorire nel Nostro cuore e dalle Nostre labbra della semplice parola di concilio ecumenico. Parola pronunciata innanzi al sacro collegio dei cardinali in quel faustissimo 25 gennaio 1959, festa della conversione di san Paolo, nella basilica sua. Fu un tocco inatteso: uno sprazzo di suprema luce; una grande soavità negli occhi e nel cuore. E insieme un fervore, un grande fervore destatosi improvviso in tutto il mondo, in attesa della celebrazione del concilio.

Tre anni di laboriosa preparazione, aperti all’indagine più ampia e profonda delle condizioni moderne di fede e di pratica religiosa, e di vitalità cristiana e cattolica specialmente.

Ci sono apparsi come un primo segno, un primo dono di grazia celeste.

Illuminata dalla luce di questo concilio, la chiesa, com’è Nostra ferma fiducia, si ingrandirà di spirituali ricchezze e, attingendovi forze di nuove energie, guarderà intrepida al futuro. Infatti, con opportuni aggiornamenti e con il saggio ordinamento di mutua collaborazione, la chiesa farà sì che gli uomini, le famiglie, i popoli volgano realmente l’animo alle cose celesti.

Il concilio diventa così motivo di singolare impegno di grande riconoscenza al Supremo Datore di ogni bene, per celebrare con cantico esultante la gloria di Cristo Signore, re glorioso e immortale dei secoli e dei popoli.

Opportunità di celebrare un concilio

C’è inoltre un argomento, venerabili fratelli, che è non inutile confidare alla vostra considerazione. Cioè, a rendere più completo il Nostro santo gaudio, vogliamo proporre davanti a questo grande consesso la consolante constatazione delle felici circostanze in cui incomincia il concilio ecumenico.

Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale Ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei concili ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà della chiesa.

A Noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo.

Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della chiesa.

È facile scorgere questa realtà, se con attenzione si consideri il mondo odierno, così occupato dalla politica e dalle controversie di ordine economico, da non trovar più tempo di badare a sollecitudini di ordine spirituale, di cui si occupa il magistero della chiesa. Questo modo di agire non va certamente bene, e giustamente deve essere disapprovato. Non si può tuttavia negare, che queste nuove condizioni della vita moderna hanno almeno questo vantaggio, di aver tolto di mezzo quegli innumerevoli ostacoli, con cui un tempo i figli del secolo impedivano la libera azione della chiesa. Infatti, basta scorrere anche fuggevolmente la storia ecclesiastica, per rilevarne chiaramente come gli stessi concili ecumenici, le cui vicende furono una successione di vere glorie per la chiesa cattolica, siano stati sovente celebrati con alternative di gravissime difficoltà e tristezze, per l’indebita ingerenza di autorità civili. Esse, infatti, si proponevano bensì talora di proteggere con tutta sincerità la chiesa; ma più spesso ciò avveniva non senza danno e pericolo spirituale, poiché se ne occupavano secondo i calcoli di una loro politica interessata e pericolosa.

A questo proposito, vi confidiamo di provare vivissimo dolore per il fatto che moltissimi vescovi, a Noi tanto cari, fanno oggi sentire qui la loro mancanza, perché imprigionati per la loro fedeltà a Cristo, o trattenuti da altri impedimenti; il loro ricordo Ci spinge a elevare fervidissime preghiere a Dio. Tuttavia non senza grande speranza e con Nostro grande conforto vediamo che la chiesa, oggi finalmente non soggetta a tanti ostacoli di natura profana, che si avevano nel passato, può da questa Basilica Vaticana, quasi da un secondo cenacolo apostolico, far sentire per mezzo vostro la sua voce, piena di maestà e di grandezza.

Fine principale del concilio:

difesa e diffusione della dottrina

Questo massimamente riguarda il concilio ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace.

Tale dottrina abbraccia l’uomo intero, composto di anima e di corpo, e, a noi pellegrini su questa terra, comanda di tendere alla suprema patria.

Ciò mostra in qual modo debbasi ordinare la vita nostra mortale, così da adempiere i nostri doveri di cittadini della terra e del cielo, e da conseguire il fine stabilito da Dio. Ciò significa che tutti gli uomini, sia singolarmente considerati, sia socialmente riuniti, hanno il dovere di tendere, senza tregua, per tutta la vita, al conseguimento dei beni celesti; e di servirsi a questo solo scopo dei beni terreni senza che il loro uso sia di pregiudizio all’eterna felicità.

Il Signore ha detto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33). Questo "prima" esprime in quale direzione debbano muoversi i nostri pensieri e le nostre forze; non bisogna però trascurare le altre parole di questa esortazione del Signore, cioè: "e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33). In realtà, nella chiesa ci furono sempre, e ci sono tuttora coloro, che cercando con tutte le forze la pratica della perfezione evangelica, non trascurano di rendersi utili alla società: di fatto, dal loro esempio di vita, costantemente praticato, e dalle loro iniziative di carità prende vigore e incremento quanto di più alto e nobile c’è nell’umana società.

Ma perché tale dottrina raggiunga i molteplici stadi dell’attività umana, che si riferiscono ai singoli, alle famiglie, e alla vita sociale, è necessario anzitutto che la chiesa non si discosti dal sacro patrimonio della verità, ricevuto dai padri; e al tempo stesso deve anche guardare al presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo odierno, le quali hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico.

Per questa ragione la chiesa non ha assistito indifferente al mirabile progresso delle scoperte dell’umano ingegno, e non ha lasciato mancare la giusta estimazione; ma, pur seguendo questi sviluppi, non desiste dall’ammonire gli uomini affinché, ben al di sopra delle cose sensibili, volgano gli occhi a Dio, fonte di ogni sapienza e di ogni bellezza; ed essi, ai quali è stato detto: "Sottomettete la terra e dominatela" (cf. Gen 1,28), non dimentichino il gravissimo comando: "Adorerai il Signore Dio tuo, e servirai a lui solo" (Mt 4,10; Lc 4,8), perché non succeda che il fascino fuggente delle cose visibili impedisca il vero progresso.

In qual modo oggi va promossa la dottrina

Ciò stabilito, diventa chiaro quanto si attende dal concilio riguardo alla dottrina.

Cioè il 21 concilio ecumenico - che si avvarrà dell’efficace e importante somma di esperienze giuridiche, liturgiche, apostoliche e amministrative - vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, che lungo venti secoli, nonostante difficoltà e contrasti, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Patrimonio non da tutti bene accolto, ma pur sempre ricchezza aperta agli uomini di buona volontà.

Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige, proseguendo così il cammino, che la chiesa compie da quasi venti secoli.

Lo scopo principale di questo concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri e dei teologi antichi e moderni quale si suppone sempre ben presente e familiare allo spirito.

Per questo non occorreva un concilio. Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari del Tridentino e del Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze; è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata. Bisognerà attribuire molta importanza a questa forma e, se sarà necessario, bisognerà insistere con pazienza nella sua elaborazione; e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale.

In qual modo vanno combattuti gli errori

All’iniziarsi del concilio ecumenico Vaticano II è evidente come non mai che la verità del Signore resta in eterno. Vediamo infatti, nel succedersi da una all’altra età, che le opinioni degli uomini si susseguono escludendosi a vicenda e gli errori spesso appena sorti svaniscono qual nebbia dinanzi al sole.

Sempre la chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora, tuttavia, la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne. Non già che manchino dottrine fallaci, opinioni e concetti pericolosi da cui premunirsi e da dissipare; ma essi sono così evidentemente in contrasto con la retta norma dell’onestà, e hanno dato frutti così esiziali, che ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli, e in specie quei costumi di vita, che disprezzano Dio e la sua legge, l’eccessiva fiducia nei progressi della tecnica, il benessere fondato esclusivamente sulle agiatezze della vita. Sempre più essi vengono convincendosi che la dignità della persona umana, del suo perfezionamento e dell’impegno che esige è affare della massima importanza. Ciò che più conta, l’esperienza ha loro appreso che la violenza inflitta altrui, la potenza delle armi, il predominio politico non giovano affatto per una felice soluzione dei gravi problemi che li travagliano.

Così stando le cose, la chiesa cattolica, innalzando, per mezzo di questo concilio ecumenico, la fiaccola della verità religiosa, vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati. Al genere umano, oppresso da tante difficoltà, essa, come già Pietro al povero, che gli chiedeva l’elemosina, dice: "Io non ho né oro né argento, ma ti do quello che ho: nel nome di Gesù Cristo nazareno, lévati e cammina" (At 3,6). La chiesa, cioè, agli uomini di oggi non offre ricchezze caduche, non promette una felicità solo terrena; ma partecipa ad essi i beni della grazia divina, che, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono validissima tutela e aiuto per una vita più umana; apre la fonte della sua vivificante dottrina, che permette agli uomini illuminati dalla luce di Cristo di ben comprendere quel che essi realmente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine; e inoltre, per mezzo dei suoi figli, essa estende dappertutto l’ampiezza della carità cristiana, di cui null’altro maggiormente giova a strappare i semi di discordia, e nulla è più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna.

Promuovere l’unità nella famiglia cristiana e umana

La sollecitudine della chiesa nel promuovere e difendere la verità, deriva dal fatto che, secondo il disegno di Dio, "che vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4), non possono gli uomini, senza l’aiuto dell’intera dottrina rivelata, raggiungere una completa e salda unità degli animi, cui è congiunta la vera pace e l’eterna salute.

Purtroppo l’intera famiglia cristiana non ha ancora raggiunto appieno questa visibile unità nella verità. La chiesa cattolica ritiene pertanto suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il gran mistero di quell’unità, che Gesù Cristo ha invocato con ardente preghiera dal Padre celeste nell’imminenza del suo sacrificio. Essa gode di pace soave, ben sapendo di essere intimamente congiunta con quella preghiera; e grandemente poi si allieta, quando vede che tale invocazione estende la sua efficacia con frutti salutari anche fra coloro, che son fuori del suo grembo. Anzi, a ben considerare questa stessa unità, impetrata da Cristo per la sua chiesa, sembra quasi rifulgere di un triplice raggio di suprema luce benefica: l’unità dei cattolici tra di loro, che deve conservarsi esemplarmente saldissima; l’unità di preghiere e di ardenti desideri, con cui i cristiani separati da questa sede apostolica aspirano ad essere uniti con noi; infine l’unità nella stima e nel rispetto verso la chiesa cattolica, da parte di coloro che seguono religioni ancora non cristiane.

A questo proposito, è motivo di dolore considerare come la maggior parte del genere umano - per quanto tutti gli uomini che nascono siano stati redenti nel sangue di Cristo - non ancora partecipino di quelle fonti della divina grazia che si hanno nella chiesa cattolica. A questo proposito alla chiesa, la cui luce tutto illumina, la cui forza di soprannaturale unità ridonda a vantaggio di tutta l’umanità, si applicano le parole di san Cipriano: "La chiesa, circonfusa di luce divina estende i suoi raggi per il mondo intero; è tuttavia un unico lume, che dovunque si diffonde senza che subisca separazione l’unità del corpo. Estende i suoi rami su tutta la terra per la sua fecondità, diffonde sempre più largamente i suoi rivoli; tuttavia unico è il capo, unica l’origine, è madre unica copiosamente feconda; siamo partoriti da lei, siamo nutriti del suo latte, viviamo del suo spirito" (L’unità della chiesa cattolica, 5).

Venerabili fratelli,

Questo si propone il concilio ecumenico Vaticano II, il quale, mentre aduna insieme le migliori energie della chiesa e si sforza di far accogliere dagli uomini più favorevolmente l’annunzio della salvezza, quasi prepara e consolida la via verso quell’unità del genere umano, che si richiede quale necessario fondamento, perché la città terrestre si componga a somiglianza di quella celeste "in cui regna la verità, è legge la carità, l’estensione è l’eternità" (S. Agostino, Lettere, 138, 3).

Conclusione

Ora "la Nostra voce si rivolge a voi" (2Cor 6,11), venerabili fratelli nell’episcopato. Eccoci ormai insieme radunati in questa Basilica Vaticana, ove sta il cardine della storia della chiesa: ove il cielo e la terra sono strettamente congiunti, qui presso il sepolcro di Pietro, presso tante tombe dei Nostri santi predecessori, le cui ceneri in quest’ora solenne sembrano esultare di un fremito arcano.

Il concilio che inizia, sorge nella chiesa come un giorno foriero di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma già il primo annunzio del giorno sorgente di quanta soavità riempie il Nostro cuore! Tutto qui spira santità, tutto suscita esultanza. Contempliamo infatti le stelle, che con la loro chiarità aumentano la maestà di questo tempio; quelle stelle, secondo la testimonianza dell’apostolo Giovanni (cf. Ap 1,20), siete voi; e con voi vediamo splendere gli aurei candelabri intorno al sepolcro del principe degli apostoli, cioè le chiese a voi affidate (cf. ivi).

Vediamo con voi le degnissime personalità, qui presenti in atteggiamento di grande rispetto e di cordiale accettazione, convenute a Roma dai cinque continenti, per rappresentare le nazioni del mondo.

Si può dire che il cielo e la terra si uniscono nella celebrazione del concilio: i santi del cielo, per proteggere il nostro lavoro; i fedeli della terra, continuando a pregare il Signore; e voi, assecondando le ispirazioni dello Spirito Santo, per far sì che il comune lavoro corrisponda alle odierne attese e necessità dei diversi popoli. Questo richiede da voi serenità di animo, concordia fraterna, moderazione di progetti, dignità di discussioni, e saggezza di deliberazioni.

Voglia il Cielo che le vostre fatiche e il vostro lavoro, a cui volgono non solo gli occhi di tutti i popoli, ma anche le speranze del mondo intero, compiano abbondantemente le comuni aspirazioni.

Dio onnipotente, in te riponiamo tutta la nostra fiducia, diffidando delle nostre forze. Guarda benigno a questi pastori della tua chiesa. La luce della tua grazia superna ci aiuti nel prendere le decisioni, come nel fare le leggi; e pienamente esaudisci le preghiere che a te effondiamo con unanimità di fede, di voce e di animo.

O Maria, "aiuto dei cristiani", "aiuto dei vescovi", della cui predilezione abbiamo recentemente avuto nuova prova nel tuo tempio di Loreto, ove rimeditammo il mistero dell’incarnazione, volgi ogni cosa a esito felice e propizio, e, insieme col tuo sposo san Giuseppe, coi santi apostoli Pietro e Paolo, coi santi Giovanni Battista e Giovanni evangelista, per noi tutti intercedi presso Dio.

A Gesù Cristo, amabilissimo redentore nostro, re immortale dei popoli e del tempo, sia l’amore, il potere e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

JOANNES PP. XXIII


Fonte Totus Tuus.biz.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Gentile Redazione,

Nel Documento Dogmatico "Gaudium et Spes" si legge:

http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_lt.html

24. De indole communitaria vocationis humanae in consilio Dei.

Deus, qui paternam curam omnium habet, voluit ut cuncti homines unam efficerent familiam fraternoque animo se invicem tractarent. Omnes enim creati ad imaginem Dei, qui fecit "ex uno omne genus hominum inhabitare super universam faciem terrae" (Act 17,26), ad unum eumdemque finem, id est ad Deum ipsum, vocantur.

Quapropter dilectio Dei et proximi primum et maximum mandatum est. A Sacra autem Scriptura docemur Dei amorem a proximi amore seiungi non posse: "... si quod est aliud mandatum, in hoc verbo instauratur: Diliges proximum tuum sicut teipsum... Plenitudo ergo legis est dilectio" (Rom 13,9-10; Cf 1 Io 4,20). Quod vero hominibus magis in dies ab invicem dependentibus atque mundo magis in dies unificato maximi comprobatur esse momenti.
Quelli che ritengono che il Concilio insegna questa in tale modo che si obbligono i fideli ad accettarla, deve spiegare come mai i fideli possano farlo, essendo che Gesù Cristo, il fondatore della Nostra Santa Religione ha detto:

http://www.sacred-texts.com/bib/vul/mat022.htm

36 Magister, quod est mandatum magnum in lege?

37 Ait illi Jesus: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et in tota anima tua, et in tota mente tua.

38 Hoc est maximum, et primum mandatum.

39 Secundum autem simile est huic: Diliges proximum tuum, sicut teipsum.
Il credente si deve chiedere se possible cambiare l'insegnamento di Dio, essendo che Egli ha specificato la materia del più gran commandamento in uno modo, ed il Concilio in un altro....


Per questa ragione, ritengo in

http://www.franciscan-archive.org/apologetica/ges-n24b.html

che il Concilio fu pastorale, ha emesso documenti provisori pubblici che non ci constringono come detti infallibili irreformabili.

Questa è un visione del Concilio perfettamente Cattolico.

Come millioni di Cattolici non supporterei mai, il Cambiamento del insegnamento datto a noi da Gesù Cristo, quindi non vedo nessunn appertura in questo punto dei precetti di carità.

Le specificazioni date a noi dalla bocca di Cristo rimangono per sempre...

Frà Alessio Bugnolo

Anonimo ha detto...

Carissimi, la lettura di questo importantissimo documento, per cui ringrazio la Redazione, mi ispira profonde riflessioni sull'"Ermeneutica della continuita'" su cui si cimentano menti ben superiori alla mia.
Vorrei sottolineare solo due riferimenti:
- l'accenno ai "profeti di sventura" andrebbe letto guardando obiettivamente e responsabilmente al postconcilio, anche senza conoscere quello che ancora ci attende;
- l'ecumenismo. "Purtroppo l’intera famiglia cristiana non ha ancora raggiunto appieno questa visibile unità nella verità". A leggere questa sentenza sembrerebbe che tale unita' non sia mai esistita. Mentre l'unita' era ben presente, e rotta solo da eretici e scismatici che cedettero alle insidie del demonio e di principi mondani da quest'ultimo ispirati. Anche l'accenno a giovanneo "ut unum sint", non puo' che essere visto come unita' nel deposito infallibile della dottrina cattolica da sempre difeso dai Papi. Quindi la "medicina della misericordia" consiste appunto nell evidenziare l'errore, e i suoi mascheramenti volti a traviare gli spiriti deboli e ingenui.
L'accenno finale alle "stelle del cielo" che siete voi ed Ap.1, mi evoca il riferimento ad Ap. 12fatto da Giovanni Paolo II nel suo celebre discorso a Fatima e al dragone che trascina a terra un terzo di quelle stesse stelle.
Cordialmente,
F.d.S.